• New York, 26 ottobre 2025

    L’ingresso del Birdland

    Ciò che rimane di una giornata iniziata con un servizio gospel e terminata a guardare Chicago al teatro Ambassador è una riflessione sulla funzione della musica e, conseguentemente, sul ruolo del compositore. Giorni fa, avevo incrociato un frammento di Berio, tratto da C’è musica e musica, in cui veniva confrontata la molteplicità di linguaggi musicali della contemporaneità con la sostanziale unità di linguaggio della musica occidentale fino alla fine dell’Ottocento. Berio diceva che l’attuale polifonia di linguaggi doveva essere considerata come un’espressione di una molteplicità di racconti musicali sulla contemporaneità. Trascurava, a mio avviso, le zone grigie, le contaminazioni, i confini sfumati tra i vari linguaggi, soprattutto nel momento in cui si esce dalle forme musicali maggiormente strutturate in termini formali (in particolare tutto l’ambito del pop cesellato sulla forma canzone e sull’armonia funzionale) e quando si entra nel nebuloso mondo di ciò che significa fare oggi una musica che sia erede della tradizione occidentale colta (per capirsi, quella che passa da Mozart a Wagner fino ad arrivare a Schoenberg). Qui le visioni sono molteplici e talora inconciliabili. Si procede da chi ritiene che la cosiddetta musica contemporanea debba essere esclusivamente espressione della ricerca dell’autore, non ponendo attenzione alle richieste del pubblico e sostenendo una superiorità estetica dell’atonalità sulla tonalità, a chi propone una musica d’uso, dove la ricerca è funzionale ad accompagnare le scene di un film e dove dunque l’aspetto sonoro è strutturalmente secondario all’immagine che accompagna. Raccontare la contemporaneità, del resto, non è facile, soprattutto per la frammentazione che la contemporaneità porta con sé. Perfino l’atonalità, che era ritenuta la via maestra del contemporaneo negli anni Cinquanta e Sessanta, suona ormai antiquata, racconta un altro tempo, non il nostro. E dunque, che frasi usare, che linguaggio usare, dato che la musica non ha l’immediatezza delle arti visive, dove anche l’astrazione massima può attrarre lo spettatore con le proprie misteriose miscele di colori? A chi parlare, al pubblico che desidera la melodia che veniva disprezzato da Adorno nel suo saggio su Schoenberg e Stravinskij? Oppure agli addetti ai lavori, al piccolo gruppo in grado di comprendere intellettualmente un certo tipo di ricerca?

    Una jam session allo Smalls Jazz Club

    Negli anni, mi sono sempre trovato a mio agio con una certa visione critica di matrice statunitense, ben incarnata nello splendido saggio di Alex Ross Il resto è rumore, che non faceva differenza tra musica classica e musica jazz, tra musical e opera. Lo espresse bene un compositore di origini iraniane ma di scuola americana di cui seguii una volta una masterclass, Behzad Ranjbaran: bisogna creare il proprio linguaggio, prendendo ciò che piace e creando una matrice sonora che ci corrisponda. Non ci sono preclusioni rispetto a cosa scegliere, solo una sorta di tentativo di ricostruire la propria identità attraverso i pezzi delle parole di altri, un po’ come nelle teorie dell’origine sociale dell’identità, per cui costruiamo ciò che siamo attraverso il modo in cui veniamo raccontati da chi ci è intorno. Quello che a questo aggiungono questi giorni newyorkesi è un altro tema, ossia quello della funzione della musica. La storia della musica associa all’esecuzione di un brano aspetti che vanno al di là dell’egotismo, della manifestazione di sé e del disperato tentativo di comunicare qualcosa di proprio all’Altro. La musica per secoli è servita principalmente a pregare, a raccontare le storie della comunità, a festeggiare. A strutturare legami. L’opera si eseguiva a luci accese, con le persone che parlavano e mangiavano. Bach scriveva per le funzioni religiose. Molti cantastorie si accompagnavano con degli strumenti musicali. Il concetto di recarsi all’esecuzione di un brano musicale per stare seduti ad ascoltarlo e apprezzarne i temi e la costruzione è molto recente e trova la sua forma compiuta nella costituzione delle società borghesi degli “Amici della musica” tra l’Illuminismo e il Romanticismo.

    L’esterno del teatro Ambassador

    Mi ricordo di questo, al mattino, quando sento le canzoni di lode a Dio durante il servizio gospel, mi ricordo di questo la sera, quando, guardando Chicago, vedo la musica usata per raccontare con ironia di un mondo in cui i criminali vengono idolatrati e la giustizia è corrotta. Mi ricorderò di questo anche il giorno successivo, al Birdland, dove il jazz di una band che si richiama allo stile degli anni Venti e Trenta intrattiene un pubblico che mangia e beve. Sicuramente, in tutte queste occasioni quello che viene suonato viene ascoltato, apprezzato, il pubblico partecipa e applaude. Ma c’è qualcosa di più: la musica non è l’unico focus, c’è qualcos’altro, il racconto di una storia, un momento di convivialità, un incontro di preghiera. La musica ha una funzione e mentre rientro in albergo, tra le luci e il caos di Times Square, mi chiedo se sia un aspetto di cui debba tenere maggiormente conto nella mia scrittura musicale. Il caos della città dà poche risposte.

