• L’amore, come la vita, come la bellezza, si nutre di sospensioni del tempo. Di sentire una voce, la sera, e ricollegare le emozioni a quelle di altre sere in cui si è sentita la stessa voce, in cui il senso di tutto sembrava chiudersi in una stanza, in cui il passato e il futuro collassavano sul presente e in cui era bello essere lì ed essere vivi. Kermode ne Il senso della fine parla dell’aevum, di quel tempo che partecipa sia dello scorrere contingente dei minuti e dei giorni, sia dell’eternità e quando lo leggo l’immagine che emerge è legata proprio a quei momenti di sospensione del tempo in cui ho l’impressione di riuscire a toccare l’eternità. Un tempo, associavo tali momenti a certe notti d’estate in cui si riusciva a parlare di sé con maggiore franchezza, in cui si creava uno spazio per raccontare le proprie storie e per sentirsi vicini, al di là delle sovrastrutture e delle diffidenze create dalla quotidianità. Più tardi, la sospensione si è legata strettamente all’esperienza artistica, fosse questa la pratica musicale – nei concerti, quando si suona, spesso ci si dimentica di chi si è, si perdono di vista quanto accaduto ieri e i timori per quanto accadrà domani e l’unica definizione del tempo è data dallo scorrere delle note e delle battute, dall’interna dinamica del brano – oppure il contatto da fruitore con un’opera d’arte o musicale. A vent’anni, andai a vedere per la prima volta l’Aida e non l’avevo mai ascoltata prima. Rimasi lì ammirato, all’ultima fila della galleria del Teatro del Maggio Musicale, accanto a un melomane che canticchiava le melodie più famose ed ero talmente immerso in quanto ascoltavo da sperimentare, alla fine, un certo disorientamento, quasi che tornare al vissuto quotidiano del tempo e dello spazio comportasse uno spostamento dal luogo in cui la musica mi aveva portato.

    Anni dopo, nell’amore trovai la stessa temporalità sospesa tra il presente e l’infinito, la stessa sospensione della necessità di dare all’esistenza un senso e una direzione, secondo la romanzesca successione di inizio, sviluppo e fine di cui Kermode riconosce nel suo saggio al contempo la necessità e l’artificiosità. Parla di Sartre, Kermode, e di come questi cerchi, nella Nausea, di restituire la concretezza delle cose, il caos degli eventi, privando tutto della potenzialità aristotelica per cui ogni momento ha in sé i presupposti per un momento successivo, per cui ogni atto limita la libertà dell’atto successivo. Ebbene, quella pura concretezza priva di potenzialità l’ho ritrovata nelle vicende dell’amore, in quel vissuto qui-ed-ora che si ha quando ci guardiamo, quando ci parliamo, quando siamo insieme e non abbiamo bisogno d’altro.

    Abbiamo necessità di dare un senso. Di distinguere, come scrive Kermode, il tick dal tock dell’orologio e di vivere il tempo che li separa come caricato di un valore specifico. È una necessità che l’autore riconduce alla cristianità, al Nuovo Testamento che riprende l’Antico Testamento, che aveva definito un inizio con la Genesi per poi descrivere un flusso di eventi aperto verso il futuro, e gli conferisce un senso, con la venuta di Cristo, e una conclusione, con l’Apocalisse. Sicuramente è una necessità anche della società attuale, dove il tempo è scandito in modo strettamente legato al senso che l’individuo gli fornisce: ci si iscrive a un istituto superiore in funzione di ciò che si vorrà fare nella vita e si frequenta l’università in funzione del proprio progetto esistenziale. In seguito, si lavora e il lavoro sarà funzionale a raggiungere obiettivi coerenti con quelli imposti dal contesto sociale (ad esempio, fare figli), oppure con quelli individuali o del proprio gruppo (ad esempio, viaggiare per il mondo). È un tempo sempre significato, in cui il senso è poi generalmente cognitivo, mai emotivo, in cui si attua costantemente una rilettura a ritroso per vedere in ciò che è stato la potenzialità di ciò che è, secondo il passaggio della potenza in atto che Aristotele propugnava e Sartre contestava.

    Dunque, sento il bisogno delle sospensioni del tempo, sento il bisogno di quei momenti di pura emotività, a cui si accede ad esempio guardando chi si ama. È, quello, un tempo qualitativamente diverso, in cui la significazione è intuitiva e non razionale e in cui l’assenza di riflessione mette a contatto con l’eternità. Il tempo in cui ci sei tu, ci sono io e va bene così e potrebbe essere così per sempre.

