• Parigi, 5 maggio 2026

    Il museo D’Orsay a Parigi

    Quanta vita c’è dentro gli sguardi dei quadri di Renoir, nei danzatori di una sera al Moulin de la Galette, a Montmartre. Quanta contemplazione immobile c’è nella stasi di Monet, nei soggetti sempre uguali in cui cambia solo la luce, nei cieli che si colorano in modo sempre diverso, nelle ninfee e nei salici piangenti che confondendosi con l’acqua giungono nel tempo quasi a tendere verso l’astratto. All’epoca, tutto questo era rivoluzionario. Era rivoluzionario rappresentare la vita mondana in tele di grande formato, dare dignità artistica a un flirt durante una colazione, ed era rivoluzionario rappresentare le immagini impastate del mattino al porto di Le Havre, quel momento in cui gli oggetti ancora appaiono indefiniti e in cui tutto oscilla tra esistenza e assenza, tra ciò che è e ciò che evoca.

    Alcuni quadri degli anni di Giverny di Monet al Musée Marmottan

    Monet sembra raffigurare il punto in cui l’oggetto svanisce per smarrirsi in un tutto fatto di luce e colori. Nei passaggi dai primi quadri impressionisti alle opere realizzate negli anni di Giverny si assiste al passaggio dalla presenza di un contesto definito, fatto di edifici, talora persone, piante, cielo a una vaghezza in cui solo la luce è certa, mentre non si sa più se ciò che si vede sia un salice piangente o il ponte giapponese del giardino della casa del pittore. L’astrazione dal soggetto lascia che il mattino o la notte definiscano la scena e che dunque ciò che si guarda non sia più un’immagine che appartiene al pittore, ma un richiamo per ricordi privati, per altri pomeriggi estivi o altre sere invernali in cui il riflesso del sole o del crepuscolo sulle acque riproduceva impressioni simili. Sedersi al centro della sala finale del museo Marmottan è situarsi in un luogo di confine tra il presente il ricordo, in un ponte verso la pura contemplazione dei giorni d’infanzia e quelle acque su cui si riflettono confuse ombre di piante e fiori diventano quelle del Mediterraneo in una mattina di un’altra età.

    “Ballo a Bougival” di Renoir, temporaneamente ospitato al museo D’Orsay

    Monet si perde, lascia svanire la concretezza dei giorni, degli anni e perfino delle figure in favore delle pure variazioni della luce, come in un processo di riduzione all’essenziale, al puro vedere prima che la coscienza dia una forma e un nome alle cose di cui parla Husserl e su cui scrive anche Lévinas in uno dei suoi primi saggi. Renoir invece vive di un presente situato, cerca di cogliere il momento che verrà dimenticato, la frase detta a mezza voce, il frammento che non entrerà mai nei ricordi e che andrà solo a costituire una parte di una memoria essenziale – “Quella sera sono stato bene” – pronta a svanire di fronte a questioni più importanti. In fondo, entrambi si situano prima del racconto, prima della narrazione, in quel fluire dell’esistenza che precede l’organizzazione delle sensazioni nell’io narrativo, che precede la formazione di parole che diano significato (o condannino all’oblio) quel momento. Monet situa la sua contemplazione nella natura, Renoir nell’immersione in un flusso di sensazioni ed emozioni dato dallo scambio festoso con altri esseri umani. Entrambi, però, si pongono ai primordi della coscienza, in uno stato in cui si sa di esistere ma non si è completamente consapevoli di chi si è, in cui si è sospesi tra le percezioni e il senso che esse prenderanno nel nostro percorso di vita.

    Il “Ballo al Moulin de la Galette” di Renoir al Museo D’Orsay

    Forse, penso, è quello che mi serve in questa fase del mio percorso di vita, in cui i vecchi riferimenti sono caduti e il senso è da costruire. Tutto si muove oscillando tra la contemplazione e il ricordo e la ricerca dell’immediatezza di momenti che permettano di vivere qualcosa di nuovo. Nei colori senza forma del presente, emergono gli entusiasmi per le storie di ieri (come quella del Maggio che mi ha guidato all’inizio di questo viaggio), le strade non percorse non sono più occasioni perdute ma possibilità da utilizzare come rimedio alla caduta del vecchio mondo, il tempo collassa irrimediabilmente sul presente.

    Un altro quadro degli anni di Giverny di Monet al Musée Marmottan

    E dunque rimango lì, nel presente che si specchia nell’astrazione delle Ninfee degli ultimi anni di Monet, mentre emergono immagini indistinte provenienti dalla mia e da altre storie. E mi sembra di comprendere meglio Monet e Renoir.

