La sera del cinque maggio mi trovo a fermarmi davanti all’Hôtel des Invalides, dove è sepolto Napoleone. Forse dovrei essere molto più a nord, nel cimitero di Montmartre, sulla tomba di Stendhal, perché la mia fascinazione adolescenziale per il generale corso è strettamente legata alla lettura febbrile in pochi giorni della Certosa di Parma e del Rosso e il Nero nei primi giorni d’autunno del 2009. Allora, la nostalgia di Stendhal per i giorni dell’Impero e la fuga da casa di Fabrizio del Dongo per unirsi all’esercito francese a Waterloo sapevano dell’entusiasmo di quei giorni dell’adolescenza, quando tutto sembrava a portata di mano e si poteva costruire il futuro semplicemente con la forza dei propri desideri. Che poi in realtà io, all’epoca, volevo soprattutto scrivere, senza rendermi conto che non si può scrivere senza aver vissuto, non si può comprendere la realtà senza averla attraversata, non si può apprendere il mondo dalle parole di altri riportate sulla carta e poi raccontarlo. Sapevo poco dell’esistenza, comprendevo poco la filosofia, materia che anni dopo avrei amato, e rimanevo a letto, malato, a leggere di Napoleone tra le pagine di Stendhal e quell’immersione adolescenziale nell’amore e nella politica di Fabrizio era tutto quello che contava e intersecando quella lettura a quella di Nadja di Breton sognavo un amour fou che mi facesse sentire un po’ come il personaggio di un romanzo. Oggi sono molto più disincantato, mentre passo davanti all’Hôtel des Invalides nell’anniversario della morte di Napoleone e una coppia di tedeschi mi chiede di fotografarla di fronte al Dôme – trovo ironico che il luogo in cui è sepolto il conquistatore d’Europa sia meta di pellegrinaggio anche da parte di chi all’epoca subì l’invasione francese, ma del resto la figura dell’imperatore è stata oggetto di sentimenti misti anche tra i suoi contemporanei, da Beethoven che gli dedicò la sinfonia Eroica per poi cambiare idea a Foscolo che lo accolse come liberatore per poi rimanere deluso dal trattato di Campoformio. Forse, anche loro parteciparono, per breve tempo, di quell’entusiasmo che mi fu trasmesso da Stendhal e che tuttora forse ancora passa a chi legge nel titanismo di chi lotta contro tutti per portare i valori della Rivoluzione la possibilità di cambiare radicalmente, di trasformare rapidamente il mondo.
I cannoni di fronte alla facciata dell’Hôtel des Invalides
Ma oggi sono molto più disincantato e i sogni dell’adolescenza si sono trasformati nella consapevolezza dell’età per cui ogni cambiamento richiede tempo, organizzazione, richiede quiete per analizzare e pensare soluzioni, richiede la forza di non farsi sconfiggere dalla rassegnazione e dall’impressione dell’eterno ritorno dell’uguale. Forse, crescere vuol dire anche questo.
Scende una pioggia sottile su Parigi, con la costanza che può avere il maltempo in primavera, quando la stagione sembra ancora indecisa se retrocedere verso l’inverno o aprirsi infine all’estate. La cantava Manu Chao, anni fa, la pioggia di Parigi, riferendola però all’autunno. Sous la pluie fine, l’automne est las, cantava, e sa un po’ di autunno, questa pioggia che ci accompagna mentre nel giardino delle Tuileries attendiamo di entrare al museo dell’Orangerie per vedere le grandi tele delle Ninfee di Monet. All’interno, l’invito alla meditazione segnato sulla porta viene sistematicamente violato dal chiacchiericcio dei visitatori, ma si riesce comunque a osservare lo scorrere della luce del giorno sul frammento di acqua, salici e ninfee dipinto da Monet, il passaggio tra le luci tenui del mattino e la luce intensa del mezzogiorno, quindi il progressivo svanire serale fino all’oscurità. Passo per due volte nelle due sale, cercando di immaginare per ogni quadro il momento del giorno e recuperando nella memoria immagini che sanno di estate, delle variazioni della luce sul mare, di calore, in questo autunno precoce parigino. Le ombre della luce sull’acqua sono forse ciò che più mi manca delle estati dell’infanzia. Si poteva rimanere lì a guardare il riflesso mutare mentre il cielo si apriva al mezzogiorno e poi si chiudeva nell’imbrunire e non c’era direzione da dare alla vita o alla giornata, solo guardare, muoversi, rimanere là e l’estate era un presente che non sarebbe mai finito. Ripenso a come, in adolescenza, ritrovai quella sensazione nelle immagini d’infanzia senza tempo della Combray di Proust, nel primo libro della Recherche. Il tempo immobile è scrutare i riflessi sull’acqua e in queste sale, mentre una coppia di giapponesi in abito tradizionale si fotografa davanti a un quadro, osservo come allora il variare delle luci sul ruscello di Giverny, studiate anno dopo anno, stagione dopo stagione da Monet.