  • Si incontrarono sul limitare dei trent’anni. A quel tempo, sicuramente c’era da qualche parte una guerra, qualcuno protestava per qualcosa, le vite cercavano di districarsi entro i problemi abituali – fondamentalmente, darsi un senso prima che fosse troppo tardi, se possibile innamorarsi, ma solo se possibile.

    Lui aveva trascorso la giovinezza nella distanza infinita delle cose, beandosi nel rimpianto e nella nostalgia. Ogni sguardo non aveva senso nel momento in cui era vissuto, ma in seguito, nel ricordo, quando si colorava del sapore dell’amore che avrebbe potuto significare, di quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Lo chiamava, con un vezzo letterario, bovarismo, senza ammettere a se stesso che si trattava dell’invenzione costante di una vita non vissuta, della sovrapposizione ai giorni di altri in cui tutto sarebbe andato meglio, in cui ogni cosa avrebbe avuto il suo posto, se solo avesse parlato, se solo avesse fatto quella scelta, se solo avesse preso quel treno. Anni dopo, disse che forse era una posizione comoda, la sua, perché nel rimpianto ognuno crea la realtà che desidera, elimina le variabili sgradite, leviga il sogno secondo una linearità che non appartiene alle cose di questo mondo.

    Lei inseguiva una sua concretezza e coltivava ancora la speranza di cambiare la realtà. Lavorava in una libreria del centro e nei pomeriggi d’estate risaliva a volte lungo Costa San Giorgio per allontanarsi dal brusio costante che si dirigeva verso piazza Pitti e cercare uno spazio che fosse solo suo. In altri tempi, avrebbe portato con sé un libro, sarebbe arrivata a Villa Bardini e avrebbe letto nel giardino. Ora, da tempo leggeva solo saggi di politica economica e di filosofia e il luogo le sembrava inadatto a ospitarli. Partecipava ad incontri politici, a volte anche a qualche manifestazione di piazza. In libreria, quando poteva, consigliava Lucien Leuwen di Stendhal, testimonianza, a suo avviso, della tensione tra le ambizioni e i sentimenti – anche se una simile visione avrebbe potuto essere applicata a tutta l’opera di Henri Beyle e dunque forse consigliare specificamente quel libro era solo un vezzo, si diceva, un suo modo per dimostrare originalità.

    Si incontrarono secondo le modalità del tempo, pochi messaggi su un sito finalizzato a far incontrare le persone sulla base di dati assolutamente insufficienti a stabilire un’affinità. Conclusero, nell’ordine, che a entrambi piacevano i dischi di De Andrè, che avevano letto Dostoevskij e che nei giorni d’estate condividevano il piacere di perdersi nel Giardino delle Rose, tra i turisti e le statue di Folon. Lui non le parlò dei suoi silenzi, della difficoltà a raccontarsi nei rapporti, dell’impossibilità per lui della parola che descrivesse i suoi sentimenti per l’altro. Lei preferì non chiedergli la sua visione sulla politica contemporanea, ritenendo di non voler rovinare l’idealizzazione che aveva creato con la scoperta di una profonda passione di lui per posizioni criptofasciste. Entrambi si mostrarono senza particolari ombre, due amanti della letteratura francese e russa che, privi di qualsivoglia storia personale o di qualsivoglia problema emotivo, si trovavano a cercare un luogo di Firenze in cui incontrarsi.

    Decisero di vedersi a una conferenza sull’Uomo senza qualità di Musil, confessandosi con un po’ di timore di non averlo letto, ma di essersi sempre ripromessi di farlo e dunque il primo scambio fu sulla porta del Gabinetto Viesseux per decidere dove sedersi – non troppo avanti, ti prego, vorrei poter andare via se tutto diventa noioso. Lui la trovò più alta che in foto, lei disse che era un’osservazione che le facevano spesso. Lei gli disse che aveva un’aria da bravo ragazzo, insomma, non uno che usa un sito per incontrare persone, lui fece qualche osservazione che si voleva ironica sul fatto che stava conducendo un esperimento sociale.

