In merito alle cose dette e taciute e in merito anche a quelle solo immaginate in merito alle accuse e alle autoaccuse ai sensi di colpa e alle vendette in merito alle questioni sollevate e alle mille domande poste nel tempo in merito a una sera di primavera a inseguire l’adolescenza alle mattine di Capodanno a suonare Strauss e alle notti dell’età adulta dietro a troppi libri o film riconosco di aver giocato troppo con le parole e con i giorni di aver trasformato la realtà più di quanto necessario di aver cercato nell’arte la salvezza dallo scorrere incessante della vita confesso di non aver compreso altro senso che quello minimo leopardiano l’odore della ginestra la vicinanza delle anime che salva dall’abisso ammetto di essermi illuso troppe volte di aver inseguito troppe storie di essermi sentito troppo spesso tra le onde del mare di un’altra estate nella pelle di altre età svanite dalla concretezza degli anni.
Cosa dirvi se non che mi sono smarrito che ho trovato dietro ogni svolta casuale della strada un luogo che fosse casa che sono partito all’alba di migliaia di inverni senza salutare i volti di ieri Cosa dirvi se non che sono stato Zeno, Emma, Marcel che sono inciampato sui racconti come si inciampa sull’esistenza e inciampando non ho trovato niente non il lampo che illumina il vuoto non il canto delle sirene al largo sul Mediterraneo giusto la polvere della strada e il senso di sospensione prima di rialzarsi che poi alla fine era bello stare lì tra i sassi dello sterrato dove nessuno chiede di dare una ragione al tempo o di essere l’Odisseo del tuo viaggio senza eroi.
Tra i sassi dello sterrato conta solo la terra che sporca le scarpe il corpo che preme sulle ginocchia la mano che aiuta a rialzarsi non il futuro che non riuscirai a creare non l’illusione di investire su te stesso.
Dunque, in conclusione in merito a tutto, in merito all’esistenza alle occasioni perdute e a quelle sprecate al talento disperso in parole scivolose in una notte ubriaca confesso di essermi seduto sul ciglio della strada di aver fissato le foglie accumulate sull’asfalto e gli scoiattoli in fuga verso gli alberi lontani e di essere rimasto lì, a scrivere queste parole a ripensare a mille poesie lette troppe volte a respirare il tempo di non dare senso al tempo ad abbracciare il nulla di un vuoto di senso e ammetto di essere stato felice anzi, riconosco di essere felice.
Cosa rimane di un tempo che muore alla fine dell’anno -ancora, le opere dei giorni ci hanno sfiancato senza distruggerci del tutto ancora, il tempo della fatica ha ostruito la gioia ancora il futuro è un ripetersi stanco un brano minimalista nella melodia dei secoli.
Cosa rimane di questi morti inspiegabili all’inizio della primavera dei morti di Natale distrutti dalla solitudine Attendiamo di nuovo l’estate, venuta e scomparsa e ogni giorno non si rinasce, non ora, non qui.
Nulla rimane dei romanzi che ho fatto e disfatto nella mente costruendone l’atmosfera ma mai la trama intravedendone i volti ma mai le storie È così difficile narrare la sera di fronte al fuoco è così difficile serrare tra le dita le storie di un mondo che fugge spargendosi nelle mille luci di televisori accesi di schermi di voci di volti Restano solo poesie schegge di senso nella realtà smarrita nelle rovine delle tesi antitesi sintesi in cui credette qualcuno, forse non noi che non crediamo agli eroi.
Non leggiamo più allo stesso ritmo hai detto mentre l’inverno incalzava sull’aereo che tornava sorvolando Roma -in America credevano ancora agli eroi e fuggivano il disincanto dell’Europa. Eravamo, allora, uomini delusi di ritorno dall’abisso e il tempo migliore era quello della nostalgia prima dei morti da rimpiangere nel giorno di Natale prima dei racconti di famiglia che si spengono in Dicembre prima di tutto quando tutto era intero.