Ancora le Ninfee, rappresentate in un altro momento del giorno
Sous la pluie fine l’automne est las e il pomeriggio si trascina quasi stanco per le strade dell’Île de la Cité, tra Notre-Dame e il Quai des Orfèvres raccontato da Simenon. La chiesa ristrutturata dopo l’incendio ha un candore quasi irreale e non ha più l’imponenza minacciosa che mi colpì quando, da bambino, ci entrai per la prima volta. Sulla metro, un chitarrista suona Bella Ciao mentre due ragazze vicino al vetro leggono. Si vedono molte persone, prevalentemente donne, intente a leggere sulla metro parigina, abitudine del tutto assente sulla tramvia fiorentina, e mi chiedo se ci siano delle tratte maggiormente attraversate dalle lettrici. Mi riprometto di controllare se Augé abbia affrontato il tema nell’Etnologo sul metrò.
L’interno di Notre-Dame
È stata una giornata di pioggia, di luce, di frammenti raccolti tra le vecchie case intorno a Notre-Dame e giù nel metro. È stata una giornata di osservazione del tempo, che passa e che porta con sé variazioni atmosferiche dell’umore, legate a una breccia tra le nuvole o a una canzone ascoltata casualmente. Le acque della Senna sono inquiete. Domani, forse, questo autunno stanco lascerà il posto alla primavera.
Montmartre, a sera, ha qualcosa di familiare. Mi riporta ai miei vent’anni, a quando mettevo come sfondo del desktop la foto del Consulat e studiavo francese con la speranza di andare, dopo la fine degli studi in Medicina, a fare il concorso per la specializzazione a Marsiglia. È un mondo passato, quello che riemerge mentre le luci del crepuscolo che lasciano ancora vedere Parigi davanti alla chiesa del Sacro Cuore si intersecano con l’illuminazione artificiale dei locali nelle strade interne. Quanto ci vuole ad essere adulti, mi chiedo, quando tempo impiega ogni nostro atto per portarci verso la strutturazione che dal caos dell’identità adolescenziale ci fisserà entro alcune direttrici precise, che rimarranno poi definite? Quando ricominciai a studiare francese avevo vent’anni, attraversavo il dolore di non aver trovato nello studio della Medicina quella spinta umanistica che mi aveva fatto entusiasmare negli anni del liceo classico. Riprendere in mano, sulla spinta dell’impulso di un giorno, quella lingua, lasciata da parte ormai da anni, dopo le scuole medie, era un modo per recuperare qualcosa, per sentirmi altrove rispetto a dove mi trovavo. Ancora una volta, era la creazione di un’identità alternativa, la speranza di una partenza verso la collina di Montmartre o di una palingenesi, mentre ascoltavo le opere teatrali registrate su France Culture e mi appassionavo a discutibili dibattiti politici negli anni di passaggio da Hollande a Macron. Qui, a sera, a Montmartre, tutto torna intero, le identità si ricongiungono e quel tempo di allora torna ad avere un senso, una direzione, quella maledetta direzione che, quando manca, ci fa sentire di aver sbagliato strada, di aver fatto un passaggio a vuoto nel nostro lineare viaggio dell’eroe.