  • New York, 24 ottobre 2025

    La zona di Seaport a New York

    Le città di mare – soprattutto i porti, che vedono gli uomini partire e arrivare, le voci straniere incontrarsi con le voci straniere – hanno una loro ripetitività fatta di moli, quartieri di marinai, quartieri di migranti. Così è la Marsiglia raccontata da Izzo, così sono questi moli sull’Hudson che si getta nell’Atlantico, in questa mattina di Ottobre, nei pressi di Seaport, vicino a Fulton Street, con le case basse dove un tempo abitavano coloro che lavoravano e andavano e venivano dal porto e le taverne che un tempo in giornate come questa dovevano riempirsi di marinai. Qui il vento dell’Atlantico sembra calmarsi, il sole restituisce il calore di una giornata di tarda estate o del primo autunno e la città sembra ricordare, lontano dal caos del distretto finanziario, poco dietro, la sua storia di luogo di arrivo e di partenza di navi, il tempo in cui qui si arrivava dall’Europa e qui si partiva, il tempo in cui gli incontri e gli scambi di una Babele atlantica non erano fossilizzati dalla finzione cinematografica, ma erano inscritti nel tempo della vita e nelle onde del mare nella baia dell’Hudson.

    Manhattan vista da Dumbo, a Brooklyn

    Ora, qui si respira uno strano senso di sospensione al mattino e ci si può perdere in una libreria, in un bar, senza avere che l’eco della frenesia della città. È curioso, perché un tempo la frenesia doveva essere proprio qui, tra navi in arrivo e in partenza, tra le voci e le urla dei marinai, mentre ora si incontra solo qualche locale con figli al seguito intento a farsi una foto di fronte ad una decorazione di Halloween o qualche turista alla ricerca della panchina con vista sul ponte di Brooklyn su cui si siede Woody Allen in alcuni suoi film. Mi trovo a immaginare la Marsiglia mai vista ma letta nelle pagine di Izzo, Genova stretta tra la montagna e il mare, Venezia e le miriadi di porti veneziani sparsi tra l’Adriatico e l’Egeo, come quello di Chanià, città sempre meno di marinai e sempre più di turisti. Qualcosa sembra ricorrere perché, come il mare non ha paese, così non sembrano averlo le città di porto, strette tra il desiderio della stabilità e la necessità costante della partenza, raccontata nelle canzoni del fado o nella musica di Capo Verde.

    Il tramonto sull’Hudson visto da Chelsea

    A sera, ricerco nuovamente il mare, questa volta sui moli nei pressi di Chelsea. Il sole scompare dietro i grattacieli, rifrangendosi sui vetri e sulle onde scure. Le città di mare hanno una loro ripetitività, penso. E in ognuna si trova qualcosa di tutte le altre.

  • New York, 22 ottobre 2025

    La facciata del palazzo della Borsa, su Broad Street

    Smarrirsi a piedi per Manhattan è un modo per osservare, per cercare di mettere insieme i pezzi di un luogo apparentemente contraddittorio. A sud c’è il mare, l’Atlantico scuro che sferza i battelli dei turisti (prevalentemente italiani) diretti verso la Statua della Libertà. Risalendo, l’area di Wall Street, con l’edificio neoclassico della Borsa affiancato dalla Federal Hall, evoca, oltre ai necessari ricordi cinematografici, il racconto di Melville su Bartleby lo scrivano. L’avvocato che assume Bartleby aveva lo studio da queste parti e trovo curioso che in queste strade dell’attuale distretto finanziario, divenute simbolo del capitalismo mondiale, sia stata ambientata la storia di un quieto rifiuto del lavoro, della produttività, infine della vita. Se ieri a teatro la morte di Mimì parlava della fine della giovinezza e mi riportava alle cose “sognate e ora viste” e alle illusioni perdute, oggi immaginare l’immobilità di Bartleby in queste strade apparentemente tranquille, tra i turisti che fanno la coda per fotografarsi con il toro di Wall Street e il vento freddo che soffia forte dal mare, mi spinge a riflettere sulle contraddizioni di questa mia età adulta, divisa tra un investimento sul lavoro come atto non solo produttivo, ma anche politico ed esistenziale, e un desiderio di fuga, di ritiro, di abbandono. La giovinezza portava con sé l’illusione di poter vivere secondo il proprio ritmo, nella vaghezza di intenti che caratterizza i sogni di quell’età, gli anni della maturità si immergono invece nella scissione tra il desiderio di trasformare il mondo e di strutturarsi su un piano economico e di autonomia e la sofferenza inevitabile della produttività, con le conseguenti fantasie di immobilità à la Bartleby o di cambiamento radicale.

    La High Line e la vista su Chelsea

    Risalendo, la High Line costeggia Chelsea, passa accanto ai viali pieni di auto che sembrano avere come sport principale quello di comunicare tra loro mediante clacson e di non fermarsi al rosso dei semafori per poi trovarsi bloccate al centro esatto degli incroci, causando ulteriori strombazzate. Gli edifici cambiano, passando dai grattacieli alle case in mattoni ai condomini sullo stile viennese o parigino dell’Ottocento e alla fine, scendendo, mi trovo sulla Fifth Avenue a camminare contro corrente (mi vengono in mente i versi di Eliot della Terra desolata sulle anime perdute sul Ponte di Londra) per andare verso Central Park. L’obiettivo, legato a una curiosità quasi infantile, è quello di sbirciare la Trump Tower, alla fine della strada, in modo da vedere i luoghi in cui ha vissuto per buona parte della vita l’uomo che riempie in questi giorni le pagine dei giornali, ma in realtà dopo un po’, dopo aver scoperto che l’Empire State Building non si riesce a vedere bene da terra ed essermi interrogato sulle simbologie presenti sugli edifici del Rockefeller Center, mi smarrisco nella Biblioteca di New York a guardare manoscritti ebraici e arabi. Quando arrivo alla Trump Tower è calato il sole, un figurante vestito da Trump intrattiene la folla e mi colpisce come i cambiamenti della società influenzino anche chi nella società ha potere: se nel Rockefeller Center i riferimenti sono all’etica del lavoro protestante, con le statue di Atlante che sorregge il mondo e Prometeo che ruba il fuoco e la citazione biblica sulla saggezza e sulla conoscenza come stabilità del tempo, la Trump Tower incarna il bisogno contemporaneo di riconoscimento, di affermare, oltre al proprio potere, anche qualcosa che rimandi direttamente a sé, al proprio volto, alla propria persona. Probabilmente erano esigenze non estranee anche a Rockefeller, ma il narcisismo dell’oggi ne consente la manifestazione esplicita, senza mediazioni.