    Uscirono, presero un caffè al bar di palazzo Strozzi, lei parlò delle vicissitudini del suo lavoro di libraia, condito di qualche aneddoto divertente sugli americani che chiedevano libri inesistenti. Lui rispose con qualche osservazione sulla propria attività di programmatore, deviando presto su tematiche musicali quando vide la noia affacciarsi negli occhi di lei.

    Si dissero, alla fine, di aver passato una bella giornata. Dissero che avrebbero avuto piacere di rivedersi.

    Non si rividero nei giorni o nei mesi successivi. Lui la trasformò nell’ennesima occasione persa da idealizzare e non riuscì a scriverle per proporle di incontrarsi. Lei lo aveva trovato troppo distante dal suo mondo e dai suoi interessi e aveva deciso che, anche qualora le avesse scritto, avrebbe inventato una scusa per non vederlo. Si incrociarono, anni dopo, in quella stessa libreria del centro in cui lei gli aveva detto di lavorare (lui, nel frattempo, aveva del tutto dimenticato quell’informazione). Lei sembrò felice di incrociare il suo sguardo. Gli consigliò Lucien Leuwen, lui se ne dichiarò contento. “Forse ti scriverò” le disse, senza menzionare che aveva cancellato da tempo il suo numero. Uscì dicendosi che sarebbe stato meglio non tornare più in quella libreria per evitare incontri sgraditi con il passato. Lucien Leuwen, comunque, gli piacque. Trovò che raccontasse molto bene la tensione tra i sentimenti e l’ambizione politica.

  • Appunti di viaggio – L’ospedale invisibile

    Barcellona, 27 luglio 2025

    Si arriva a un momento nella vita in cui tra la gente che si è conosciuta i morti sono più dei vivi. E la mente si rifiuta d’accettare altre fisionomie, altre espressioni: su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che s’adatta di più.

    I. Calvino, Le città invisibili, Adelma

    L’ingresso del Recinte de Sant Pau

    Se viaggiare è raccontare, è dare un senso con le parole a ciò che si vede per la prima volta, tornare nei luoghi già visti è un narrare nuovamente. Dunque, mi chiedo arrivando a Barcellona a distanza di un anno, qual è il senso di questo nuovo racconto? Perché tornare a vedere luoghi già visti, perché cercare nuove parole per sostituire quelle già dette? Mi conforta un libro di Bichsel che mi porto dietro in questi giorni barcellonesi – laggiù, in fondo alla Rambla, il Mediterraneo letto nelle pagine di Matvejevic confina il moderno rifacimento del vecchio porto così come altrove, lontano, lambisce le terre dell’olivo e della vite di cui parla lo scrittore jugoslavo. Bichsel scrive che in fondo le narrazioni sono le stesse da secoli, che le storie sono sempre quelle della Bibbia e dei poemi omerici e che tutto quello che segue è un raccontare di nuovo, è un tornare su quei modelli originari. Eppure, abbiamo bisogno di raccontare e non avrebbe significato un modo senza narrazione, un mondo che usa solo vecchie storie per raccontare il presente.

    Il recinte de Sant Pau a Barcellona

    E dunque il racconto del secondo breve passaggio a Barcellona parte dal Recinte de Sant Pau, dal vecchio ospedale modernista nel cui giardino rimango per un pomeriggio, a vagare in silenzio, a confondere il presente con quindici anni di frequentazione, per ragioni di studio o di lavoro, di ambienti sanitari certo meno affascinanti, sul piano architettonico, di questo. Eppure, la storia è simile, è la vicenda di un antico ospedale a padiglioni, costruito lontano dalla città con strutture separate da dedicare ciascuna a una patologia per allontanare i malati infettivi dai non infettivi e tutti loro dalla comunità dei sani. Entrando nelle grandi camerate con i soffitti coperti di piastrelle di ceramica, si può sapere chi viveva lì, a volte per anni, si possono ripercorrere le scomodità che i colleghi di un tempo dovevano affrontare per raggiungere l’ospedale, che era così periferico da non essere raggiungibile neanche con i mezzi pubblici, si può vedere il progressivo inglobamento dell’ospedale nella città e la progressiva costruzione, nelle grandi camerate, di controsoffitti e divisori in cartongesso per crearvi dei moderni reparti con stanze per uno o pochi pazienti. Trovo, camminando tra le cupole dall’aspetto orientale, un po’ della storia della medicina del Novecento, giunta a vette di avanguardia sul finire del secolo partendo da una cultura ottocentesca basata sulla segregazione del malato – fosse questi affetto da malattia infettiva o mentale – per proteggerlo (ad esempio per fargli respirare aria pulita nel caso di un tubercolotico o per evitare la deriva nella marginalità per un paziente con disturbo mentale), ma soprattutto per proteggere la società dalla sua presenza. E trovo anche qualcosa di mio, perché i sotterranei che collegano i padiglioni fanno riemergere i ricordi dei sotterranei dell’ospedale di Careggi, a Firenze, negli anni della specializzazione, tante volte attraversati per evitare un giorno di pioggia in assenza di ombrelli.