La Maison Rose a Montmartre
Forse la colpa di tutto è di Campbell, citato a più riprese ieri al museo del Luxembourg durante una mostra su Leonora Carrington. Forse la colpa di tutto è di quell’idea di orizzontalità dei tragitti che la cultura occidentale porta con sé, della percezione che la vita sia un viaggio che conduce verso un fine definito e che con le nostre azioni ci avviciniamo o ci allontaniamo da quel fine, attraversando varie vicissitudini. Ho anche studiato il viaggio dell’eroe, la chiamata alla partenza, la caverna più profonda, il raggiungimento della meta. Eppure, ho sentito spesso il richiamo delle narrative orientali, in cui gli obiettivi definiti sono minori, in cui l’individuo e i suoi scopi cedono il posto a una collettività che si muove e che interagisce. E poi so bene che il senso è un nostro bisogno, è il modo che abbiamo per spiegarci un mondo che in realtà procede secondo dinamiche spesso caotiche.
Nei pressi di Place des Vosges
Stamani, passate Place des Vosges e le case basse del quartiere di Marais, il museo Picasso mi faceva riflettere proprio su questo. Immergendomi nei cambiamenti di stile di un artista che in passato apprezzavo poco e che ora, complici due viaggi a Barcellona con annessa visita al locale museo, sto imparando ad amare, mi colpiva come spesso i passaggi artistici fossero legati a eventi casuali, al suicidio di un amico, alla scoperta dell’arte africana, all’emarginazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale, alle difficoltà del dopoguerra, all’entusiasmo creativo degli ultimi anni sul Mediterraneo. Di Picasso avevo sempre mal digerito l’assenza di linearità, il passare dalla ripresa delle maschere africane delle Demoiselles d’Avignon al cubismo, dalla frammentazione della prospettiva del cubismo ai ritratti deformati e colorati, dalle deformazioni dei volti e dalle vivide campate di colore alla maniera di Matisse alle sperimentazioni surrealiste. Ora penso di comprendere meglio la sua assenza di linearità. In fondo, la permanenza di un singolo stile è qualcosa che serve a chi guarda per spiegarsi in modo rassicurante che i passaggi della vita non ti allontanano dal tuo scopo, dalla metà ultima del tuo viaggio dell’eroe. Gli sbalzi di stile di Picasso, spesso violenti e improvvisi, invece rimandano a un’esistenza che porta a raccontarsi ogni volta in modo diverso, non programmato, secondo delle linee che spesso divergono da ciò che le precedeva. A volte, alcuni elementi del passato ritornano, ma riemergono in un contesto diverso, in una storia che ormai ha imparato a raccontarsi in modo diverso e che dunque ingloba gli interessi di altre età in una modalità narrativa totalmente mutata.
Marais dalle finestre del Musée Picasso
Dalle finestre del museo Picasso, sembra di vedere la Parigi di Sempé, un altro richiamo al mondo di ieri che trova una collocazione nel filone narrativo odierno. Nel pomeriggio, al Louvre, la prospettiva aerea della Vergine delle Rocce di Leonardo e le Nozze di Cana del Veronese mi riportano a diciotto anni, sui banchi del liceo, alla voce della mia professoressa di Storia dell’Arte che, a un passo dalla pensione, aveva un entusiasmo invidiabile e sottolineava il nome di ogni artista accostando aggettivi come “Mitico”. Non ho trovato la scimmia tra i molteplici personaggi e oggetti raffigurati nelle “Nozze di Cana”, mentre cercavo di evitare la folla che si dirigeva in modo deciso verso la Gioconda, situata alle mie spalle. In compenso, ho individuato, in primo piano, Tiziano che suona il contrabbasso, in una delle prime rappresentazioni del mio strumento. Tutto sembra avere senso, ancora una volta, direbbe Campbell. Ma sono giorni di oscillazione dei significati e dunque so già che a breve mi sentirò diverso e che il breve momento in cui tutto si tiene svanirà di nuovo nella frammentazione del senso.