    L’ingresso della Biblioteca di New York
    Il soffitto della McGraw Rotunda, nella biblioteca di New York

    Al ritorno, a Times Square, mi fa sorridere una frase che intercetto in cui una persona con un marcato accento emiliano commenta: “Vedi quanta gente, è come la loro piazza Duomo… Poi stanno sempre a lavorare, non devono fare una bella vita”. L’Italia in movimento guarda il mondo con disincanto.

    Chelsea vista dalla High Line
    Il traffico serale di New York visto dalla High Line
  • New York, 23 ottobre 2025

    Nietzsche scriveva della storia antiquaria, dell’approccio alla storia basato sulla conservazione museale di qualcosa di passato che non fa altro che inaridire il presente, renderlo un luogo in cui non si può creare alcunché di nuovo. Questa sera alla Carnegie Hall mi rendo conto di quanto certe rigidità culturali del sistema musicale che ho vissuto fin dall’infanzia portino a una riproduzione della storia antiquaria, ad un tentativo di conservazione della musica del passato – unica ritenuta valida di essere eseguita – e ad un rifiuto per ogni tentativo di dare una lettura sonora alla contemporaneità. Il programma della stagione prevede per ogni serata una prima mondiale, un pezzo appositamente commissionato, una prima newyorkese, comunque un brano nuovo. Stasera, accanto a una sinfonia di Schumann, viene eseguita una sinfonia di Philip Glass (che scoprirò poi essere presente in sala) e un brano commissionato appositamente per questo concerto che unisce poesia, teatro e musica. La presentazione iniziale dei brani crea un clima di attesa entusiasta e la sala partecipa, ascolta, applaude. Il brano di J. Mae Barizo, che introduce la sinfonia di Glass per poi dispiegarsi nuovamente quando questa è finita, è sospeso tra la poesia e la musica e la presenza di una bambina e dell’autrice come performer sul palco dà l’idea di un dialogo tra diversi sé, tra un io adulto e un io bambino, tra un presente in cui ci si smarrisce e un passato che ci ricorda ciò a cui eravamo legati. Non smarrire la nuvola rosa, dice la bambina. La poesia – scoprirò poi trattarsi dell’unione di due testi della stessa Mae Barizo, Small essays on disappearance e Cloud pantoum – fonde immagini di quotidanità nervosa sulla Madison Avenue a riferimenti a corporeità sospese tra cielo e terra (Dimmi che non hai scordato la nuvola rosa, il modo/in cui le implicazioni svanivano quando praticavamo/la duplicità, dimmi che mi pensi/quando le nuvole allineano le loro labbra rosa). La preghiera è quella di non svanire nel ricordo dell’altro, di mantenere una minima presenza nella memoria, quella presenza che permetta di dare un senso condiviso a una parte di vita, al fatto di essere stati lì insieme (Dimmi che non mi pensi […]/ti chiedo solo di dirmi/che non hai dimenticato il proscenio rosa/delle nuvole, un testamento per le nostre duplicità, la stenografia/del cielo). In fondo, penso, quello che rende reale ciò che abbiamo vissuto è proprio il riconoscimento dell’Altro, il poter dire insieme che siamo stati lì, che abbiamo attraversato insieme quei momenti. La sintonia dei ricordi evita la solitudine del sogno e aiuta a vivere.

    Alla fine, Schumann. La Quarta sinfonia esplode nel clima raccolto creato dai brani precedenti e oscilla tra la gioia infantile di certi passaggi e l’incalzare del ritmo. È curioso pensare all’autore del brano, alla sua identità frammentata che lo portava a firmarsi con pseudonimi (Florestano, Eusebio, il Maestro Raro) e al suo tragico finale, al tentativo di suicidio nel Reno, alla morte in manicomio. Niente di tutto questo emerge nella trasparenza della sinfonia. Qui, tutto è unito, tutto si immerge in una festa dionisiaca, a dispetto degli anni e del tormento necessari a Schumann per completare il brano. La serata, penso quando tutto finisce, sembra parlare di scomposizioni e ricomposizioni. Di identità unite che si frammentano, di necessità di riconoscimento, dell’arte che permette di rimettere insieme un io diviso. Delle nostre soggettività che si rifrangono e si riuniscono sulle sponde della contemporaneità.

    Stasera non c’è stata la storia antiquaria. Solo un racconto del presente con parole di oggi e di ieri.

  • New York, 25 ottobre 2025

    L’Hudson visto dal Carl Schurz Park

    Mi è sempre piaciuto smarrirmi. Prendere la svolta sbagliata, trovarmi altrove, scoprire un frammento sconosciuto di un luogo che non avrei mai trovato seguendo le mie conoscenze. In fondo, smarrirsi ci mette a contatto con le insufficienze di ciò che sappiamo e ci permette di andare oltre, un po’ come l’incontro con l’Altro che ci permette di giungere a nuove storie, di uscire da sé per avere nuove parole e nuove immagini. Oggi mi sono smarrito più volte. La prima volta al mattino, uscendo dalla fermata della metropolitana nell’Upper East Side, svolto a destra, certo di arrivare a Central Park. Giungo invece all’Hudson, al Carl Schurz Park, con vista sulla Roosevelt Island. Scopro che vi si trova l’abitazione del sindaco di New York e mi sembra quasi simbolico che sia in una casa rivolta verso il mare, quel mare che avvolge la città e la apre verso la necessità dello scambio, verso l’inevitabile contatto con l’alterità. Tornando verso il museo Guggenheim, mi trovo a fantasticare su quella casa sul mare, accostandola ad altre abitazioni sull’Atlantico, alle case dei mercanti di Cadice da cui costoro guardavano l’oceano in attesa di rivedere la propria nave di ritorno dalle Americhe. Forse anche il sindaco di New York guarda il mare, talora, dalla propria casa, ma non riesco a immaginarne le aspettative o le speranze.