    Vista dal Museo D’Orsay
  • Parigi, 5 maggio 2026

    L’Hôtel des Invalides

    La sera del cinque maggio mi trovo a fermarmi davanti all’Hôtel des Invalides, dove è sepolto Napoleone. Forse dovrei essere molto più a nord, nel cimitero di Montmartre, sulla tomba di Stendhal, perché la mia fascinazione adolescenziale per il generale corso è strettamente legata alla lettura febbrile in pochi giorni della Certosa di Parma e del Rosso e il Nero nei primi giorni d’autunno del 2009. Allora, la nostalgia di Stendhal per i giorni dell’Impero e la fuga da casa di Fabrizio del Dongo per unirsi all’esercito francese a Waterloo sapevano dell’entusiasmo di quei giorni dell’adolescenza, quando tutto sembrava a portata di mano e si poteva costruire il futuro semplicemente con la forza dei propri desideri. Che poi in realtà io, all’epoca, volevo soprattutto scrivere, senza rendermi conto che non si può scrivere senza aver vissuto, non si può comprendere la realtà senza averla attraversata, non si può apprendere il mondo dalle parole di altri riportate sulla carta e poi raccontarlo. Sapevo poco dell’esistenza, comprendevo poco la filosofia, materia che anni dopo avrei amato, e rimanevo a letto, malato, a leggere di Napoleone tra le pagine di Stendhal e quell’immersione adolescenziale nell’amore e nella politica di Fabrizio era tutto quello che contava e intersecando quella lettura a quella di Nadja di Breton sognavo un amour fou che mi facesse sentire un po’ come il personaggio di un romanzo. Oggi sono molto più disincantato, mentre passo davanti all’Hôtel des Invalides nell’anniversario della morte di Napoleone e una coppia di tedeschi mi chiede di fotografarla di fronte al Dôme – trovo ironico che il luogo in cui è sepolto il conquistatore d’Europa sia meta di pellegrinaggio anche da parte di chi all’epoca subì l’invasione francese, ma del resto la figura dell’imperatore è stata oggetto di sentimenti misti anche tra i suoi contemporanei, da Beethoven che gli dedicò la sinfonia Eroica per poi cambiare idea a Foscolo che lo accolse come liberatore per poi rimanere deluso dal trattato di Campoformio. Forse, anche loro parteciparono, per breve tempo, di quell’entusiasmo che mi fu trasmesso da Stendhal e che tuttora forse ancora passa a chi legge nel titanismo di chi lotta contro tutti per portare i valori della Rivoluzione la possibilità di cambiare radicalmente, di trasformare rapidamente il mondo.

    I cannoni di fronte alla facciata dell’Hôtel des Invalides

    Ma oggi sono molto più disincantato e i sogni dell’adolescenza si sono trasformati nella consapevolezza dell’età per cui ogni cambiamento richiede tempo, organizzazione, richiede quiete per analizzare e pensare soluzioni, richiede la forza di non farsi sconfiggere dalla rassegnazione e dall’impressione dell’eterno ritorno dell’uguale. Forse, crescere vuol dire anche questo.

  • Parigi, 4 maggio 2026

    Le Ninfee di Monet al Museo dell’Orangerie

    Scende una pioggia sottile su Parigi, con la costanza che può avere il maltempo in primavera, quando la stagione sembra ancora indecisa se retrocedere verso l’inverno o aprirsi infine all’estate. La cantava Manu Chao, anni fa, la pioggia di Parigi, riferendola però all’autunno. Sous la pluie fine, l’automne est las, cantava, e sa un po’ di autunno, questa pioggia che ci accompagna mentre nel giardino delle Tuileries attendiamo di entrare al museo dell’Orangerie per vedere le grandi tele delle Ninfee di Monet. All’interno, l’invito alla meditazione segnato sulla porta viene sistematicamente violato dal chiacchiericcio dei visitatori, ma si riesce comunque a osservare lo scorrere della luce del giorno sul frammento di acqua, salici e ninfee dipinto da Monet, il passaggio tra le luci tenui del mattino e la luce intensa del mezzogiorno, quindi il progressivo svanire serale fino all’oscurità. Passo per due volte nelle due sale, cercando di immaginare per ogni quadro il momento del giorno e recuperando nella memoria immagini che sanno di estate, delle variazioni della luce sul mare, di calore, in questo autunno precoce parigino. Le ombre della luce sull’acqua sono forse ciò che più mi manca delle estati dell’infanzia. Si poteva rimanere lì a guardare il riflesso mutare mentre il cielo si apriva al mezzogiorno e poi si chiudeva nell’imbrunire e non c’era direzione da dare alla vita o alla giornata, solo guardare, muoversi, rimanere là e l’estate era un presente che non sarebbe mai finito. Ripenso a come, in adolescenza, ritrovai quella sensazione nelle immagini d’infanzia senza tempo della Combray di Proust, nel primo libro della Recherche. Il tempo immobile è scrutare i riflessi sull’acqua e in queste sale, mentre una coppia di giapponesi in abito tradizionale si fotografa davanti a un quadro, osservo come allora il variare delle luci sul ruscello di Giverny, studiate anno dopo anno, stagione dopo stagione da Monet.