    Il pomeriggio è caldo, ma si sente un po’ di vento sotto gli alberi del giardino. Domani riprendo l’aereo, domani torno alla continuità della mia storia. Eppure, non mi sento così lontano da casa e dal mio vissuto quotidiano. Forse, l’esistenza si basa su una ripetizione, su un ritrovare in ogni luogo le stesse storie, secondo quanto scriveva Bichsel, come in quella città invisibile di Calvino dove chiunque arrivi crede di riconoscere persone familiari scomparse da tempo. Ma com’è possibile sollevarsi al di sopra della propria storia, deviare dalla ripetizione di un senso già dato? La domanda rimane sospesa nel luglio barcellonese.

  • Vi è oggi un grande interrogarsi sulla natura profonda dell’amore e delle relazioni e su come possano strutturarsi; questo, tuttavia, lascia da parte un tema estremamente rilevante, ossia la polilettura.

    Partiamo da una prospettiva storica. La società ci ha insegnato, attraverso la scuola, ad avere un sistema di monolettura: devi leggere un solo libro per volta, a cui devi votarti con fedeltà fino a che non l’hai finito o fino a che non decidi di gettarlo in mare perché troppo noioso. Tuttavia, a ben vedere, il sistema monolibroso non prevede una vera fedeltà a un libro: infatti, dopo un libro, ne leggi un altro e magari il libro precedente non lo ricordi più. Pensate a quanti libri avete letto nella vostra vita e quanti ne ricordate: io, dopo quasi vent’anni, ricordo ancora Il rosso e il nero e Lo straniero, ma sono abbastanza certo di aver letto il Diario di un killer sentimentale di Sepúlveda e, se dovessi dire di sapere di cosa tratta, mentirei o mi limiterei a fare presente che è possibile che il protagonista sia un sicario che parla in prima persona. Mi consolo, rispetto a questa necessaria sparizione dalla memoria dei libri, dicendomi che la plasticità cerebrale fa sì che qualcosa di ogni testo letto sia rimasto nell’architettura del mio cervello e che quindi il tempo trascorso a leggerlo non sia passato inutilmente.

    Ma dicevamo, la fedeltà a un libro è inutile. Ogni libro ne esclude altri e in fondo porsi come obiettivo la lettura di un singolo libro per volta è un limite al desiderio, un convogliare il desiderio di lettura, per sua natura incontenibile ed esondante, in una singola attività. Bisognerebbe pensare ad ogni libro come a una relazione amicale, che ci arricchisce, ma che non è sufficiente da sola: deve essere dunque affiancata da altri rapporti, da altri momenti di condivisione, da altri spunti.

    Chiaramente, un sistema polilibroso regge se si definiscono dei limiti. In primo luogo: bisogna adottare le giuste precauzioni. Dotarsi di segnalibro è infatti necessario onde evitare la peggiore patologia provocata dalle relazioni letterarie saltuarie, ossia la possibilità di perdere il segno. In secondo luogo, bisogna essere chiari sui limiti del rapporto: se un libro è lungo e noioso, richiederà molto tempo per essere finito, se invece è breve e facilmente leggibile, potrà godere di una corsia preferenziale onde darci, una volta tanto, l’agognato traguardo del testo terminato di leggere.