    Il Metropolitan Museum di New York

    Più tardi mi smarrisco dentro il Metropolitan Museum. La cosa mi stupisce, perché ritenevo di aver organizzato tutto in modo certosino. Avevo selezionato le sale in modo da evitare di partire convinto di poter vedere tutto e poi rimanere sopraffatto dalla sovrabbondanza di opere in esposizione (di fatto, tra quadri, statue, templi egizi, suppellettili varie ed eventuali, strumenti musicali e armature penso che qui si possa trovare praticamente qualsiasi oggetto prodotto in forma artistica dal genere umano). Avevo anche scaricato la mappa, certo di poterne fare buon uso. Eppure, dopo un iniziale successo nella visita dell’ala dedicata all’arte moderna, mi perdo alla ricerca del piano superiore, continuando a ruotare intorno alle medesime statue ellenistiche, che dopo un po’ iniziano a fare lo stesso effetto dell’albero di una forma peculiare che viene incontrato ripetutamente dai personaggi dei film quando si smarriscono nella giungla. L’assenza di indicazioni e le piccole dimensioni con cui sono indicati i numeri delle stanze peggiora le cose e mi sento vagamente fantozziano quando provo entusiasmo nel raggiungere infine l’ascensore per il piano superiore. Qui trovo i quadri degli impressionisti e le forme della cattedrale di Rouen svaniscono nelle sfumature di colori di Monet, lasciando la stessa indefinitezza che sembrano avere i passaggi attraverso il museo che le custodisce.

    Lo scoiattolo davanti al Metropolitan Museum

    Quando esco dopo aver incontrato per dieci volte la stessa sala con i quadri di Renoir, la statua dello scoiattolo che campeggia davanti al Metropolitan sembra avere uno sguardo ironico. Le volto le spalle e faccio ritorno verso Central Park.

  • New York, 21 ottobre 2025

    Il teatro Metropolitan di New York

    Parla d’infanzia, questa sera al Metropolitan. In fondo, il nome di questo teatro è risuonato spesso nei miei primi anni e quindi venire qui è come ritrovare ricordi di un’altra età, frammenti di un tempo perduto. Proust, all’inizio della Recherche, parla del potere che hanno certi oggetti di tirare fuori qualcosa che ci appartiene e di cui non siamo consapevoli. E stasera, qui, ricordo.

    Ricordo che quando avevo pochi anni vedevo sempre un cartone animato della Disney dal contenuto certo non particolarmente allegro, anche se forse ecologista ante litteram, con una balena particolarmente dotata nel canto come protagonista. Voleva cantare al Metropolitan, ma finiva uccisa dal colpo di una fiocina. Mi piaceva molto, quel cartone, forse perché all’epoca cantavo nel coro e ci ritrovavo qualcosa del mio mondo di allora, e quindi lo guardavo in modo ripetuto, mese dopo mese, anno dopo anno.

    Sempre in quegli anni, mi trovai a cantare nel coro dei bambini ad una Bohème al Maggio Musicale Fiorentino. Per prepararmi, i miei mi comprarono una videocassetta di una performance al Metropolitan – non ricordo chi fossero gli interpreti, ma anche quella rappresentazione fu da me vista e rivista per molto tempo.

    Dunque, questa sera, questo luogo, risuonano con quella parte di me che, a sei o sette anni, ascoltava le performance di Pavarotti al Metropolitan e ritrovava qualcosa di quelle atmosfere nella polvere del vecchio teatro Comunale, nell’attesa dell’ingresso prima della scena di Momus e Parpignol nel secondo atto di Bohème. La locandina informa che si tratta della millequattrocentoundicesima volta che Bohème viene rappresentata al Metropolitan e che l’allestimento di Zeffirelli che vedremo risale al 1977. Il pubblico appare partecipe, ride, applaude, si commuove e i cantanti, oltre ad avere una notevole precisione, sono molto bravi nella recitazione e questo mi colpisce, data l’abitudine alle performance spesso molto statiche delle regie delle opere in Italia.

    All’uscita, davanti alla fontana, mi raggiunge un po’ di commozione. Quando ero bambino dicevo che il mio sogno era di essere diretto da Zubin Mehta e lo realizzai verso i nove anni per una registrazione di Tosca con il coro. Stasera, forse, quel bambino di allora riemerge, con i suoi sogni e le sue aspettative, per sentire ancora che qualcosa di ciò che immaginava è diventato reale.