Di fronte alla tomba di Sartre nel cimitero di Montparnasse, coperta di baci rivolti prevalentemente, per come pare di comprendere dalle scritte, a Simone de Beauvoir, sepolta con lui, mi chiedo quanto delle letture, delle parole e delle voci che mi hanno reso quello che sono sia nato nelle strade della città che mi circonda. Sono venuto a Montparnasse alla ricerca della generazione perduta, degli scrittori americani che negli anni Venti si smarrirono nelle notti di Parigi abitando in questi luoghi, incontrandosi, scontrandosi, ubriacandosi. Sono venuto alla ricerca dei luoghi letti tra le pagine di Festa mobile di Hemingway ed evocati nelle nostalgie pittoresche di Woody Allen in Midnight in Paris, di quegli scambi che si sviluppavano tra La Coupole e Le Select, sul Boulevard de Montparnasse. Forse, sono venuto principalmente alla ricerca di Scott Fitzgerald, che in un autunno lontano, quando avevo diciassette o diciotto anni, mi illuminò con le pagine di Tenera è la notte.
La Rotonde a Montparnasse
Ho sempre avuto difficoltà a leggere narrativa. Non difficoltà pratiche – mi piace leggere storie. Difficoltà nel legittimarmi la lettura, nell’ammettere a me stesso che il tempo dedicato a quel racconto fosse tempo di crescita, tempo di arricchimento. È una difficoltà che non c’era negli anni della scuola, quando i romanzi da leggere entravano in uno stretto canone per cui non c’era il rischio di sbagliare, ma che comparve sempre più a partire dalla fine del liceo, quando la scelta su cosa leggere era totalmente mia e così il rischio di sbagliare e di affrontare un testo di narrativa che alla fine non mi lasciasse niente. Per questo, forse, sono affezionato ai primi romanzi che scelsi da solo e che mi portarono a riflettere e a sviluppare il mio modo di vedere il mondo, a partire da Cent’anni di solitudine, fino ad arrivare, appunto, a Tenera è la notte. Anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione dei libri non letti e all’amore sviluppato per i marinai di Alvaro Mutis, per i racconti di Osvaldo Soriano e per la malinconia di Jean-Claude Izzo, avrei ricordato il giorno in cui iniziai a conoscere quei personaggi smarriti in Costa Azzurra, quella storia d’amore che, appresi in seguito, nascondeva tratti della relazione tra lo stesso Scott Fitzgerald e la moglie Zelda. Avevo improvvisamente trovato qualcosa di mio al di fuori delle strade segnate dai libri consigliati dai professori e dai testi scolastici. Forse, avevo anche imparato a conoscere la mia fascinazione per l’esilio, per chi si sente fuori posto ovunque e dunque fugge nel mondo senza trovare davvero un luogo in cui trovare rifugio dalla malinconia e dalla nostalgia per un posto che non esiste. Anche Scott Fitzgerald fu esule e lo fu, per qualche tempo, proprio in queste strade, in questi café di Montparnasse e lo immagino camminare di notte in queste strade alla ricerca di un tempo e di un luogo che gli appartenessero.
Frammenti di Montparnasse
Di fronte alla tomba di Sartre, penso a un suo testo divulgativo letto a vent’anni, sul fatto che siamo liberi di dare il senso che desideriamo alla nostra vita. L’esistenza precede l’essenza, esistiamo e solo dopo ci definiamo. A quell’epoca mi sentivo intrappolato in un senso della vita che non mi apparteneva, nonostante comprendessi i passaggi che avevo fatto per costruirlo, e mi sembrava impossibile che potessi strutturare qualcosa che sentissi maggiormente mio attraverso le mie azioni, prescindendo dal caso o da cambiamenti radicali. Oggi, sento che il cerchio si è chiuso, che, nonostante mi senta fuori posto e benché mi sentirò probabilmente sempre così, almeno un po’, ho recuperato una coerenza tra i desideri e le azioni, tra la vita che ho e i miei valori e sogni. E dunque, qui a Montparnasse, ripenso a quello che sono, alle parole che mi hanno permesso di costruirmi e a come molte di esse vengano da qui.
L’interno della chiesa di Saint-Germain-des-Prés
Il pomeriggio, dopo un passaggio attraverso Saint-Germain de Près e i suoi negozi di lusso, mi porta verso la Rive Droite, verso il Louvre, verso i palazzi del potere, verso Place de la Concorde in cui fu ghigliottinato il re. Frammenti di un’altra storia, apparentemente lontanissima sia dalle vicende di maggio intorno alla Sorbona, sia dagli americani inquieti nelle notti di Montparnasse. Eppure, è tutto avvenuto qui e ogni strada rimanda ad altri tempi, ad altri volti, ad altri racconti.