    Ancora le Ninfee, rappresentate in un altro momento del giorno

    Sous la pluie fine l’automne est las e il pomeriggio si trascina quasi stanco per le strade dell’Île de la Cité, tra Notre-Dame e il Quai des Orfèvres raccontato da Simenon. La chiesa ristrutturata dopo l’incendio ha un candore quasi irreale e non ha più l’imponenza minacciosa che mi colpì quando, da bambino, ci entrai per la prima volta. Sulla metro, un chitarrista suona Bella Ciao mentre due ragazze vicino al vetro leggono. Si vedono molte persone, prevalentemente donne, intente a leggere sulla metro parigina, abitudine del tutto assente sulla tramvia fiorentina, e mi chiedo se ci siano delle tratte maggiormente attraversate dalle lettrici. Mi riprometto di controllare se Augé abbia affrontato il tema nell’Etnologo sul metrò.

    L’interno di Notre-Dame

    È stata una giornata di pioggia, di luce, di frammenti raccolti tra le vecchie case intorno a Notre-Dame e giù nel metro. È stata una giornata di osservazione del tempo, che passa e che porta con sé variazioni atmosferiche dell’umore, legate a una breccia tra le nuvole o a una canzone ascoltata casualmente. Le acque della Senna sono inquiete. Domani, forse, questo autunno stanco lascerà il posto alla primavera.

    Parigi sotto la pioggia
  • Parigi, 3 maggio 2026

    Le Consulat a Montmartre

    Montmartre, a sera, ha qualcosa di familiare. Mi riporta ai miei vent’anni, a quando mettevo come sfondo del desktop la foto del Consulat e studiavo francese con la speranza di andare, dopo la fine degli studi in Medicina, a fare il concorso per la specializzazione a Marsiglia. È un mondo passato, quello che riemerge mentre le luci del crepuscolo che lasciano ancora vedere Parigi davanti alla chiesa del Sacro Cuore si intersecano con l’illuminazione artificiale dei locali nelle strade interne. Quanto ci vuole ad essere adulti, mi chiedo, quando tempo impiega ogni nostro atto per portarci verso la strutturazione che dal caos dell’identità adolescenziale ci fisserà entro alcune direttrici precise, che rimarranno poi definite? Quando ricominciai a studiare francese avevo vent’anni, attraversavo il dolore di non aver trovato nello studio della Medicina quella spinta umanistica che mi aveva fatto entusiasmare negli anni del liceo classico. Riprendere in mano, sulla spinta dell’impulso di un giorno, quella lingua, lasciata da parte ormai da anni, dopo le scuole medie, era un modo per recuperare qualcosa, per sentirmi altrove rispetto a dove mi trovavo. Ancora una volta, era la creazione di un’identità alternativa, la speranza di una partenza verso la collina di Montmartre o di una palingenesi, mentre ascoltavo le opere teatrali registrate su France Culture e mi appassionavo a discutibili dibattiti politici negli anni di passaggio da Hollande a Macron. Qui, a sera, a Montmartre, tutto torna intero, le identità si ricongiungono e quel tempo di allora torna ad avere un senso, una direzione, quella maledetta direzione che, quando manca, ci fa sentire di aver sbagliato strada, di aver fatto un passaggio a vuoto nel nostro lineare viaggio dell’eroe.