  • New York, 20 ottobre 2025

    Washington Square, nel Greenwich Village

    Arrivare a New York implica in me un misto di curiosità e scetticismo. La curiosità per quel luogo visto e rivisto in film, serie e copertine di album e lo scetticismo dell’europeo che fatica a credere di poter trovare interesse per un luogo con poca storia dietro le spalle. Tuttavia, quello che mi colpisce è altro, nel mio primo vagare per Manhattan con gli effetti del fuso orario che mi fanno sentire la stanchezza alle otto di sera. Una volta eliminate le proiezioni legate a film e affini – il Village visto e rivisto nei film di Woody Allen, le sirene della polizia appena cala la sera e il caos intorno al ponte di Brooklyn che rimandano a un incrocio tra Gotham City e la città dei supereroi Marvel – rimane l’eleganza liberty di molti palazzi del centro, il loro slanciarsi verso il cielo discreto, che non dà l’impressione di soffocamento spesso suggerita dalle immagini viste in televisione. Poco più in là, gli edifici monumentali governativi e giudiziari sembrano cercare una sintesi impossibile tra la naturale spinta verso l’alto di Manhattan e un pesante neoclassicismo che mi ricorda un po’ certe strutture sul Ring viennese.
    Di sera, il ponte di Brooklyn mi mette in contatto con lo skyline di grattacieli che ho imparato a conoscere alla distanza, anno dopo anno, film dopo film. Mi colpiscono più che altro i colori, le luci che cambiano passando di palazzo in palazzo. Dal mare sale un vento forte, che sembra risalire l’Hudson facendosi strada tra gli edifici altissimi che lo costeggiano da entrambe le parti. Mi sembra di riconoscere il vento di mare sentito tante volte sul Mediterraneo, solo che qui, sull’Atlantico, non conosco le correnti, i venti, la percezione di chi vive sulla costa. La vicinanza del mare, questo vento, comunque, mi rassicurano. Il mare degli esuli di cui parla Verga, il mare che non è di nessun posto, mi restituisce qualcosa di mio. E mi fa sentire, almeno un po’, a casa.

    Manhattan vista dal ponte di Brooklyn
  • Penelope

    Presto sarà inverno.
    Lo dice il gelo di questa notte solitaria
    in cui ogni trama di storia si svolge
    e chi sono stata scompare entro il sospeso ritmo del tempo
    -rimane lo sguardo, muto testimone di questi giorni sbadati
    e poi un cinema la domenica pomeriggio, una foto dimenticata sul divano.
    Ora che il mondo è lontano, oltre il mare nero che rumoreggia dalla finestra
    dimentico chi ho detto di essere
    nei minuti racconti nelle strette di mano
    dimentico chi mi hanno detto che sono
    i certificati timbrati in rosso le voci della festa
    Nulla è più qui, solo questo osservare
    questo lasciarsi permeare da questa notte sospesa
    dove l’autunno appena nato lascia il posto a dicembre
    e dove nel vuoto degli uomini delle parole delle storie
    distruggo la tela e rimango
    con i fili dei miei ricordi senza dare loro senso
    con frammenti di emozioni che non saprò mai dire
    con il tempo insensato in cui mi sono lasciata vivere.

    Nella valigia della partenza
    avevi sostituito ai vestiti i libri non letti
    alle certezze le nostalgie
    alla speranza la malinconia.
    Vivevi, allora, al limitare dei giorni
    coltivando nell’anima il tuo vuoto di senso
    L’autunno aveva lavato le ali ai tuoi sogni
    e di notte non attendevi più
    un messaggio silenzioso proveniente dall’infinito.
    Al di là del mare, solo il tramonto sull’Egeo
    sulle scogliere di Itaca, solo trame di storie
    che ora svolgo ogni sera per scordare
    il tuo volto, il tuo nome
    la speranza.

    Un tempo, su una spiaggia
    mi dicesti di cercare solo
    la sospensione del tempo
    il silenzio di una sera
    in cui di nuovo avesse senso la poesia
    in cui di nuovo si potesse scappar via
    dall’acqua che scorre tra le dita nelle mattine d’estate
    dai minuti che sfuggono per essere riempiti
    dalle opere degli uomini dalle strutture del presente
    costruite e distrutte
    da una tessitrice laboriosa ai confini della notte.

    Arrivato a trent’anni
    mi chiedesti del blu del Tirreno del verde chiaro dell’Adriatico
    e di notte le onde riportavano l’ombra dei morti
    il ricordo che sbiadisce nei rumori di una sera
    a rincorrere il tempo nell’oscurità di una spiaggia
    e andavamo e venivamo lungo il mare silenzioso
    ultima culla dell’umano che cerchiava l’orizzonte.
    Salpasti all’alba per creare nuovi sogni
    lasciando le malinconie delle prime piogge
    a ingiallire con i racconti usati del mondo di ieri
    ormai inutili per nutrire
    le fauci tristi dei giorni a venire.

    Questa notte, sono dimentica di tutto
    la tela si svolge e scompare ogni mia storia
    scompare il senso del tuo volto la mattina della partenza
    scompaiono questi anni di attesa ad ascoltare vecchie canzoni.
    Questa notte, sono puro sguardo
    oltre le note del flamenco che arrivano dai caffè
    e non c’è più tristezza
    né passato né futuro
    solo questa oscurità infinita
    solo questo eterno
    lasciarsi esistere.