Al ritorno hai iniziato a leggere Adorno che sapeva la differenza tra il bene e il male in musica, la necessità di contrastare l’arte come prodotto attraverso la solitudine che svuoti di ogni senso Sulla High Line, tuttavia, niente era chiaro Il sole tramontava sull’Hudson scendendo su Brooklyn e le macchine acceleravano tra le case di Chelsea, dirette a nord più giù, il Chelsea Hotel, Cohen e qualche altro ricordo.
In fondo il senso di questo tempo vuoto è il tuo sorriso quando rientro a casa forse banale così impoetico così poco eroico negli echi del traffico il senso è nel contatto inatteso nella tua voce al telefono che mi dice che mi aspetti e pensare che in fondo sarà bello vedersi.
Viviamo un tempo di brevi respiri dove la vita è in un ricordo d’amore su un letto disfatto viviamo rubando i residui di ciò che siamo ai mesi che cancellano i mesi e le storie Intanto l’anno muore nella rigida continuità dei giorni che ripetendosi non significano come parole dette troppe volte.
Una volta ti piaceva la parola frammenti rimasugli pezzi ti sembrava adatta per raccontare i giorni spezzati dall’assenza di senso Fuori piove un tempo hai camminato sulla Quinta fino alla Trump Tower e hai osservato un figurante imitare il Presidente e nella notte che scendeva invitare a entrare, prego, accomodatevi
Le storie d’amore non hanno mai lieto fine si disperdono nella quieta irrequietezza dei giorni e gli sguardi sono più tenui ma non assenti e il calore si disperde ma non scompare Novembre nega che possa esserci stata un’estate nega la possibilità della felicità passata del tempo trascorso a rincorrere un libro un entusiasmo sulle rive di un mare conosciuto
Di sera, a teatro, prima dello spettacolo alzarono le lampade e le fecero rientrare nel soffitto misero all’asta un quadro riprodussero per la millesima volta la stessa scena E tu guardavi, perché non avevi mai visto e le cose vecchie ti parvero nuove non le avevi mai comprese forse o forse era scomparso in te l’uomo che le comprendeva lasciando spazio a uno sconosciuto curioso
Le storie d’amore non hanno mai lieto fine tra l’odore di marijuana in Washington Square le case rosse del Village potremo mai essere di nuovo felici? Il giorno della partenza scrutammo le villette del Queens e le trovammo fragili con le loro pareti in legno e bastava il vento per abbatterle come le storie d’amore senza lieto fine come le vie degli scoiattoli in fuga per Central Park come il tempo della stanchezza in cui tutto diviene nuovo e ogni frammento è diverso e le angosce del tuo vuoto hanno un volto sconosciuto.
La campagna in novembre si ingrigisce. Le colline, quando appaiono, hanno un colore bruno in primo piano, più chiaro andando indietro. La terra più vicina appare nera. Le montagne, lontano, sono smarrite dietro la vaghezza del cielo chiaro del mattino. Ho trentaquattro anni e faccio questa strada da tre. Sono in quell’età sospesa in cui niente appare più da costruire e tutto è da proseguire. Non è più tempo di darsi un ruolo, di individuare il proprio posto nel mondo. Quella era l’adolescenza, quelli erano i vent’anni. Ora c’è una casa, uno stipendio – e devi sentirti fortunato ad averne uno, dicono e hanno ragione – e il tempo futuro non è che una infinita riproduzione del presente. Sarà sempre così, giorno dopo giorno. Ci saranno sempre le colline brune alla fine di novembre, il freddo lungo il percorso per raggiungere la macchina, i giorni fissi per il lavaggio delle strade e l’odore delle stufe per strada nelle sere di dicembre. Eterno ritorno, mi viene da pensare. L’eterno ritorno dell’uguale. Quando me lo spiegarono, al liceo, lo trovai strano. Allora, tutto era da costruire, dunque niente si ripeteva. Ora lo comprendo bene, anche se non credo che Nietzsche avesse un lavoro statale o qualcosa del genere.