    Inoltre: dotatevi di sistemi organizzativi delle librerie casalinghe. Ne propongo uno, basato sugli studi di due autori inglesi trovati sepolti sotto le note a pié di pagina dell’opera omnia di Foster Wallace nel 2009. Mettete in alto i libri che avete già letto. Sono i vostri trofei, il vostro modo di annunciare al mondo che ce l’avete fatta. Guardateli spesso, contateli e segnatene il numero in modo da poterlo ripetere agli amici per darvi un tono e sembrare intellettuali anche se di fatto si tratta di testi di quattro pagine scritti da esistenzialisti polacchi in crisi creativa. Più in basso mettete i libri da leggere, sotto ancora quelli che state, lentamente e faticosamente, leggendo. Scegliete sempre, tra i libri in corso di lettura, un volume molto grande di un autore abbastanza noto al pubblico come creatore di testi difficili. I vostri amici vi ammireranno quando spiegherete loro quanto sia difficile procedere nella vita tenendo un momento nella settimana per leggere L’essere e il nulla di Sartre, ma anche quanto sia appagante applicare i principi filosofici sartriani alla quotidianità. Chiaramente, ogni sei mesi cambiate il volume significativo, perché altrimenti i vostri amici potrebbero rendersi conto che non lo state leggendo davvero. Mettete accanto al volume significativo tanti piccoli libri che state invece leggendo sul serio, variando tra romanzi e saggi così da essere sicuri di coprire, nella vostra voracità letteraria, sia l’esemplificazione attraverso la narrazione che l’elaborazione teorica. Procuratevi, comunque, librerie capienti e un lavoro che vi consenta di dedicare un budget significativo all’acquisto di libri. In alternativa, potete recarvi presso la biblioteca comunale più vicina dotati di una sporta e riempirla ogni settimana di nuovi libri.

    Infine, è centrale la dimensione comunicativa con l’eventuale partner sentimentale. Spiegate la vostra scelta di vita, la vostra incapacità di cambiare, la dura lotta che avete condotto con voi stessi per accettare di amare più libri allo stesso tempo. Il vostro comodino sarà sempre pieno di libri, così come la vostra casa, perché questo è un lato ineliminabile di voi. Chiaramente, trovare un partner polilibroso avrà non pochi vantaggi per sentirsi accettati.

    Ora vi lascio, perché mi sono ricordato che ho iniziato due libri, li ho lasciati aperti in cucina e devo andare a metterci il segnalibro.

  • A F., con gratitudine

    Le storie d’amore tra i violoncellisti e i contrabbassisti, insegnano gli etologi, nascono per prossimità. Il contrabbassista è solitamente un animale pigro, dal momento che utilizza le proprie energie per il trasporto dello strumento e trascorre il resto del tempo in quello stato mentale a metà tra l’onirico e l’allucinato proprio dei fan dei Grateful Dead durante i party a base di LSD alla fine degli anni Sessanta. Pertanto, tende a socializzare o con il compagno di leggio, con cui talora discute di tematiche auliche tipo il punto del brano che deve essere suonato, oppure con i violoncellisti, ossia gli esseri curiosi che abitano di fronte a lui.

    La socializzazione tra contrabbassisti e violoncellisti nasce inizialmente su questioni pratiche, tendenzialmente relative al fatto che i violoncellisti possiedono matite per scrivere sulle parti e i contrabbassisti no e dunque gliele chiedono. Si evolve poi su tematiche più ampie, affrontate generalmente quando il direttore d’orchestra fa provare settecento volte lo stesso passaggio ai violini; si generano, allora, cenacoli intellettuali che disquisiscono su questioni filosofiche, ad esempio relative al pub in cui recarsi per una birra dopo il concerto. Talora, nascono amori, anche se la scienza fatica tuttora a descrivere in modo specifico i passaggi che conducono a ciò. Il presente articolo si concentra pertanto su un caso specifico della storia bizzarra tra una violoncellista e un contrabbassista sperando che possa essere di stimolo alla ricerca sul tema.

    La violoncellista ha probabilmente creduto, in altri tempi, che il contrabbassista fosse un uomo mediamente colto, sicuramente simpatico e dunque con capacità di sopravvivenza in caso di apocalisse nucleare superiori alla media. Sette anni dopo, si è accorta con l’ausilio dei giochi di una fiera di paese di sparare meglio di lui, di tirare pugni molto più forte di lui, di avere capacità di fuga in automobile molto migliori delle sue. Di conseguenza, prefigurando uno scenario post-apocalittico, non le è rimasto che immaginarselo placido, sdraiato a leggere sul letto mentre gli zombi lo guardano perplessi senza mangiarlo nel dubbio che sia uno di loro.