  • In memoria di Franco Basaglia, a quarantacinque anni dalla sua scomparsa

    La frase che mi solleva dalla stanchezza di un pomeriggio estivo arriva alla fine della lettura de L’istituzione negata. Franco Basaglia riflette sull’esperienza dello psichiatra martinicano Frantz Fanon. Questi, dopo una lunga riflessione sui rapporti di potere in un contesto coloniale e sul proprio ruolo, in quanto psichiatra, in tale sistema, si dimise dall’ospedale algerino in cui lavorava e si unì al Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Scelse, scrive Basaglia, la rivoluzione. Basaglia ragiona poi sul proprio ruolo all’interno del sistema manicomiale italiano: alla fine degli anni Sessanta, quando esce L’istituzione negata, il medico veneziano è già passato dall’umanizzazione del manicomio di Gorizia basata sulle porte aperte e sull’applicazione del metodo della comunità terapeutica di Maxwell Jones a una più ampia messa in discussione del ruolo dello psichiatra come figura tecnica cui il sistema di potere e la classe dominante delegano il controllo su una parte deviante della popolazione. Pertanto, si è reso conto che anche la comunità terapeutica e i sistemi umani di gestione del manicomio rischiano di diventare una modalità per mantenere il controllo normativo che il potere impone sui pazienti, in modo forse anche più insidioso in quanto meno apertamente violento e ancorato a una pretesa scientificità. La contraddizione della comunità terapeutica e il rischio di autoritarismo soft in essa insito sono ben descritti ne L’istituzione negata e tale contraddizione porta Basaglia a chiedersi come sia possibile rimanere come psichiatra in un’istituzione a cui viene chiesto dalla società di attuare un potere di segregazione e di normalizzazione una volta assunta la consapevolezza di ciò e alla luce della propria personale contrarietà a ciò. Basaglia, dopo aver portato l’esempio di Fanon, rifiuta con garbo la soluzione rivoluzionaria, ossia l’uscita attraverso la lotta armata dalla dialettica interiore tra il ruolo assegnato dalla società, ossia il controllo della devianza, e la messa in discussione di tale ruolo attraverso la volontà, nel contrasto tra oppressi e oppressori, di stare con gli oppressi. Bisogna stare nella contraddizione, scrive Basaglia. E questo mi illumina.

    L’istituzione negata è piena di appelli a non rifiutare la dialettica e a non fantasticare di un sistema adialettico, in cui il rapporto tra oppressi e oppressori sia risolto una volta per tutte. Basaglia lo ricorderà anche ne La maggioranza deviante e subito dopo la legge 180: il rischio è che al sistema manicomiale, la cui funzione di controllo era esplicita, si sostituisca un sistema medico o sociosanitario che attui comunque una funzione di controllo e normalizzazione dei comportamenti devianti in modo apparentemente adialettico, perché coperto dal paradigma della scientificità. Per Basaglia, bisogna smettere di illudersi che sia possibile superare, magari attraverso un metodo di cura supposto estraneo alle dinamiche di classe, la dialettica sempre esistente tra i tentativi di controllo da parte del potere e i tentativi di ribellione da parte di chi vi è sottoposto.

    Gli anni in cui viene pubblicata L’istituzione negata e in cui avviene il processo che porta alla legge 180 sono quelli del lungo Sessantotto italiano. Anni in cui vi è una riduzione della fiducia nei partiti parlamentari e in cui emergono spinte che la politica tradizionale fatica a incanalare. La tradizionale visione marxista, basata sulla centralità della dialettica di classe, inizia a mostrarsi inadeguata per comprendere i cambiamenti in atto e dare risposte: se la politica si è fino a quel momento orientata sulla base di una lettura della società che vede come attori principali i proprietari dei mezzi di produzione e la classe subalterna salariata, improvvisamente irrompono sulla scena altre lotte molto diverse da quelle operaie e gli studenti, le donne, gli omosessuali, lo stesso movimento antistituzionale in psichiatria impongono nuovi bisogni e nuovi desideri. Lo stesso modello organizzativo partitico entra in crisi e lo psicoanalista Elvio Fachinelli, nel suo articolo Il desiderio dissidente, teorizza un’azione politica attuata da un movimento orizzontale e privo di un organigramma cristallizzato, che si basi sul desiderio che si autoalimenta e che sostituisca ad ogni obiettivo raggiunto un nuovo obiettivo, senza gerarchizzarsi sotto una leadership. Sullo sfondo, comunque, è sempre presente l’ipotesi rivoluzionaria, che porta anche alla lotta armata, con l’ipotesi di una soluzione che annulli definitivamente le dialettiche in una prospettiva di liberazione.

    Oggi, molto è cambiato. La rivoluzione non è più un orizzonte possibile, anche per l’osservazione della creazione, nei luoghi in cui si è effettivamente realizzata, di nuove dialettiche non di rado più oppressive di quelle di classe. Deleuze e Guattari ne L’anti-Edipo suggerivano la vicinanza tra i regimi comunisti e il sistema di significazione presente nei sistemi dispotici precapitalistici e in effetti si può osservare come tali regimi, ben lontani dal perseguire una rottura dei rapporti di potere basata sull’autogestione dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori, si strutturassero come autocrazie in cui i vertici del Partito attuavano uno stretto controllo sui vari aspetti della vita pubblica e privata dei cittadini, come degli stati-Leviatano in cui alla deterritorializzazione capitalistica si sostituiva una rigida codificazione di ogni aspetto della vita. Tuttavia, se l’uscita dalla dialettica attraverso la rivoluzione non è più attuabile, al tempo stesso non è nemmeno più accettata l’illusione capitalistica della fine della storia, l’ipotesi di un mondo dove, grazie al benessere e alla libertà creati dal Capitale e dal sistema economico neoliberista, ogni tensione infine si esaurirà. Viviamo invece in un contesto sociale profondamente dialettico, in cui alle rivendicazioni economiche e sociali di chi si riconosce subalterno perché precario, perché disoccupato, perché soffocato da dinamiche lavorative basate sullo sfruttamento di sé da parte del soggetto stesso si affiancano le rivendicazioni di chi si riconosce in un’identità oppressa, ad esempio legata al genere, all’orientamento sessuale o alla perdita di futuro legata alla crisi climatica. Sono lotte spesso pulviscolari, che non hanno un aggregatore partitico, né si manifestano nei presidi permanenti delle piazze degli anni Settanta. Eppure, esistono, sono vitali, generano identità dissidenti che non di rado vengono diffuse attraverso i social e che portano molte persone a identificarvisi (basti pensare, ad esempio, alla diffusa rappresentazione del lavoratore stanco, poco retribuito, costantemente animato dalla fantasia delle “grandi dimissioni” e dal recupero del proprio tempo libero per affermare se stesso). Fanno circolare temi che vengono ripresi e diventano oggetto di conversazione nei gruppi di amici, nei luoghi di lavoro, nelle dinamiche di relazione. Quale può essere l’obiettivo di queste lotte? La perdita dell’orizzonte rivoluzionario può essere in questo destabilizzante; manca il grande obiettivo di trasformare completamente la società caro ai nostri padri, il sogno della palingenesi è assente e questo può demotivare.