Non è noia, quella che provo mentre le colline mi arrivano in faccia mentre vado loro incontro con l’automobile. La noia è di chi sa di poter trovare altro, di chi cerca altrove il senso di una grandezza latente. Forse, è nostalgia. Nostalgia di un entusiasmo perduto, nostalgia di giorni in cui tutto era nuovo. In fondo, dopo la Genesi vi è solo un ripetersi di giorni e ogni giorno porta una storia, ma è lievemente simile al giorno precedente. I nostri racconti si somigliano tutti e somigliano a quelli di altre persone che si smarriscono verso le colline brune e che in un giorno di novembre notano che il cielo vela le montagne. Come in un quadro di Leonardo, avrebbe detto la mia professoressa di arte al liceo. Non pensavo a lei da tempo.
Ho trentaquattro anni. Un’età inutile. Troppo tardi per cambiare rotta, troppo presto per cercare una riva su cui riposare. Per il mondo sono giovane, così dicono, sei giovane, puoi tutto, ma sulle spalle ho tutta la stanchezza di un futuro perduto. Dicono che viviamo nell’era del narcisismo, ebbene, la cosa terribile del narcisismo è quando ti accorgi che la grandezza che hai sognato è solo una strada di campagna, una via che si inerpica sulla collina. Non c’era niente di grandioso nel futuro e, del resto, non lo immaginavi neanche. C’era solo l’idea vaga che a un certo punto sarebbe successo qualcosa, il giro che cambia il senso dell’esistenza di cui parlano i film. Niente è accaduto ed hai continuato a costruire perdendo ogni illusione.
Se fossi Odisseo, questa sarebbe l’isola di Calipso, che ti trattiene in eterno impedendoti di ripartire, oppure Itaca, la patria calda che ti accoglierà per sempre. E ti senti un po’ Odisseo, in questa mattina di novembre, mentre risali la collina bruna e le montagne sono sparite, il tempo per pensare si riduce e la meta è vicina. In fondo anche per Odisseo il futuro era finito. Tornava, ecco tutto. I sogni eroici erano rimasti nella carneficina di una città in Asia Minore. Il tempo di costruire era finito e rimaneva un viaggio, poi, a Itaca, avrebbe trovato le sue colline brune, la sua strada da percorrere ogni giorno, il suo senso di abitudine. Forse per questo era naufragato.
Parcheggio sempre allo stesso posto per non dimenticare dove ho lasciato l’auto. Poi, la giornata inizia.
Ciò che rimane di una giornata iniziata con un servizio gospel e terminata a guardare Chicago al teatro Ambassador è una riflessione sulla funzione della musica e, conseguentemente, sul ruolo del compositore. Giorni fa, avevo incrociato un frammento di Berio, tratto da C’è musica e musica, in cui veniva confrontata la molteplicità di linguaggi musicali della contemporaneità con la sostanziale unità di linguaggio della musica occidentale fino alla fine dell’Ottocento. Berio diceva che l’attuale polifonia di linguaggi doveva essere considerata come un’espressione di una molteplicità di racconti musicali sulla contemporaneità. Trascurava, a mio avviso, le zone grigie, le contaminazioni, i confini sfumati tra i vari linguaggi, soprattutto nel momento in cui si esce dalle forme musicali maggiormente strutturate in termini formali (in particolare tutto l’ambito del pop cesellato sulla forma canzone e sull’armonia funzionale) e quando si entra nel nebuloso mondo di ciò che significa fare oggi una musica che sia erede della tradizione occidentale colta (per capirsi, quella che passa da Mozart a Wagner fino ad arrivare a Schoenberg). Qui le visioni sono molteplici e talora inconciliabili. Si procede da chi ritiene che la cosiddetta musica contemporanea debba essere esclusivamente espressione della ricerca dell’autore, non ponendo attenzione alle richieste del pubblico e sostenendo una superiorità estetica dell’atonalità sulla tonalità, a chi propone una musica d’uso, dove la ricerca è funzionale ad accompagnare le scene di un film e dove dunque l’aspetto sonoro è strutturalmente secondario all’immagine che accompagna. Raccontare la contemporaneità, del resto, non è facile, soprattutto per la frammentazione che la contemporaneità porta con sé. Perfino l’atonalità, che era ritenuta la via maestra del contemporaneo negli anni Cinquanta e Sessanta, suona ormai antiquata, racconta un altro tempo, non il nostro. E dunque, che frasi usare, che linguaggio usare, dato che la musica non ha l’immediatezza delle arti visive, dove anche l’astrazione massima può attrarre lo spettatore con le proprie misteriose miscele di colori? A chi parlare, al pubblico che desidera la melodia che veniva disprezzato da Adorno nel suo saggio su Schoenberg e Stravinskij? Oppure agli addetti ai lavori, al piccolo gruppo in grado di comprendere intellettualmente un certo tipo di ricerca?