“Sotto il selciato, la spiaggia” penso mentre, girando nel quartiere latino, ritrovo alcune zone in cui ancora l’asfalto non ha inghiottito quei sampietrini che nei giorni del Maggio ’68 venivano strappati e usati contro la polizia. Tutto, attraversando questi luoghi a quasi sessant’anni da quelle barricate, sembra profondamente cambiato e ora su Boulevard Saint-Michel e su Boulevard Saint-Germain scendono pigramente i turisti serali, mentre la Rue Mouffetard è piena di un chiacchiericcio disimpegnato – due ragazze discutono di una conversazione avuta da una di loro con un tipo, più in là persone in coda attendono di mangiare una crêpe e il tempo di ieri si nasconde sotto il flusso che attraversa il Quartiere Latino, ora disperdendosi, ora concentrandosi.
Place de la Contrescarpe
Improvvisamente, girando da Rue de Saint-Jacques, mi trovo davanti la Sorbona, silenziosa in una strada vuota. La mia ricerca di un tempo perduto, di un tempo che ha attraversato queste strade e che ora risuona solo in quello che leggo e che desidero, improvvisamente giunge ad un punto di contatto tra la realtà del luogo e le mie fantasie del passato. E sembra quasi di vederli, quei ragazzi di maggio, in questa notte silenziosa, mentre le luci della Place de la Sorbonne illuminano i rari passanti e la grandiosità del Pantheon, poco lontano, sembra attutita dall’oscurità. Sembra di sentire il rumore delle discussioni durante i giorni delle barricate, le voci di un movimento senza volto e senza nome, alla ricerca, come scrive Quattrocchi, non solo del pane, ma anche delle rose, non solo del cambiamento sociale, ma anche di un benessere esistenziale. Il desiderio dissidente, come lo chiamò Fachinelli, quel desiderio di cambiamento che non si ferma su un obiettivo o su delle rivendicazioni da ottenere, ma che si supera sempre senza strutturarsi in una gerarchia con dei capi e delle ideologie stabili, è nato qui, dopo l’abbandono di Nanterre da parte del movimento studentesco.
Rue Mouffetard
Mi trovo quasi a commuovermi, in questa notte parigina lontana da tutto, lontana da quel mondo di allora, mentre la stabilità delle pietre degli edifici continua a unire passato e presente. Da un anno studio il Sessantotto, il lungo Sessantotto italiano, il Maggio Francese, come tentativo di trovare una risposta alle incongruenze del presente, al realismo capitalista che non vede alternative all’esistente e a volte fa sentire soffocati da un futuro che si prospetta come l’eterno ritorno dell’uguale. Allora, si avvertiva come oggi la necessità di associare al miglioramento delle condizioni di vita la possibilità di ritrovare una costruzione del Sé che consentisse di essere felici, nella consapevolezza che qualsiasi lavoro, con qualsiasi trattamento economico, poteva diventare alienante in assenza di creatività e di libertà. Che l’alienazione non stava nelle maggiori o minori ore in fabbrica o in ufficio, ma nell’assenza di qualcosa che sottraesse alle dinamiche anonimizzanti e standardizzanti per cui tutti devono fare la stessa cosa, nello stesso modo, per tutto il tempo e il tempo libero serve solo a recuperare le forze per ricominciare a produrre, non a sviluppare la propria identità in una dimensione altra da quella del lavoro. A diciotto anni scrivevo sul diario un vecchio slogan surrealista, “Trasformare il mondo, cambiare la vita”. A trentacinque, mentre da Place de la Sorbonne mi sposto verso il Pantheon e intravedo da lontano la Torre Eiffel illuminata, forse sono ancora lì, sospeso tra il desiderio di un cambiamento esistenziale e le istanze di lotta sociale. Forse, questi edifici non sono solo il ponte tra due età della storia di questa città. Sono anche una sorta di madeleine proustiana tra due fasi della mia vita e riportano l’energia della mia adolescenza all’uomo che sono oggi, più consapevole, ma non ancora rassegnato.