    E qui si torna a Basaglia, a questa giornata estiva in cui leggo la fine de L’istituzione negata e improvvisamente tutto sembra avere un possibile senso, seppur provvisorio. Bisogna accettare la dialettica, stare nella contraddizione, consapevoli che quanto si vuole descrivere come adialettico in realtà utilizza ideologie di ricambio per mascherare lo sfruttamento. Bisogna riconoscere in sé lo sfruttato e lo sfruttatore, in quanto ognuno porta in sé aspetti di potere (è ad esempio un uomo etero cisgender in una società in cui tuttora le differenze di genere pesano sugli stipendi e sulle possibilità di carriera e in cui l’omotransfobia è ancora presente) ed elementi che lo avvicinano alla classe subalterna (ad esempio, legati ad aspetti lavorativi o alla crisi climatica). La riscoperta di questa dialettica interna e l’accettazione di avere in sé sia aspetti di potere, sia aspetti di subalternità può da un lato permettere di prendere una posizione chiara a favore di chi potrebbe subire il potere che agiamo, dall’altro di unirsi alle altre identità che lottano per ciò in cui siamo subalterni. Non possiamo scegliere la rivoluzione come Fanon. Possiamo però stare nella contraddizione e nella contraddizione lottare come Basaglia.

    Franco Basaglia è morto il 29 agosto del 1980, quarantacinque anni fa. Eppure, ha lasciato parole che possono accompagnare il cammino e le lotte non solo dello psichiatra e dell’operatore di salute mentale di oggi, ma di ogni cittadino.

  • Ci sono ricordi che si fissano nella memoria e che in qualche modo danno un senso a un periodo, a un momento della vita. Ci sono ricordi che segnano una rottura, la percezione che da quel momento in poi niente sarebbe stato più come prima, una crisi nel senso greco di krino, una separazione tra quanto c’è stato prima e quanto accadrà dopo. Ecco, per me quel ricordo è una piccola memoria dei miei diciannove anni: mi ero iscritto a Medicina dopo cinque anni di liceo classico e stavo frequentando le prime lezioni. Solo l’estate precedente, nel tentativo di anticipare alcuni argomenti che avrei poi affrontato per l’esame di maturità, avevo intrapreso uno studio solitario della letteratura del Novecento, appassionandomi a Gadda, di cui lessi il Pasticciaccio e la Cognizione del Dolore, al Montale degli Ossi di Seppia, di cui consumai le poesie in pomeriggi molto simili all’afosa immobilità della costa ligure descritta dall’autore, a Pirandello. Una volta alla settimana mi recavo in libreria, a Pescara, e tornavo con decine di libri, alcuni correlati alla storia della letteratura che stavo studiando, altri legati al racconto della contemporaneità, come il testo dei Wu Ming sulla New Italian Epic che mi iniziò alla comprensione del postmodernismo in narrativa e alle possibilità di resistenza contro la riduzione della finzione del racconto a puro gioco. Ebbene, a un anno da tutto questo, da questa fase di entusiasmo che ricordo ancora come un momento centrale della mia esistenza, sedevo in un’aula universitaria, assistendo a una delle lezioni introduttive al corso di laurea in Medicina. La professoressa parlava con insistenza di letteratura – dovete leggere la letteratura, diceva – e io non riuscivo a comprendere quale correlazione potesse esservi tra l’igiene delle mani e Italo Calvino, pur ammettendo che Calvino (e non ho motivo di dubitarne) fosse una persona molto pulita. Dopo qualche minuto, fu la stessa docente a chiarire l’equivoco: con il termine letteratura faceva riferimento agli articoli scientifici e citò anche alcuni motori di ricerca in cui era possibile consultarli. Ricordo che mi sentii fuori posto. Avevo amato un’altra letteratura e fino a poco tempo prima la domanda che mi ponevo era se avesse senso leggere l’intera Recherche di Proust. Ora, mi sembrava di trovarmi in un luogo in cui la lingua aveva altri significati, infinitamente lontani da ciò che mi piaceva e mi entusiasmava. Penso che in ogni caso lo spaesamento iniziale abbia prodotto una doppia cornice di senso, una sorta di necessaria scissione: da un lato vi era l’adesione al rigore scientifico proposto dal corso di studi, dall’altra vi era un fiume carsico che chiedeva di dare all’esistenza un altro senso e che si nutriva della scoperta dei romanzi di Alvaro Mutis e di Jean Claude Izzo. Mi piace pensare, poi, che il fiume carsico si sia riunito alla corrente principale con la scelta di fare lo psichiatra, mestiere sospeso tra la narrativa e la scienza, mestiere “a mezza altezza”, “fatto di niente”, come lo definisce Milone in Astenersi principianti.