Una jam session allo Smalls Jazz Club
Negli anni, mi sono sempre trovato a mio agio con una certa visione critica di matrice statunitense, ben incarnata nello splendido saggio di Alex Ross Il resto è rumore, che non faceva differenza tra musica classica e musica jazz, tra musical e opera. Lo espresse bene un compositore di origini iraniane ma di scuola americana di cui seguii una volta una masterclass, Behzad Ranjbaran: bisogna creare il proprio linguaggio, prendendo ciò che piace e creando una matrice sonora che ci corrisponda. Non ci sono preclusioni rispetto a cosa scegliere, solo una sorta di tentativo di ricostruire la propria identità attraverso i pezzi delle parole di altri, un po’ come nelle teorie dell’origine sociale dell’identità, per cui costruiamo ciò che siamo attraverso il modo in cui veniamo raccontati da chi ci è intorno. Quello che a questo aggiungono questi giorni newyorkesi è un altro tema, ossia quello della funzione della musica. La storia della musica associa all’esecuzione di un brano aspetti che vanno al di là dell’egotismo, della manifestazione di sé e del disperato tentativo di comunicare qualcosa di proprio all’Altro. La musica per secoli è servita principalmente a pregare, a raccontare le storie della comunità, a festeggiare. A strutturare legami. L’opera si eseguiva a luci accese, con le persone che parlavano e mangiavano. Bach scriveva per le funzioni religiose. Molti cantastorie si accompagnavano con degli strumenti musicali. Il concetto di recarsi all’esecuzione di un brano musicale per stare seduti ad ascoltarlo e apprezzarne i temi e la costruzione è molto recente e trova la sua forma compiuta nella costituzione delle società borghesi degli “Amici della musica” tra l’Illuminismo e il Romanticismo.
L’esterno del teatro Ambassador
Mi ricordo di questo, al mattino, quando sento le canzoni di lode a Dio durante il servizio gospel, mi ricordo di questo la sera, quando, guardando Chicago, vedo la musica usata per raccontare con ironia di un mondo in cui i criminali vengono idolatrati e la giustizia è corrotta. Mi ricorderò di questo anche il giorno successivo, al Birdland, dove il jazz di una band che si richiama allo stile degli anni Venti e Trenta intrattiene un pubblico che mangia e beve. Sicuramente, in tutte queste occasioni quello che viene suonato viene ascoltato, apprezzato, il pubblico partecipa e applaude. Ma c’è qualcosa di più: la musica non è l’unico focus, c’è qualcos’altro, il racconto di una storia, un momento di convivialità, un incontro di preghiera. La musica ha una funzione e mentre rientro in albergo, tra le luci e il caos di Times Square, mi chiedo se sia un aspetto di cui debba tenere maggiormente conto nella mia scrittura musicale. Il caos della città dà poche risposte.