    Se il contrabbassista ha da tempo compreso che la funzione del proprio strumento è puramente estetica e che dunque il proprio ruolo nel mondo è quello di raccontare barzellette a voce sufficientemente bassa perché non se ne accorga il direttore, la violoncellista è ancora convinta di produrre arte. Legge libri sul proprio strumento, ascolta Schumann, ha un rapporto viscerale con Verdi, che chiama amichevolmente “quel cretino” da quando ha scoperto che la parte del violoncello in Falstaff è eccessivamente difficile. Il contrabbassista ha provato a spiegarle che non esistono passaggi difficili, ma solo passaggi orchestrati male e che dunque è un preciso dovere di ogni musicista ridurre, in tali condizioni, il numero di note per battuta. La violoncellista non è parsa convinta e ha ribadito che, a suo avviso, le note andrebbero suonate tutte come ha scritto l’autore e il contrabbassista è tornato a scegliere libri con cui arredare in comode pile la loro comune abitazione.

    Di fronte alla dissonanza tra i loro mondi, all’autore di questa stimabile pubblicazione non resta che concludere utilizzando il celebre aforisma del calabrone, che non potrebbe volare, ma, non sapendolo, vola lo stesso. La violoncellista e il contrabbassista forse non avrebbero, sulla base delle osservazioni scientifiche, una compatibilità di esperienze per condividere la quotidianità, ma sono troppo impegnati a passare le serate a guardare horror fatti male per dare un serio peso a quanto riportato dalla letteratura più aggiornata sul tema.

  • Costellazioni

    Ah, Bartleby! Ah, humanity!

    H. Melville, Bartleby lo scrivano

    I

    Non abbiamo paura della morte
    abbiamo paura delle nostre morti
    delle rivoluzioni della vita intorno all’asse del tempo
    e ci guardiamo indietro e non ci riconosciamo.
    Lo diceva in classe un volto di ieri
    mentre spiegava la religione festosa dei diciotto anni
    e la domanda di Giobbe a Dio
    -perché il dolore? Perché questo perdersi infinito nei rivoli dei giorni
    dove smarrire l’innocenza nella violenza del potere?-
    era ancora una pagina non letta
    una svolta non percorsa nella biblioteca di Babele.

    Nelle forze gravitazionali delle monadi
    sono rimasto come Plutone alla periferia dell’universo
    né pianeta né satellite
    ma viandante solitario alla debole luce
    di un ricordo di una storia
    della fantasia di un volto nell’autunno di Siviglia
    o nell’inverno viennese.

    Forse sull’umano mi inganna
    la mia poca fisica, le formule con cui Galileo
    si illudeva di comprendere il mistero di Dio
    il linguaggio dell’universo
    ma se i corpi si attraggono secondo costanti
    la mia costante era ridotta e i legami troppo fragili
    per sopravvivere agli scarti della strada e della vita
    ai momenti di immersione nella deriva
    dopo l’esplosione iniziale del tempo
    dopo il mattino al porto con il vento a favore.

    Ho attraversato costellazioni e ho creduto
    di esserne parte, a volte
    che qualcosa della loro luce rimanesse nei giorni del mio vagare
    ma dopo ogni rivoluzione mi ritrovavo solo
    e il compagno di viaggio era la pagina di un libro
    o la malinconia di Bartleby nella cortese rinuncia al mondo.

    II

    Ho rinunciato alla rivoluzione
    superati i trent’anni
    quando ormai non mi stupivo che fosse passato
    il tempo di confondersi sull’età e sui giorni
    il tempo di scoprire tutto come se fosse nuovo
    e la vita rinata in un’altra primavera
    era il senso comune di un’estate ritrovata.
    Ho rinunciato alla rivoluzione
    per questioni di fisica
    se non si può attrarre un sistema di lune
    meglio essere
    un effimero nodo nella rete di altri
    un’assenza da ricordare quando sarà passato l’inverno
    una mano da salutare nei troppi giorni della partenza.

    Nei giorni delle barricate
    Bartleby si ritrovò solo
    nel cupo risuonare della città deserta
    dopo la rinuncia al mondo il mondo nuovo non nacque
    e l’avvocato ormai stanco
    aveva smesso di seguirlo
    ultimo satellite di un pianeta in fuga.
    Guardando l’orizzonte vide le foto di un tempo
    le lettere da smistare nell’ufficio di Washington
    -nei giorni sospesi nel ripetersi dei giorni
    si illuse che la vita fosse ormai in quella stanza
    che ogni piccolo gesto ritornasse in eterno
    e che la trama degli attimi fosse infine fissata
    e il senso di tutto definito per sempre.