    La Maison Rose a Montmartre

    Forse la colpa di tutto è di Campbell, citato a più riprese ieri al museo del Luxembourg durante una mostra su Leonora Carrington. Forse la colpa di tutto è di quell’idea di orizzontalità dei tragitti che la cultura occidentale porta con sé, della percezione che la vita sia un viaggio che conduce verso un fine definito e che con le nostre azioni ci avviciniamo o ci allontaniamo da quel fine, attraversando varie vicissitudini. Ho anche studiato il viaggio dell’eroe, la chiamata alla partenza, la caverna più profonda, il raggiungimento della meta. Eppure, ho sentito spesso il richiamo delle narrative orientali, in cui gli obiettivi definiti sono minori, in cui l’individuo e i suoi scopi cedono il posto a una collettività che si muove e che interagisce. E poi so bene che il senso è un nostro bisogno, è il modo che abbiamo per spiegarci un mondo che in realtà procede secondo dinamiche spesso caotiche.

    Nei pressi di Place des Vosges

    Stamani, passate Place des Vosges e le case basse del quartiere di Marais, il museo Picasso mi faceva riflettere proprio su questo. Immergendomi nei cambiamenti di stile di un artista che in passato apprezzavo poco e che ora, complici due viaggi a Barcellona con annessa visita al locale museo, sto imparando ad amare, mi colpiva come spesso i passaggi artistici fossero legati a eventi casuali, al suicidio di un amico, alla scoperta dell’arte africana, all’emarginazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale, alle difficoltà del dopoguerra, all’entusiasmo creativo degli ultimi anni sul Mediterraneo. Di Picasso avevo sempre mal digerito l’assenza di linearità, il passare dalla ripresa delle maschere africane delle Demoiselles d’Avignon al cubismo, dalla frammentazione della prospettiva del cubismo ai ritratti deformati e colorati, dalle deformazioni dei volti e dalle vivide campate di colore alla maniera di Matisse alle sperimentazioni surrealiste. Ora penso di comprendere meglio la sua assenza di linearità. In fondo, la permanenza di un singolo stile è qualcosa che serve a chi guarda per spiegarsi in modo rassicurante che i passaggi della vita non ti allontanano dal tuo scopo, dalla metà ultima del tuo viaggio dell’eroe. Gli sbalzi di stile di Picasso, spesso violenti e improvvisi, invece rimandano a un’esistenza che porta a raccontarsi ogni volta in modo diverso, non programmato, secondo delle linee che spesso divergono da ciò che le precedeva. A volte, alcuni elementi del passato ritornano, ma riemergono in un contesto diverso, in una storia che ormai ha imparato a raccontarsi in modo diverso e che dunque ingloba gli interessi di altre età in una modalità narrativa totalmente mutata.

    Marais dalle finestre del Musée Picasso

    Dalle finestre del museo Picasso, sembra di vedere la Parigi di Sempé, un altro richiamo al mondo di ieri che trova una collocazione nel filone narrativo odierno. Nel pomeriggio, al Louvre, la prospettiva aerea della Vergine delle Rocce di Leonardo e le Nozze di Cana del Veronese mi riportano a diciotto anni, sui banchi del liceo, alla voce della mia professoressa di Storia dell’Arte che, a un passo dalla pensione, aveva un entusiasmo invidiabile e sottolineava il nome di ogni artista accostando aggettivi come “Mitico”. Non ho trovato la scimmia tra i molteplici personaggi e oggetti raffigurati nelle “Nozze di Cana”, mentre cercavo di evitare la folla che si dirigeva in modo deciso verso la Gioconda, situata alle mie spalle. In compenso, ho individuato, in primo piano, Tiziano che suona il contrabbasso, in una delle prime rappresentazioni del mio strumento. Tutto sembra avere senso, ancora una volta, direbbe Campbell. Ma sono giorni di oscillazione dei significati e dunque so già che a breve mi sentirò diverso e che il breve momento in cui tutto si tiene svanirà di nuovo nella frammentazione del senso.

    Ancora Montmartre
  • Parigi, 2 maggio 2026

    La Closerie des Lilas a Montparnasse

    Di fronte alla tomba di Sartre nel cimitero di Montparnasse, coperta di baci rivolti prevalentemente, per come pare di comprendere dalle scritte, a Simone de Beauvoir, sepolta con lui, mi chiedo quanto delle letture, delle parole e delle voci che mi hanno reso quello che sono sia nato nelle strade della città che mi circonda. Sono venuto a Montparnasse alla ricerca della generazione perduta, degli scrittori americani che negli anni Venti si smarrirono nelle notti di Parigi abitando in questi luoghi, incontrandosi, scontrandosi, ubriacandosi. Sono venuto alla ricerca dei luoghi letti tra le pagine di Festa mobile di Hemingway ed evocati nelle nostalgie pittoresche di Woody Allen in Midnight in Paris, di quegli scambi che si sviluppavano tra La Coupole e Le Select, sul Boulevard de Montparnasse. Forse, sono venuto principalmente alla ricerca di Scott Fitzgerald, che in un autunno lontano, quando avevo diciassette o diciotto anni, mi illuminò con le pagine di Tenera è la notte.