Con quali parole racconterò la primavera? Me lo chiedo a tarda notte, mentre guardo sul divano La chinoise di Godard, con la sua narrazione a scossoni, con le interviste intervallate dalle citazioni di Mao lette ad alta voce. Il mondo che cambia ha bisogno di parole nuove, eppure il vocabolario che sento di avere è ancora quello di ieri, è ancora quello con cui ho dato il senso ad altri anni, ad altri giorni, a un tempo che è scomparso e che non ha senso credere ancora presente.
Giorni fa, durante un cineforum, parlavamo della difficoltà di trovare parole per raccontarsi e di come queste parole a volte possano venire dalla letteratura, dalla poesia. Per me spesso è stato così, in tempi incerti. Ho spiegato a me stesso la solitudine dei miei vent’anni aggrappandomi alla malinconia di Izzo, oppure ai marinai sperduti nel Caribe di Mutis. Ora siamo di nuovo, come allora, in un luogo che non ha un senso predefinito, un luogo sconosciuto a cui dare un nome. Rispetto ad allora, è un luogo che oltre alla tristezza per ciò che è perduto porta con sè l’entusiasmo per ciò che potrebbe arrivare. Porta, come la primavera, la stanchezza per l’inverno passato e l’attesa confusa per il rinnovamento dell’estate.
Sul comodino, un libro di Quattrocchi sul Maggio Francese parla di altre speranze, in altri tempi, e così un libro di Basaglia, abbandonato al suo fianco. Rispetto ai personaggi della Chinoise, ritratti con ironia da Godard, ho meno certezze e non ho un Mao da cui farmi dare un senso. Forse ho un cosplay del Maggio Francese a sostenermi, un’immersione in quel passato associata al desiderio di attualizzarlo. Ci penso leggendo Mattia Salvia, secondo cui la politica è diventata un cosplay del passato (e forse, come lui stesso osserva riprendendo l’analisi di Marx sull’ascesa di Napoleone III, non è una novità). Ma come sempre non mi immergo troppo nelle parole degli altri e questo lascia l’instabilità, lascia la necessità di spostarsi sempre da un senso all’altro, lascia la gioia dell’esplorazione.
In merito alle cose dette e taciute e in merito anche a quelle solo immaginate in merito alle accuse e alle autoaccuse ai sensi di colpa e alle vendette in merito alle questioni sollevate e alle mille domande poste nel tempo in merito a una sera di primavera a inseguire l’adolescenza alle mattine di Capodanno a suonare Strauss e alle notti dell’età adulta dietro a troppi libri o film riconosco di aver giocato troppo con le parole e con i giorni di aver trasformato la realtà più di quanto necessario di aver cercato nell’arte la salvezza dallo scorrere incessante della vita confesso di non aver compreso altro senso che quello minimo leopardiano l’odore della ginestra la vicinanza delle anime che salva dall’abisso ammetto di essermi illuso troppe volte di aver inseguito troppe storie di essermi sentito troppo spesso tra le onde del mare di un’altra estate nella pelle di altre età svanite dalla concretezza degli anni.
Cosa dirvi se non che mi sono smarrito che ho trovato dietro ogni svolta casuale della strada un luogo che fosse casa che sono partito all’alba di migliaia di inverni senza salutare i volti di ieri Cosa dirvi se non che sono stato Zeno, Emma, Marcel che sono inciampato sui racconti come si inciampa sull’esistenza e inciampando non ho trovato niente non il lampo che illumina il vuoto non il canto delle sirene al largo sul Mediterraneo giusto la polvere della strada e il senso di sospensione prima di rialzarsi che poi alla fine era bello stare lì tra i sassi dello sterrato dove nessuno chiede di dare una ragione al tempo o di essere l’Odisseo del tuo viaggio senza eroi.
Tra i sassi dello sterrato conta solo la terra che sporca le scarpe il corpo che preme sulle ginocchia la mano che aiuta a rialzarsi non il futuro che non riuscirai a creare non l’illusione di investire su te stesso.