    Sono stato, pensò
    scarificato satellite sulle soglie dell’abisso
    sospeso nell’assenza di energia gravitazionale
    sono stato
    un vuoto di presenza nello sguardo dell’Altro
    una solitudine fisica o neurobiologica
    in un attimo sospeso in attesa del mattino.

    La fine lo scovò nell’inquietudine del tempo
    accovacciato sulle macerie di una rivolta solitaria
    e ruppe gli ultimi legami con la ripetizione dei giorni
    e improvvisamente il silenzio diventò libertà
    di creare valori senza valori a cui aggrapparsi
    libertà dal tempo e dai tempi usati
    dalle ore lavate dal passaggio della marea.

    III

    Ho ritrovato la rivoluzione
    passati i trent’anni
    mi sono sentito respirare
    ho deciso di guarire
    ho deciso di morire
    ho deciso di dipingere la vita a grandi campate
    prima del tempo del rimpianto e del ricordo
    di scivolare via nella risacca del mare.

    Eppure
    sull’orlo della battigia sul limitare delle onde
    mi fermai a fissare la solitudine del Mediterraneo
    il cielo di primavera si spegneva lentamente
    e il mondo di ieri aveva ancora un suono
    e il calore buono
    della mia ultima casa.

  • Ogni rivoluzione inizia con un “Preferirei di no”, penso in questa mattina che sembra estate, ogni rivoluzione parte da Bartleby e torna a Bartleby, a una rinuncia consapevole a quello che si ha, a una rottura dei legami dati dal lavoro, dagli affetti, dalle routine per un salto nel vuoto forse fatale. Dicono che il cambiamento arricchisce, eppure è così faticoso essere viandanti nel tempo, così faticoso costruire relazioni per poi distruggerle, preferire di no rispetto a ciò che si è desiderato ed essere gli assassini dei propri sogni di ieri. Forse, il problema è la perdita della comunità, penso in questo giorno che a Firenze sembra estate – un tempo, ci si univa perché si viveva vicini, perché si combatteva la stessa battaglia, per ragioni di partito o di sentimento. Oggi ci legano le dinamiche della produzione, dello sfruttamento di sé e degli altri e rinunciare a questo ci rende un po’ esuli, ci fa perdere quanto avevamo creduto di costruire.

    Bartleby rinuncia a produrre, rinuncia a lavorare, rinuncia, infine, a vivere. Eppure, Bartleby rinuncia anche al suo ruolo nella società, all’umana vicinanza, in una solitaria e dolorosa protesta contro il mondo che l’ha escluso, anni prima, da un ufficio per lettere smarrite di Washington. La perdita del lavoro – ma forse anche di altro, di un sogno, di un amore, chissà – diviene la perdita della sintonia con il mondo e lo isola in una infinita lontananza, in cui è inattingibile dall’umanità. Preferire di no, nel suo caso, è stare fuori dal rapporto con l’Altro, con gli obblighi che questo comporta, fuori dalla possibilità di dare, ma anche fuori da quella di ricevere amore, aiuto, sostegno. Bartleby è un uomo solo. L’avvocato, suo precedente datore di lavoro, prova ad aiutarlo, ma è un tentativo di connessione unilaterale. Bartleby non risponde, non rientra nella società, è altrove e vi rimane fino alla rinuncia estrema di tutto, la morte, il termine definitivo di ogni comunicazione.

    Ogni rivoluzione inizia con la rinuncia, ogni cambiamento determina quell’istante di estraneità in cui non siamo più nel mondo di ieri, le relazioni che avevamo sono in una distanza abissale in cui non si sente più alcuna voce e le emozioni sono spente da un nuovo dolore. E rimane dunque quell’istante di angoscia della nascita, la separazione dal tutto che ci ha dato senso e non sappiamo se il mondo avrà di nuovo significato, se di nuovo ci sarà per noi uno spazio di relazione in cui sentirci accolti. Ci perderemo nel mare senza rotta oppure troveremo una strada per allontanarci da Itaca? Non sappiamo. Eppure, salpiamo. E il mondo di ieri è sempre più lontano.