    La Rotonde a Montparnasse

    Ho sempre avuto difficoltà a leggere narrativa. Non difficoltà pratiche – mi piace leggere storie. Difficoltà nel legittimarmi la lettura, nell’ammettere a me stesso che il tempo dedicato a quel racconto fosse tempo di crescita, tempo di arricchimento. È una difficoltà che non c’era negli anni della scuola, quando i romanzi da leggere entravano in uno stretto canone per cui non c’era il rischio di sbagliare, ma che comparve sempre più a partire dalla fine del liceo, quando la scelta su cosa leggere era totalmente mia e così il rischio di sbagliare e di affrontare un testo di narrativa che alla fine non mi lasciasse niente. Per questo, forse, sono affezionato ai primi romanzi che scelsi da solo e che mi portarono a riflettere e a sviluppare il mio modo di vedere il mondo, a partire da Cent’anni di solitudine, fino ad arrivare, appunto, a Tenera è la notte. Anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione dei libri non letti e all’amore sviluppato per i marinai di Alvaro Mutis, per i racconti di Osvaldo Soriano e per la malinconia di Jean-Claude Izzo, avrei ricordato il giorno in cui iniziai a conoscere quei personaggi smarriti in Costa Azzurra, quella storia d’amore che, appresi in seguito, nascondeva tratti della relazione tra lo stesso Scott Fitzgerald e la moglie Zelda. Avevo improvvisamente trovato qualcosa di mio al di fuori delle strade segnate dai libri consigliati dai professori e dai testi scolastici. Forse, avevo anche imparato a conoscere la mia fascinazione per l’esilio, per chi si sente fuori posto ovunque e dunque fugge nel mondo senza trovare davvero un luogo in cui trovare rifugio dalla malinconia e dalla nostalgia per un posto che non esiste. Anche Scott Fitzgerald fu esule e lo fu, per qualche tempo, proprio in queste strade, in questi café di Montparnasse e lo immagino camminare di notte in queste strade alla ricerca di un tempo e di un luogo che gli appartenessero.

    Frammenti di Montparnasse

    Di fronte alla tomba di Sartre, penso a un suo testo divulgativo letto a vent’anni, sul fatto che siamo liberi di dare il senso che desideriamo alla nostra vita. L’esistenza precede l’essenza, esistiamo e solo dopo ci definiamo. A quell’epoca mi sentivo intrappolato in un senso della vita che non mi apparteneva, nonostante comprendessi i passaggi che avevo fatto per costruirlo, e mi sembrava impossibile che potessi strutturare qualcosa che sentissi maggiormente mio attraverso le mie azioni, prescindendo dal caso o da cambiamenti radicali. Oggi, sento che il cerchio si è chiuso, che, nonostante mi senta fuori posto e benché mi sentirò probabilmente sempre così, almeno un po’, ho recuperato una coerenza tra i desideri e le azioni, tra la vita che ho e i miei valori e sogni. E dunque, qui a Montparnasse, ripenso a quello che sono, alle parole che mi hanno permesso di costruirmi e a come molte di esse vengano da qui.

    L’interno della chiesa di Saint-Germain-des-Prés

    Il pomeriggio, dopo un passaggio attraverso Saint-Germain de Près e i suoi negozi di lusso, mi porta verso la Rive Droite, verso il Louvre, verso i palazzi del potere, verso Place de la Concorde in cui fu ghigliottinato il re. Frammenti di un’altra storia, apparentemente lontanissima sia dalle vicende di maggio intorno alla Sorbona, sia dagli americani inquieti nelle notti di Montparnasse. Eppure, è tutto avvenuto qui e ogni strada rimanda ad altri tempi, ad altri volti, ad altri racconti.