Le città di mare – soprattutto i porti, che vedono gli uomini partire e arrivare, le voci straniere incontrarsi con le voci straniere – hanno una loro ripetitività fatta di moli, quartieri di marinai, quartieri di migranti. Così è la Marsiglia raccontata da Izzo, così sono questi moli sull’Hudson che si getta nell’Atlantico, in questa mattina di Ottobre, nei pressi di Seaport, vicino a Fulton Street, con le case basse dove un tempo abitavano coloro che lavoravano e andavano e venivano dal porto e le taverne che un tempo in giornate come questa dovevano riempirsi di marinai. Qui il vento dell’Atlantico sembra calmarsi, il sole restituisce il calore di una giornata di tarda estate o del primo autunno e la città sembra ricordare, lontano dal caos del distretto finanziario, poco dietro, la sua storia di luogo di arrivo e di partenza di navi, il tempo in cui qui si arrivava dall’Europa e qui si partiva, il tempo in cui gli incontri e gli scambi di una Babele atlantica non erano fossilizzati dalla finzione cinematografica, ma erano inscritti nel tempo della vita e nelle onde del mare nella baia dell’Hudson.
Manhattan vista da Dumbo, a Brooklyn
Ora, qui si respira uno strano senso di sospensione al mattino e ci si può perdere in una libreria, in un bar, senza avere che l’eco della frenesia della città. È curioso, perché un tempo la frenesia doveva essere proprio qui, tra navi in arrivo e in partenza, tra le voci e le urla dei marinai, mentre ora si incontra solo qualche locale con figli al seguito intento a farsi una foto di fronte ad una decorazione di Halloween o qualche turista alla ricerca della panchina con vista sul ponte di Brooklyn su cui si siede Woody Allen in alcuni suoi film. Mi trovo a immaginare la Marsiglia mai vista ma letta nelle pagine di Izzo, Genova stretta tra la montagna e il mare, Venezia e le miriadi di porti veneziani sparsi tra l’Adriatico e l’Egeo, come quello di Chanià, città sempre meno di marinai e sempre più di turisti. Qualcosa sembra ricorrere perché, come il mare non ha paese, così non sembrano averlo le città di porto, strette tra il desiderio della stabilità e la necessità costante della partenza, raccontata nelle canzoni del fado o nella musica di Capo Verde.
Il tramonto sull’Hudson visto da Chelsea
A sera, ricerco nuovamente il mare, questa volta sui moli nei pressi di Chelsea. Il sole scompare dietro i grattacieli, rifrangendosi sui vetri e sulle onde scure. Le città di mare hanno una loro ripetitività, penso. E in ognuna si trova qualcosa di tutte le altre.
La facciata del palazzo della Borsa, su Broad Street
Smarrirsi a piedi per Manhattan è un modo per osservare, per cercare di mettere insieme i pezzi di un luogo apparentemente contraddittorio. A sud c’è il mare, l’Atlantico scuro che sferza i battelli dei turisti (prevalentemente italiani) diretti verso la Statua della Libertà. Risalendo, l’area di Wall Street, con l’edificio neoclassico della Borsa affiancato dalla Federal Hall, evoca, oltre ai necessari ricordi cinematografici, il racconto di Melville su Bartleby lo scrivano. L’avvocato che assume Bartleby aveva lo studio da queste parti e trovo curioso che in queste strade dell’attuale distretto finanziario, divenute simbolo del capitalismo mondiale, sia stata ambientata la storia di un quieto rifiuto del lavoro, della produttività, infine della vita. Se ieri a teatro la morte di Mimì parlava della fine della giovinezza e mi riportava alle cose “sognate e ora viste” e alle illusioni perdute, oggi immaginare l’immobilità di Bartleby in queste strade apparentemente tranquille, tra i turisti che fanno la coda per fotografarsi con il toro di Wall Street e il vento freddo che soffia forte dal mare, mi spinge a riflettere sulle contraddizioni di questa mia età adulta, divisa tra un investimento sul lavoro come atto non solo produttivo, ma anche politico ed esistenziale, e un desiderio di fuga, di ritiro, di abbandono. La giovinezza portava con sé l’illusione di poter vivere secondo il proprio ritmo, nella vaghezza di intenti che caratterizza i sogni di quell’età, gli anni della maturità si immergono invece nella scissione tra il desiderio di trasformare il mondo e di strutturarsi su un piano economico e di autonomia e la sofferenza inevitabile della produttività, con le conseguenti fantasie di immobilità à la Bartleby o di cambiamento radicale.