    Ripenso all’atto iniziale di quella scissione oggi, leggendo Psicopatologia narrativa di Luca Casadio in questi giorni adriatici. Parla della necessità di affiancare al linguaggio scientifico la dimensione del racconto, di ascoltare e dare un senso narrativo, oltre a fornire delle letture e delle risposte su una base scientifica, e penso all’insistenza con cui si parla sempre più di medicina narrativa e della sua importanza nei contesti di cura. L’impressione che ho, tuttavia, è che tutti questi appelli, di cui pure riconosco la rilevanza, insistano su un sistema che tuttora privilegia, per la formazione dei medici, la trasmissione di nozioni tecniche sulla futura professione. I timidi tentativi di introdurre le medical humanities nelle facoltà vengono solitamente schiacciati dal peso delle materie centrali del corso di studi, che sottraggono il tempo e l’attenzione degli studenti nonostante gli sforzi di chi si dedica al loro insegnamento – ricordo, a questo proposito, il faticoso tentativo del mio docente di bioetica di sintetizzare nell’unica lezione a sua disposizione nell’intero corso di studi (due ore, se ben ricordo) una materia su cui sarebbe stato necessario forse soffermarsi per mesi. Di conseguenza, il medico esce dal suo percorso formativo ignaro di molti temi – dei meccanismi psicologici dell’attaccamento che emergono nelle situazioni di cura, delle teorie sull’alleanza terapeutica, delle modalità possibili in cui la malattia può incidere sulle narrative esistenziali che sottendono l’identità – e si trova poi a dover reagire a molte situazioni secondo buonsenso, strumento che a volte può condurre fuori strada. Si diventa medici con pochi strumenti per affrontare i dilemmi etici posti dalla professione, con una scarsa o inesistente preparazione epistemologica per soppesare la validità delle teorie scientifiche che vengono studiate e applicate, con una ridotta formazione al lavoro d’équipe, che pure sarà per molti la modalità prevalente di operare nel corso della professione. Si trascurano le questioni di genere, la sessualità spesso è poco trattata (l’Università di Firenze organizzava comunque un corso specifico per affrontare tale tema al di fuori delle ore curricolari) e si potrebbe procedere a lungo su quanto viene tenuto fuori da un processo formativo che sembra avvenire al riparo dall’urto della realtà. Si forma il medico come se dovesse avere esclusivamente competenze tecniche, come se dovesse riparare apparecchi elettronici, senza preoccuparsi che si troverà ad affrontare una società complessa, sfaccettata, non di rado conflittuale e ci si aspetta poi che trovi naturalmente le modalità per adattarvisi. Fortunatamente, vi è poi un apprendistato “di bottega”, che si svolge seguendo tanti colleghi e docenti di esperienza che si soffermano a raccontare le difficoltà della professione, i loro errori, i loro dubbi e che trasmettono la dimensione umana e la complessità del lavoro; penso di aver avuto, in questo, degli insegnanti validi, che hanno avuto la disponibilità di condividere con me i passaggi di un’esistenza dedicata a un mestiere d’aiuto e le loro storie. Eppure, chiaramente questo non è sufficiente, perché demanda molto al caso e alla disponibilità dei singoli.

    Penso che il punto di passaggio, per incoraggiare un progressivo arricchimento dei percorsi formativi che dia uno spazio adeguato perlomeno ad alcuni dei temi sopra sollevati, sia una riconsiderazione globale del racconto che la società fa del mestiere di medico. Il medico viene descritto attualmente come un professionista che propone degli strumenti diagnostici e terapeutici mutuati dalla scienza; dalla scienza trae la propria credibilità e la propria autorevolezza e dunque la padronanza del sapere tecnico ne determina l’efficacia con i pazienti. Tuttavia, nel momento in cui si pone in una funzione di cura, agisce su fantasmi molto antichi: egli ha, secondo una modalità di lettura etnopsichiatrica che mutuo da Coppo, una funzione di mediazione con l’invisibile. È infatti invisibile il processo fisiopatologico in atto, è invisibile il modo in cui agiscono le terapie. Tale funzione non è poi diversa da quella del guaritore tradizionale di alcune popolazioni dell’Africa settentrionale, per cui l’invisibile è rappresentato dagli spiriti che tormentano il soggetto determinando la patologia. Il medico svolge dunque un ruolo basato su archetipi arcaici in una società complessa e le sue funzioni vanno di conseguenza ben al di là della formulazione di una diagnosi e della proposta di una cura sulla base della letteratura scientifica: ascolta, tenta di restituire un significato al dolore provato, ricostruisce gli elementi, nel contesto di vita della persona, che potrebbero aver contribuito e contribuire alla patologia, accompagna nella sofferenza, valuta la qualità della vita del soggetto malato, tenta di inserire la proposta di cura in un orizzonte di senso che sia coerente con il mondo del paziente. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Il medico, mediando con l’invisibile, attua una ricucitura rispetto alla frattura avvenuta nella vita della persona sofferente con l’irruzione del dolore: unendo i racconti del malato, i molteplici racconti sociali entro cui la cura si inserisce e la possibilità di aiuto che la scienza consente, cerca di giungere con la persona sofferente a un significato del dolore che sia compatibile con la speranza e con il futuro e di negoziare la possibilità di un cambiamento, pur minimo, in almeno un punto dell’esistenza attuale del paziente. Tutto questo, che al singolo professionista è ben presente per le contingenze della propria esperienza dell’incontro con i malati, dovrebbe far parte del racconto sociale del lavoro del medico, in modo da orientare la formazione in modo coerente con tale molteplicità di significati.

    Se questo cambiamento avverrà, forse, in futuro, il medesimo appello a leggere la letteratura che mi fu rivolto al primo anno di Medicina, sarà fatto agli studenti dando a quel termine il significato che gli attribuiva il me stesso diciottenne; sarà quindi consigliato, per apprendere l’ascolto e abituarsi alle narrative esistenziali, di affiancare ogni anno ai necessari testi specialistici almeno un romanzo, in modo da recuperare, accanto al sapere tecnico, una costante comunicazione con l’umano e con la sua complessità.