Gabriel: Ci sono molte cose che ricordo di quegli anni. Perlopiù impressioni: il vento nelle sere d’estate, i risvegli nelle mattine d’autunno con Rick che si preparava a coricarsi dopo aver vegliato tutta la notte. E storie, storie raccontate in un pomeriggio in riva al mare, raccolte in una primavera come tante passata a rincorrere il sole oppure trovate sulla nostra via, entrate nelle nostre vite senza che ci accorgessimo che poi, a distanza di molto tempo, ci saremmo trovati ancora a narrarle. Ci sono molte cose che ricordo di quegli anni. Justine, nella sua età in fiore, che mi raccontava la vita di Kavafis in un cinema di periferia, mentre guardavamo per la dodicesima volta Casablanca. Quel viaggio ad Alessandria, sulle orme del Poeta, poco prima di allontanarmi da lei, sbattuto altrove dal vento dell’Ovest che rende folli. Frammenti. Li riorganizzo solo ora, poco prima di vederla di nuovo, per la prima volta dopo tre anni. Forse non sarei dovuto andare. Preservare una memoria incorrotta di ciò che è stato, circonfusa dall’indistinta malinconia dei sogni. Ma dovevo salutare un compagno di viaggio e mi sono messo in cammino, un cammino verso i miei diciott’anni, verso un’età che ho perduto in un mattino di settembre su un aereo in volo per l’Europa.
Justine: Gabriel sarebbe venuto. Avrebbe aperto la porta della sua camera d’albergo sul Sunset Boulevard e sarebbe sceso fino al piano terra lungo la grande scala di marmo. Avrebbe lasciato la chiave, sarebbe uscito sulla strada e là si sarebbe fermato ad ascoltare la sera, questa sera d’estate che somiglia a tante sere lontane. Si sarebbe immerso nella notte californiana come tanto tempo fa, quando avevamo diciassette anni e mi veniva accanto senza parlare, con il suo amore triste, mentre giugno passava sui nostri corpi e ci fermavamo ad annusare l’aria fresca del tramonto. Forse Gabriel avrebbe sentito di nuovo quell’odore, il profumo del mio amore che scorreva sulla sua pelle in un mattino di settembre, dei pomeriggi d’agosto passati a vedere vecchi film sul televisore mezzo rotto di Rick. Il profumo dei sogni che avevamo allora, degli anni che ancora non svanivano dietro le spalle come un treno che parte per non tornare, ma che sembravano poterci condurre ovunque, nell’ebbrezza della giovinezza, in un’estate che non finisse mai. Gabriel avrebbe fermato un taxi, gli avrebbe dato un indirizzo. Sarebbe partito. Per venire qui.
Gabriel: Negli ultimi brandelli del crepuscolo, un pianoforte suona nella villa di Rick. È una melodia triste, una canzone ebraica che ho sentito sussurrare spesso, un tempo. Dice: Signore, quanto è lungo il cammino/la città è lontana e non ne vedo le luci/ Attenderò la notte e guarderò le stelle/ e vi cercherò un volto, una voce…
Justine: Conosco qualche canto sefardita, mi piace suonarli quando sono sola, nel vuoto delle stanze senza parole che talora mi attirano nella loro quiete… amo quella lingua antica, che risuona delle onde del Mediterraneo, dei silenzi del mare… Non so se quella sera d’estate ne stessi eseguendo uno… Ricordo solo che sentii la voce di Gabriel, giù in giardino. Cantava… “È tornato” pensai e mi fermai. Scesi le scale e aprii la porta. Lui era lì.
“Buonasera, Justine”
“’Sera, Gabriel. Vieni dentro”
“Non so se ne ho voglia, in fondo è una bella serata e non sono del tutto convinto di volerlo vedere. Mi siederò qui e aspetterò che mi chiamiate per il funerale. Credo…”
“Be’, se non entri, penso di dovermi fermare qui con te. Non mi sembra molto cortese farti aspettare fuori… poi sembra che tra poco pioverà.”
“Non pioverà. La sera è fresca, Justine”
“E allora restiamo qui. Mi racconti una storia, Gabriel?”
“Non sei troppo grande per queste cose, bambina?”
Justine: Iniziò a chiamarmi “bambina” dopo aver visto per la terza volta “Casablanca”, poi diventò per lui una sorta di vezzo… forse si sentiva davvero Humphrey Bogart, nel dirlo, non so… e raccontava tante storie, in sere come questa, quando l’estate era appena iniziata e ancora non se ne vedeva la fine. Io lo ascoltavo in silenzio, perché in quel momento mi sembrava che avesse il potere di dare a tutto un senso. Il potere di Dio.
Gabriel: È strano, pensare a questi tre anni. È come se il tempo, tra noi, si fosse cristallizzato, come se avessimo messo i nostri sentimenti di allora in una quieta risacca dei giorni, per riprenderli, incorrotti dalla polvere che nel frattempo avrebbe coperto i nostri cuori, quando ci fossimo incontrati di nuovo. Rivedendola, mi sembra che i fili che allora rompemmo siano tornati ad annodarsi, a dipanarsi, a intrecciare tra loro le nostre parole e i nostri discorsi, dando ad ogni sfumatura di voce mille significati possibili, mille segreti su cui riflettere nelle notti insonni. Era molto che non mi capitava – anni di conversazioni vuote, dove le parole sono solo note di una partitura senza senso e ogni frase può essere sostituita da centinaia di altre, senza che l’interlocutore se ne accorga. E allora forse è venuto il momento di raccontare di nuovo – è da quando andai in Europa, tre anni fa, che ho smesso di farlo – di mettere da parte la paura di non arrivare in fondo che da sempre mi accompagna, il terrore di incartarmi nei mille viluppi di una storia ormai troppo fredda per esprimere alcunché… forse è tempo di iniziare di nuovo…
“Sei silenzioso…”
“Anche tu, se è per questo, e comunque pensavo a Rick.”
“Dicono che il suo cuore abbia ceduto.”
“Succede a molti, di questi tempi. Troppe illusioni morte nello spazio di un mattino. Ma Rick no, Rick non doveva andarsene. Lui era la nostra illusione…”
“L’hai detto tu: non sono bei tempi per le illusioni. Tendono a morire, ecco tutto…”
“Non ci pensare, bambina. E visto che insisti…”
“…insisto?”
“…ti racconterò una storia. Sai, una volta ho incontrato un vecchio indiano, in una città di frontiera… è stato prima di incontrare Rick. Mi disse che, quando moriamo, la nostra anima per qualche tempo vaga là dove ha vissuto… e guarda ogni cosa… Be’, non sempre un’anima è convinta di andarsene, alcune volte crede di avere ancora qualcosa da fare. Se si racconta a quell’anima la storia della sua vita, essa può decidere di rientrare nel suo corpo e rimanere sulla terra per un altro po’ di tempo… per portare a termine ciò che ha lasciato a metà.”
“Questa te la sei inventata.”
“Solo in parte. In ogni caso, penso che sperimenterò in prima persona la veridicità delle antiche credenze raccontando la nobile storia dell’anima di Rick Blaine. Mi perdonerai qualche licenza.”
“Lo faccio da quando ti conosco, Gabriel.”
“E va bene. Questa storia inizia come tante, le sentivo raccontare da piccolo al suono di un pianino che passava nel mio paese…”
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