    Rue Bonaparte a Saint-Germain-des-Prés
  • Parigi, 1 maggio 2026

    Place de la Sorbonne

    “Sotto il selciato, la spiaggia” penso mentre, girando nel quartiere latino, ritrovo alcune zone in cui ancora l’asfalto non ha inghiottito quei sampietrini che nei giorni del Maggio ’68 venivano strappati e usati contro la polizia. Tutto, attraversando questi luoghi a quasi sessant’anni da quelle barricate, sembra profondamente cambiato e ora su Boulevard Saint-Michel e su Boulevard Saint-Germain scendono pigramente i turisti serali, mentre la Rue Mouffetard è piena di un chiacchiericcio disimpegnato – due ragazze discutono di una conversazione avuta da una di loro con un tipo, più in là persone in coda attendono di mangiare una crêpe e il tempo di ieri si nasconde sotto il flusso che attraversa il Quartiere Latino, ora disperdendosi, ora concentrandosi.

    Place de la Contrescarpe

    Improvvisamente, girando da Rue de Saint-Jacques, mi trovo davanti la Sorbona, silenziosa in una strada vuota. La mia ricerca di un tempo perduto, di un tempo che ha attraversato queste strade e che ora risuona solo in quello che leggo e che desidero, improvvisamente giunge ad un punto di contatto tra la realtà del luogo e le mie fantasie del passato. E sembra quasi di vederli, quei ragazzi di maggio, in questa notte silenziosa, mentre le luci della Place de la Sorbonne illuminano i rari passanti e la grandiosità del Pantheon, poco lontano, sembra attutita dall’oscurità. Sembra di sentire il rumore delle discussioni durante i giorni delle barricate, le voci di un movimento senza volto e senza nome, alla ricerca, come scrive Quattrocchi, non solo del pane, ma anche delle rose, non solo del cambiamento sociale, ma anche di un benessere esistenziale. Il desiderio dissidente, come lo chiamò Fachinelli, quel desiderio di cambiamento che non si ferma su un obiettivo o su delle rivendicazioni da ottenere, ma che si supera sempre senza strutturarsi in una gerarchia con dei capi e delle ideologie stabili, è nato qui, dopo l’abbandono di Nanterre da parte del movimento studentesco.

    Rue Mouffetard

    Mi trovo quasi a commuovermi, in questa notte parigina lontana da tutto, lontana da quel mondo di allora, mentre la stabilità delle pietre degli edifici continua a unire passato e presente. Da un anno studio il Sessantotto, il lungo Sessantotto italiano, il Maggio Francese, come tentativo di trovare una risposta alle incongruenze del presente, al realismo capitalista che non vede alternative all’esistente e a volte fa sentire soffocati da un futuro che si prospetta come l’eterno ritorno dell’uguale. Allora, si avvertiva come oggi la necessità di associare al miglioramento delle condizioni di vita la possibilità di ritrovare una costruzione del Sé che consentisse di essere felici, nella consapevolezza che qualsiasi lavoro, con qualsiasi trattamento economico, poteva diventare alienante in assenza di creatività e di libertà. Che l’alienazione non stava nelle maggiori o minori ore in fabbrica o in ufficio, ma nell’assenza di qualcosa che sottraesse alle dinamiche anonimizzanti e standardizzanti per cui tutti devono fare la stessa cosa, nello stesso modo, per tutto il tempo e il tempo libero serve solo a recuperare le forze per ricominciare a produrre, non a sviluppare la propria identità in una dimensione altra da quella del lavoro. A diciotto anni scrivevo sul diario un vecchio slogan surrealista, “Trasformare il mondo, cambiare la vita”. A trentacinque, mentre da Place de la Sorbonne mi sposto verso il Pantheon e intravedo da lontano la Torre Eiffel illuminata, forse sono ancora lì, sospeso tra il desiderio di un cambiamento esistenziale e le istanze di lotta sociale. Forse, questi edifici non sono solo il ponte tra due età della storia di questa città. Sono anche una sorta di madeleine proustiana tra due fasi della mia vita e riportano l’energia della mia adolescenza all’uomo che sono oggi, più consapevole, ma non ancora rassegnato.

  • Mao, Mao

    Con quali parole racconterò la primavera? Me lo chiedo a tarda notte, mentre guardo sul divano La chinoise di Godard, con la sua narrazione a scossoni, con le interviste intervallate dalle citazioni di Mao lette ad alta voce. Il mondo che cambia ha bisogno di parole nuove, eppure il vocabolario che sento di avere è ancora quello di ieri, è ancora quello con cui ho dato il senso ad altri anni, ad altri giorni, a un tempo che è scomparso e che non ha senso credere ancora presente.