Dunque, in conclusione in merito a tutto, in merito all’esistenza alle occasioni perdute e a quelle sprecate al talento disperso in parole scivolose in una notte ubriaca confesso di essermi seduto sul ciglio della strada di aver fissato le foglie accumulate sull’asfalto e gli scoiattoli in fuga verso gli alberi lontani e di essere rimasto lì, a scrivere queste parole a ripensare a mille poesie lette troppe volte a respirare il tempo di non dare senso al tempo ad abbracciare il nulla di un vuoto di senso e ammetto di essere stato felice anzi, riconosco di essere felice.
Cosa rimane di un tempo che muore alla fine dell’anno -ancora, le opere dei giorni ci hanno sfiancato senza distruggerci del tutto ancora, il tempo della fatica ha ostruito la gioia ancora il futuro è un ripetersi stanco un brano minimalista nella melodia dei secoli.
Cosa rimane di questi morti inspiegabili all’inizio della primavera dei morti di Natale distrutti dalla solitudine Attendiamo di nuovo l’estate, venuta e scomparsa e ogni giorno non si rinasce, non ora, non qui.
Nulla rimane dei romanzi che ho fatto e disfatto nella mente costruendone l’atmosfera ma mai la trama intravedendone i volti ma mai le storie È così difficile narrare la sera di fronte al fuoco è così difficile serrare tra le dita le storie di un mondo che fugge spargendosi nelle mille luci di televisori accesi di schermi di voci di volti Restano solo poesie schegge di senso nella realtà smarrita nelle rovine delle tesi antitesi sintesi in cui credette qualcuno, forse non noi che non crediamo agli eroi.
Non leggiamo più allo stesso ritmo hai detto mentre l’inverno incalzava sull’aereo che tornava sorvolando Roma -in America credevano ancora agli eroi e fuggivano il disincanto dell’Europa. Eravamo, allora, uomini delusi di ritorno dall’abisso e il tempo migliore era quello della nostalgia prima dei morti da rimpiangere nel giorno di Natale prima dei racconti di famiglia che si spengono in Dicembre prima di tutto quando tutto era intero.
Al ritorno hai iniziato a leggere Adorno che sapeva la differenza tra il bene e il male in musica, la necessità di contrastare l’arte come prodotto attraverso la solitudine che svuoti di ogni senso Sulla High Line, tuttavia, niente era chiaro Il sole tramontava sull’Hudson scendendo su Brooklyn e le macchine acceleravano tra le case di Chelsea, dirette a nord più giù, il Chelsea Hotel, Cohen e qualche altro ricordo.
In fondo il senso di questo tempo vuoto è il tuo sorriso quando rientro a casa forse banale così impoetico così poco eroico negli echi del traffico il senso è nel contatto inatteso nella tua voce al telefono che mi dice che mi aspetti e pensare che in fondo sarà bello vedersi.
Viviamo un tempo di brevi respiri dove la vita è in un ricordo d’amore su un letto disfatto viviamo rubando i residui di ciò che siamo ai mesi che cancellano i mesi e le storie Intanto l’anno muore nella rigida continuità dei giorni che ripetendosi non significano come parole dette troppe volte.
Una volta ti piaceva la parola frammenti rimasugli pezzi ti sembrava adatta per raccontare i giorni spezzati dall’assenza di senso Fuori piove un tempo hai camminato sulla Quinta fino alla Trump Tower e hai osservato un figurante imitare il Presidente e nella notte che scendeva invitare a entrare, prego, accomodatevi
Le storie d’amore non hanno mai lieto fine si disperdono nella quieta irrequietezza dei giorni e gli sguardi sono più tenui ma non assenti e il calore si disperde ma non scompare Novembre nega che possa esserci stata un’estate nega la possibilità della felicità passata del tempo trascorso a rincorrere un libro un entusiasmo sulle rive di un mare conosciuto
Di sera, a teatro, prima dello spettacolo alzarono le lampade e le fecero rientrare nel soffitto misero all’asta un quadro riprodussero per la millesima volta la stessa scena E tu guardavi, perché non avevi mai visto e le cose vecchie ti parvero nuove non le avevi mai comprese forse o forse era scomparso in te l’uomo che le comprendeva lasciando spazio a uno sconosciuto curioso
Le storie d’amore non hanno mai lieto fine tra l’odore di marijuana in Washington Square le case rosse del Village potremo mai essere di nuovo felici? Il giorno della partenza scrutammo le villette del Queens e le trovammo fragili con le loro pareti in legno e bastava il vento per abbatterle come le storie d’amore senza lieto fine come le vie degli scoiattoli in fuga per Central Park come il tempo della stanchezza in cui tutto diviene nuovo e ogni frammento è diverso e le angosce del tuo vuoto hanno un volto sconosciuto.