La High Line e la vista su Chelsea
Risalendo, la High Line costeggia Chelsea, passa accanto ai viali pieni di auto che sembrano avere come sport principale quello di comunicare tra loro mediante clacson e di non fermarsi al rosso dei semafori per poi trovarsi bloccate al centro esatto degli incroci, causando ulteriori strombazzate. Gli edifici cambiano, passando dai grattacieli alle case in mattoni ai condomini sullo stile viennese o parigino dell’Ottocento e alla fine, scendendo, mi trovo sulla Fifth Avenue a camminare contro corrente (mi vengono in mente i versi di Eliot della Terra desolata sulle anime perdute sul Ponte di Londra) per andare verso Central Park. L’obiettivo, legato a una curiosità quasi infantile, è quello di sbirciare la Trump Tower, alla fine della strada, in modo da vedere i luoghi in cui ha vissuto per buona parte della vita l’uomo che riempie in questi giorni le pagine dei giornali, ma in realtà dopo un po’, dopo aver scoperto che l’Empire State Building non si riesce a vedere bene da terra ed essermi interrogato sulle simbologie presenti sugli edifici del Rockefeller Center, mi smarrisco nella Biblioteca di New York a guardare manoscritti ebraici e arabi. Quando arrivo alla Trump Tower è calato il sole, un figurante vestito da Trump intrattiene la folla e mi colpisce come i cambiamenti della società influenzino anche chi nella società ha potere: se nel Rockefeller Center i riferimenti sono all’etica del lavoro protestante, con le statue di Atlante che sorregge il mondo e Prometeo che ruba il fuoco e la citazione biblica sulla saggezza e sulla conoscenza come stabilità del tempo, la Trump Tower incarna il bisogno contemporaneo di riconoscimento, di affermare, oltre al proprio potere, anche qualcosa che rimandi direttamente a sé, al proprio volto, alla propria persona. Probabilmente erano esigenze non estranee anche a Rockefeller, ma il narcisismo dell’oggi ne consente la manifestazione esplicita, senza mediazioni.
L’ingresso della Biblioteca di New YorkIl soffitto della McGraw Rotunda, nella biblioteca di New York
Al ritorno, a Times Square, mi fa sorridere una frase che intercetto in cui una persona con un marcato accento emiliano commenta: “Vedi quanta gente, è come la loro piazza Duomo… Poi stanno sempre a lavorare, non devono fare una bella vita”. L’Italia in movimento guarda il mondo con disincanto.
Chelsea vista dalla High LineIl traffico serale di New York visto dalla High Line
Nietzsche scriveva della storia antiquaria, dell’approccio alla storia basato sulla conservazione museale di qualcosa di passato che non fa altro che inaridire il presente, renderlo un luogo in cui non si può creare alcunché di nuovo. Questa sera alla Carnegie Hall mi rendo conto di quanto certe rigidità culturali del sistema musicale che ho vissuto fin dall’infanzia portino a una riproduzione della storia antiquaria, ad un tentativo di conservazione della musica del passato – unica ritenuta valida di essere eseguita – e ad un rifiuto per ogni tentativo di dare una lettura sonora alla contemporaneità. Il programma della stagione prevede per ogni serata una prima mondiale, un pezzo appositamente commissionato, una prima newyorkese, comunque un brano nuovo. Stasera, accanto a una sinfonia di Schumann, viene eseguita una sinfonia di Philip Glass (che scoprirò poi essere presente in sala) e un brano commissionato appositamente per questo concerto che unisce poesia, teatro e musica. La presentazione iniziale dei brani crea un clima di attesa entusiasta e la sala partecipa, ascolta, applaude. Il brano di J. Mae Barizo, che introduce la sinfonia di Glass per poi dispiegarsi nuovamente quando questa è finita, è sospeso tra la poesia e la musica e la presenza di