    Giorni fa, durante un cineforum, parlavamo della difficoltà di trovare parole per raccontarsi e di come queste parole a volte possano venire dalla letteratura, dalla poesia. Per me spesso è stato così, in tempi incerti. Ho spiegato a me stesso la solitudine dei miei vent’anni aggrappandomi alla malinconia di Izzo, oppure ai marinai sperduti nel Caribe di Mutis. Ora siamo di nuovo, come allora, in un luogo che non ha un senso predefinito, un luogo sconosciuto a cui dare un nome. Rispetto ad allora, è un luogo che oltre alla tristezza per ciò che è perduto porta con sè l’entusiasmo per ciò che potrebbe arrivare. Porta, come la primavera, la stanchezza per l’inverno passato e l’attesa confusa per il rinnovamento dell’estate.

    Sul comodino, un libro di Quattrocchi sul Maggio Francese parla di altre speranze, in altri tempi, e così un libro di Basaglia, abbandonato al suo fianco. Rispetto ai personaggi della Chinoise, ritratti con ironia da Godard, ho meno certezze e non ho un Mao da cui farmi dare un senso. Forse ho un cosplay del Maggio Francese a sostenermi, un’immersione in quel passato associata al desiderio di attualizzarlo. Ci penso leggendo Mattia Salvia, secondo cui la politica è diventata un cosplay del passato (e forse, come lui stesso osserva riprendendo l’analisi di Marx sull’ascesa di Napoleone III, non è una novità). Ma come sempre non mi immergo troppo nelle parole degli altri e questo lascia l’instabilità, lascia la necessità di spostarsi sempre da un senso all’altro, lascia la gioia dell’esplorazione.

  • In merito alle cose dette e taciute
    e in merito anche a quelle solo immaginate
    in merito alle accuse e alle autoaccuse
    ai sensi di colpa e alle vendette
    in merito alle questioni sollevate
    e alle mille domande poste nel tempo
    in merito a una sera di primavera a inseguire l’adolescenza
    alle mattine di Capodanno a suonare Strauss
    e alle notti dell’età adulta dietro a troppi libri o film
    riconosco
    di aver giocato troppo con le parole e con i giorni
    di aver trasformato la realtà più di quanto necessario
    di aver cercato nell’arte la salvezza
    dallo scorrere incessante della vita
    confesso
    di non aver compreso altro senso che quello minimo leopardiano
    l’odore della ginestra
    la vicinanza delle anime che salva dall’abisso
    ammetto
    di essermi illuso troppe volte
    di aver inseguito troppe storie
    di essermi sentito troppo spesso
    tra le onde del mare di un’altra estate
    nella pelle di altre età
    svanite dalla concretezza degli anni.

    Cosa dirvi
    se non che mi sono smarrito
    che ho trovato dietro ogni svolta casuale della strada
    un luogo che fosse casa
    che sono partito all’alba di migliaia di inverni
    senza salutare i volti di ieri
    Cosa dirvi
    se non che sono stato Zeno, Emma, Marcel
    che sono inciampato sui racconti come si inciampa sull’esistenza
    e inciampando non ho trovato niente
    non il lampo che illumina il vuoto
    non il canto delle sirene al largo sul Mediterraneo
    giusto la polvere della strada
    e il senso di sospensione prima di rialzarsi
    che poi alla fine era bello stare lì
    tra i sassi dello sterrato
    dove nessuno chiede di dare una ragione al tempo
    o di essere l’Odisseo del tuo viaggio senza eroi.

    Tra i sassi dello sterrato
    conta solo la terra che sporca le scarpe
    il corpo che preme sulle ginocchia
    la mano che aiuta a rialzarsi
    non il futuro che non riuscirai a creare
    non l’illusione di investire su te stesso.

    Dunque, in conclusione
    in merito a tutto, in merito all’esistenza
    alle occasioni perdute e a quelle sprecate
    al talento disperso in parole scivolose in una notte ubriaca
    confesso
    di essermi seduto sul ciglio della strada
    di aver fissato le foglie accumulate sull’asfalto
    e gli scoiattoli in fuga verso gli alberi lontani
    e di essere rimasto lì, a scrivere queste parole
    a ripensare a mille poesie lette troppe volte
    a respirare il tempo di non dare senso al tempo
    ad abbracciare il nulla di un vuoto di senso
    e ammetto
    di essere stato felice
    anzi, riconosco
    di essere felice.

  • Canto di Natale

    Cosa rimane
    di un tempo che muore alla fine dell’anno
    -ancora, le opere dei giorni ci hanno sfiancato
    senza distruggerci del tutto
    ancora, il tempo della fatica ha ostruito la gioia
    ancora il futuro è un ripetersi stanco
    un brano minimalista nella melodia dei secoli.