La campagna in novembre si ingrigisce. Le colline, quando appaiono, hanno un colore bruno in primo piano, più chiaro andando indietro. La terra più vicina appare nera. Le montagne, lontano, sono smarrite dietro la vaghezza del cielo chiaro del mattino. Ho trentaquattro anni e faccio questa strada da tre. Sono in quell’età sospesa in cui niente appare più da costruire e tutto è da proseguire. Non è più tempo di darsi un ruolo, di individuare il proprio posto nel mondo. Quella era l’adolescenza, quelli erano i vent’anni. Ora c’è una casa, uno stipendio – e devi sentirti fortunato ad averne uno, dicono e hanno ragione – e il tempo futuro non è che una infinita riproduzione del presente. Sarà sempre così, giorno dopo giorno. Ci saranno sempre le colline brune alla fine di novembre, il freddo lungo il percorso per raggiungere la macchina, i giorni fissi per il lavaggio delle strade e l’odore delle stufe per strada nelle sere di dicembre. Eterno ritorno, mi viene da pensare. L’eterno ritorno dell’uguale. Quando me lo spiegarono, al liceo, lo trovai strano. Allora, tutto era da costruire, dunque niente si ripeteva. Ora lo comprendo bene, anche se non credo che Nietzsche avesse un lavoro statale o qualcosa del genere.
Non è noia, quella che provo mentre le colline mi arrivano in faccia mentre vado loro incontro con l’automobile. La noia è di chi sa di poter trovare altro, di chi cerca altrove il senso di una grandezza latente. Forse, è nostalgia. Nostalgia di un entusiasmo perduto, nostalgia di giorni in cui tutto era nuovo. In fondo, dopo la Genesi vi è solo un ripetersi di giorni e ogni giorno porta una storia, ma è lievemente simile al giorno precedente. I nostri racconti si somigliano tutti e somigliano a quelli di altre persone che si smarriscono verso le colline brune e che in un giorno di novembre notano che il cielo vela le montagne. Come in un quadro di Leonardo, avrebbe detto la mia professoressa di arte al liceo. Non pensavo a lei da tempo.
Ho trentaquattro anni. Un’età inutile. Troppo tardi per cambiare rotta, troppo presto per cercare una riva su cui riposare. Per il mondo sono giovane, così dicono, sei giovane, puoi tutto, ma sulle spalle ho tutta la stanchezza di un futuro perduto. Dicono che viviamo nell’era del narcisismo, ebbene, la cosa terribile del narcisismo è quando ti accorgi che la grandezza che hai sognato è solo una strada di campagna, una via che si inerpica sulla collina. Non c’era niente di grandioso nel futuro e, del resto, non lo immaginavi neanche. C’era solo l’idea vaga che a un certo punto sarebbe successo qualcosa, il giro che cambia il senso dell’esistenza di cui parlano i film. Niente è accaduto ed hai continuato a costruire perdendo ogni illusione.
Se fossi Odisseo, questa sarebbe l’isola di Calipso, che ti trattiene in eterno impedendoti di ripartire, oppure Itaca, la patria calda che ti accoglierà per sempre. E ti senti un po’ Odisseo, in questa mattina di novembre, mentre risali la collina bruna e le montagne sono sparite, il tempo per pensare si riduce e la meta è vicina. In fondo anche per Odisseo il futuro era finito. Tornava, ecco tutto. I sogni eroici erano rimasti nella carneficina di una città in Asia Minore. Il tempo di costruire era finito e rimaneva un viaggio, poi, a Itaca, avrebbe trovato le sue colline brune, la sua strada da percorrere ogni giorno, il suo senso di abitudine. Forse per questo era naufragato.
Parcheggio sempre allo stesso posto per non dimenticare dove ho lasciato l’auto. Poi, la giornata inizia.