una bambina e dell’autrice come performer sul palco dà l’idea di un dialogo tra diversi sé, tra un io adulto e un io bambino, tra un presente in cui ci si smarrisce e un passato che ci ricorda ciò a cui eravamo legati. Non smarrire la nuvola rosa, dice la bambina. La poesia – scoprirò poi trattarsi dell’unione di due testi della stessa Mae Barizo, Small essays on disappearance e Cloud pantoum – fonde immagini di quotidanità nervosa sulla Madison Avenue a riferimenti a corporeità sospese tra cielo e terra (Dimmi che non hai scordato la nuvola rosa, il modo/in cui le implicazioni svanivano quando praticavamo/la duplicità, dimmi che mi pensi/quando le nuvole allineano le loro labbra rosa). La preghiera è quella di non svanire nel ricordo dell’altro, di mantenere una minima presenza nella memoria, quella presenza che permetta di dare un senso condiviso a una parte di vita, al fatto di essere stati lì insieme (Dimmi che non mi pensi […]/ti chiedo solo di dirmi/che non hai dimenticato il proscenio rosa/delle nuvole, un testamento per le nostre duplicità, la stenografia/del cielo). In fondo, penso, quello che rende reale ciò che abbiamo vissuto è proprio il riconoscimento dell’Altro, il poter dire insieme che siamo stati lì, che abbiamo attraversato insieme quei momenti. La sintonia dei ricordi evita la solitudine del sogno e aiuta a vivere.
Alla fine, Schumann. La Quarta sinfonia esplode nel clima raccolto creato dai brani precedenti e oscilla tra la gioia infantile di certi passaggi e l’incalzare del ritmo. È curioso pensare all’autore del brano, alla sua identità frammentata che lo portava a firmarsi con pseudonimi (Florestano, Eusebio, il Maestro Raro) e al suo tragico finale, al tentativo di suicidio nel Reno, alla morte in manicomio. Niente di tutto questo emerge nella trasparenza della sinfonia. Qui, tutto è unito, tutto si immerge in una festa dionisiaca, a dispetto degli anni e del tormento necessari a Schumann per completare il brano. La serata, penso quando tutto finisce, sembra parlare di scomposizioni e ricomposizioni. Di identità unite che si frammentano, di necessità di riconoscimento, dell’arte che permette di rimettere insieme un io diviso. Delle nostre soggettività che si rifrangono e si riuniscono sulle sponde della contemporaneità.
Stasera non c’è stata la storia antiquaria. Solo un racconto del presente con parole di oggi e di ieri.
Mi è sempre piaciuto smarrirmi. Prendere la svolta sbagliata, trovarmi altrove, scoprire un frammento sconosciuto di un luogo che non avrei mai trovato seguendo le mie conoscenze. In fondo, smarrirsi ci mette a contatto con le insufficienze di ciò che sappiamo e ci permette di andare oltre, un po’ come l’incontro con l’Altro che ci permette di giungere a nuove storie, di uscire da sé per avere nuove parole e nuove immagini. Oggi mi sono smarrito più volte. La prima volta al mattino, uscendo dalla fermata della metropolitana nell’Upper East Side, svolto a destra, certo di arrivare a Central Park. Giungo invece all’Hudson, al Carl Schurz Park, con vista sulla Roosevelt Island. Scopro che vi si trova l’abitazione del sindaco di New York e mi sembra quasi simbolico che sia in una casa rivolta verso il mare, quel mare che avvolge la città e la apre verso la necessità dello scambio, verso l’inevitabile contatto con l’alterità. Tornando verso il museo Guggenheim, mi trovo a fantasticare su quella casa sul mare, accostandola ad altre abitazioni sull’Atlantico, alle case dei mercanti di Cadice da cui costoro guardavano l’oceano in attesa di rivedere la propria nave di ritorno dalle Americhe. Forse anche il sindaco di New York guarda il mare, talora, dalla propria casa, ma non riesco a immaginarne le aspettative o le speranze.