    Cosa rimane
    di questi morti inspiegabili all’inizio della primavera
    dei morti di Natale distrutti dalla solitudine
    Attendiamo di nuovo l’estate, venuta e scomparsa
    e ogni giorno non si rinasce, non ora, non qui.

    Nulla rimane
    dei romanzi che ho fatto e disfatto nella mente
    costruendone l’atmosfera ma mai la trama
    intravedendone i volti ma mai le storie
    È così difficile narrare la sera di fronte al fuoco
    è così difficile serrare tra le dita
    le storie di un mondo che fugge
    spargendosi nelle mille luci di televisori accesi
    di schermi di voci di volti
    Restano solo poesie
    schegge di senso nella realtà smarrita
    nelle rovine delle tesi antitesi sintesi
    in cui credette qualcuno, forse
    non noi
    che non crediamo agli eroi.

    Non leggiamo più allo stesso ritmo
    hai detto mentre l’inverno incalzava
    sull’aereo che tornava sorvolando Roma
    -in America credevano ancora agli eroi
    e fuggivano il disincanto dell’Europa.
    Eravamo, allora, uomini delusi di ritorno dall’abisso
    e il tempo migliore era quello della nostalgia
    prima dei morti da rimpiangere nel giorno di Natale
    prima dei racconti di famiglia che si spengono in Dicembre
    prima di tutto quando tutto era intero.

    Al ritorno hai iniziato a leggere Adorno
    che sapeva la differenza tra il bene e il male
    in musica, la necessità di contrastare l’arte come prodotto
    attraverso la solitudine che svuoti di ogni senso
    Sulla High Line, tuttavia, niente era chiaro
    Il sole tramontava sull’Hudson scendendo su Brooklyn
    e le macchine acceleravano tra le case di Chelsea, dirette a nord
    più giù, il Chelsea Hotel, Cohen e qualche altro ricordo.

    In fondo
    il senso di questo tempo vuoto è il tuo sorriso quando rientro a casa
    forse banale così impoetico
    così poco eroico negli echi del traffico
    il senso è nel contatto inatteso nella tua voce al telefono che mi dice che mi aspetti
    e pensare che in fondo
    sarà bello vedersi.

    Viviamo un tempo di brevi respiri
    dove la vita è in un ricordo d’amore su un letto disfatto
    viviamo rubando i residui di ciò che siamo
    ai mesi che cancellano i mesi e le storie
    Intanto l’anno muore nella rigida continuità dei giorni
    che ripetendosi non significano
    come parole
    dette troppe volte.

  • Una volta ti piaceva la parola frammenti
    rimasugli pezzi
    ti sembrava adatta per raccontare
    i giorni spezzati dall’assenza di senso
    Fuori piove
    un tempo hai camminato sulla Quinta fino alla Trump Tower
    e hai osservato un figurante imitare il Presidente
    e nella notte che scendeva invitare a entrare, prego, accomodatevi

    Le storie d’amore non hanno mai lieto fine
    si disperdono nella quieta irrequietezza dei giorni
    e gli sguardi sono più tenui ma non assenti
    e il calore si disperde ma non scompare
    Novembre nega che possa esserci stata un’estate
    nega la possibilità della felicità passata
    del tempo trascorso a rincorrere un libro
    un entusiasmo
    sulle rive di un mare conosciuto

    Di sera, a teatro,
    prima dello spettacolo alzarono le lampade e le fecero rientrare nel soffitto
    misero all’asta un quadro
    riprodussero per la millesima volta la stessa scena
    E tu guardavi, perché non avevi mai visto
    e le cose vecchie ti parvero nuove
    non le avevi mai comprese forse
    o forse era scomparso in te l’uomo che le comprendeva
    lasciando spazio a uno sconosciuto curioso

    Le storie d’amore non hanno mai lieto fine
    tra l’odore di marijuana in Washington Square le case rosse del Village
    potremo mai essere di nuovo felici?
    Il giorno della partenza scrutammo le villette del Queens
    e le trovammo fragili con le loro pareti in legno
    e bastava il vento per abbatterle
    come le storie d’amore senza lieto fine
    come le vie degli scoiattoli in fuga per Central Park
    come il tempo della stanchezza in cui tutto diviene nuovo
    e ogni frammento è diverso
    e le angosce del tuo vuoto
    hanno un volto sconosciuto.