Il Metropolitan Museum di New York
Più tardi mi smarrisco dentro il Metropolitan Museum. La cosa mi stupisce, perché ritenevo di aver organizzato tutto in modo certosino. Avevo selezionato le sale in modo da evitare di partire convinto di poter vedere tutto e poi rimanere sopraffatto dalla sovrabbondanza di opere in esposizione (di fatto, tra quadri, statue, templi egizi, suppellettili varie ed eventuali, strumenti musicali e armature penso che qui si possa trovare praticamente qualsiasi oggetto prodotto in forma artistica dal genere umano). Avevo anche scaricato la mappa, certo di poterne fare buon uso. Eppure, dopo un iniziale successo nella visita dell’ala dedicata all’arte moderna, mi perdo alla ricerca del piano superiore, continuando a ruotare intorno alle medesime statue ellenistiche, che dopo un po’ iniziano a fare lo stesso effetto dell’albero di una forma peculiare che viene incontrato ripetutamente dai personaggi dei film quando si smarriscono nella giungla. L’assenza di indicazioni e le piccole dimensioni con cui sono indicati i numeri delle stanze peggiora le cose e mi sento vagamente fantozziano quando provo entusiasmo nel raggiungere infine l’ascensore per il piano superiore. Qui trovo i quadri degli impressionisti e le forme della cattedrale di Rouen svaniscono nelle sfumature di colori di Monet, lasciando la stessa indefinitezza che sembrano avere i passaggi attraverso il museo che le custodisce.
Lo scoiattolo davanti al Metropolitan Museum
Quando esco dopo aver incontrato per dieci volte la stessa sala con i quadri di Renoir, la statua dello scoiattolo che campeggia davanti al Metropolitan sembra avere uno sguardo ironico. Le volto le spalle e faccio ritorno verso Central Park.
Parla d’infanzia, questa sera al Metropolitan. In fondo, il nome di questo teatro è risuonato spesso nei miei primi anni e quindi venire qui è come ritrovare ricordi di un’altra età, frammenti di un tempo perduto. Proust, all’inizio della Recherche, parla del potere che hanno certi oggetti di tirare fuori qualcosa che ci appartiene e di cui non siamo consapevoli. E stasera, qui, ricordo.
Ricordo che quando avevo pochi anni vedevo sempre un cartone animato della Disney dal contenuto certo non particolarmente allegro, anche se forse ecologista ante litteram, con una balena particolarmente dotata nel canto come protagonista. Voleva cantare al Metropolitan, ma finiva uccisa dal colpo di una fiocina. Mi piaceva molto, quel cartone, forse perché all’epoca cantavo nel coro e ci ritrovavo qualcosa del mio mondo di allora, e quindi lo guardavo in modo ripetuto, mese dopo mese, anno dopo anno.
Sempre in quegli anni, mi trovai a cantare nel coro dei bambini ad una Bohème al Maggio Musicale Fiorentino. Per prepararmi, i miei mi comprarono una videocassetta di una performance al Metropolitan – non ricordo chi fossero gli interpreti, ma anche quella rappresentazione fu da me vista e rivista per molto tempo.
Dunque, questa sera, questo luogo, risuonano con quella parte di me che, a sei o sette anni, ascoltava le performance di Pavarotti al Metropolitan e ritrovava qualcosa di quelle atmosfere nella polvere del vecchio teatro Comunale, nell’attesa dell’ingresso prima della scena di Momus e Parpignol nel secondo atto di Bohème. La locandina informa che si tratta della millequattrocentoundicesima volta che Bohème viene rappresentata al Metropolitan e che l’allestimento di Zeffirelli che vedremo risale al 1977. Il pubblico appare partecipe, ride, applaude, si commuove e i cantanti, oltre ad avere una notevole precisione, sono molto bravi nella recitazione e questo mi colpisce, data l’abitudine alle performance spesso molto statiche delle regie delle opere in Italia.
All’uscita, davanti alla fontana, mi raggiunge un po’ di commozione. Quando ero bambino dicevo che il mio sogno era di essere diretto da Zubin Mehta e lo realizzai verso i nove anni per una registrazione di Tosca con il coro. Stasera, forse, quel bambino di allora riemerge, con i suoi sogni e le sue aspettative, per sentire ancora che qualcosa di ciò che immaginava è diventato reale.