  • Passando tra gli scaffali dei luoghi che abito o ho abitato, incontro i libri che vi ho lasciato, gli spazi vuoti di quelli prestati e mai restituiti, i sensi di colpa per quelli che avrei dovuto leggere e non ho mai letto, il rimpianto per non ricordare il contenuto di qualche volume che, quando l’avevo aperto, mi aveva conquistato. Borges iniziava la Biblioteca di Babele assimilando l’Universo a una biblioteca – ricordo che sentii quel racconto per la prima volta nella sala centrale di una biblioteca in Piazza della Libertà ai tempi del liceo, il bibliotecario leggeva lentamente, in modo cadenzato, senza manierismi da attore. Ho ripreso in mano quel racconto più volte, in seguito, ma non sono mai riuscito a ritrovare quel coinvolgimento di allora, dato dalla cadenza delle parole, da un’adolescenza in cui tutto era nuovo, da un’estate in cui ingenuamente mi identificavo con un Kerouac di provincia desideroso di partire per andare chissà dove.

    La vita, che altri chiama la biblioteca, direi oggi parafrasando Borges, in quanto percorrendo le strade dei libri accumulati negli scaffali riesco a ritrovare ricordi dimenticati, quasi delle madeleine proustiane della mia carriera di arredatore di biblioteche, fatta di acquisti insistiti di testi che hanno modificato il mio modo di vedere il mondo e l’esistenza, che mi hanno accompagnato per qualche tempo senza toccarmi troppo o che sono rimasti là a prendere un po’ di polvere e a ricordarmi che forse l’entusiasmo che avevo quando li ho comprati era eccessivo.

    Potrei dividere i libri per aree emotive, per frammenti di vita, per stagioni. In basso metterei i libri per l’estate. Sono libri solitamente militanti, le pagine di Goffman sulle istituzioni totali, i racconti sulla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Trieste, i saggi sulla sessualità, sul consenso e sulla possibilità di una diversa educazione alle relazioni. Più in alto darei spazio ai classici letti negli anni ormai lontani dell’adolescenza. Erano anch’essi libri per l’estate, ma di estati diverse, vuote, in cui tutto sembrava fermarsi e non rimaneva che incanalare il desiderio di trasformare il mondo nell’incipit di Anna Karenina, udito per la prima volta al piano superiore della biblioteca delle Oblate, una sera di giugno, letto quasi sottovoce per un pubblico silenzioso.

    Ci sono poi, ad altezza di sguardo, gli autori che mi hanno sostenuto in anni difficili, che mi hanno restituito l’entusiasmo per la pagina scritta in tempi in cui ormai leggevo quasi per rassegnazione, per passare il tempo. È lo scaffale di Izzo, a cui devo l’amore per il Mediterraneo nutrito poi dalle poesie di Ghiannis Ritsos e dal Breviario Mediterraneo di Matvejević, di Alvaro Mutis, con i suoi marinai smarriti in mille viaggi con la nostalgia di una donna di nome Ilona, di Magris, che mi avvicinò al mito dell’Austria asburgica e mi fece comprendere che volevo essere come l’uomo della Felix Austria descritto da Werfel, che lavorava per vivere, anziché vivere per lavorare, che dava senso all’esistenza nel tempo lasciato libero dalle incombenze della quotidianità e dal lavoro.

    Lascerei un piccolo spazio per i libri che ho riletto, per i testi che mi hanno davvero accompagnato nel tempo. Sono perlopiù testi poetici, perché la prosa raramente passa nelle mie riletture, e in cima alla colonna metterei senz’altro la raccolta delle poesie di Eliot, dove negli anni più volte sono tornato per incontrare Prufrock e la sua amletica indecisione. In fondo, anch’io mi sono chiesto più volte Avrò il coraggio di turbare l’universo?

    Per terra, lascerei i molti testi acquistati negli anni per dirimere il mio dubbio perenne sull’identità, del tempo passato a chiedermi se effettivamente avesse senso pensare una continuità nel mio percorso esistenziale, se vi fosse un filo che legava il bambino che sono stato all’uomo che sono diventato. Non ho mai letto quel libro di Ricoeur di settecento pagine che è rimasto a ricordarmi le mie mancanze dal terzo piano di uno scaffale in legno, ma molti altri mi hanno accompagnato con poche risposte e molte domande e tuttora mi interrogo. Forse, l’identità sta anche nei libri che ho letto e che ritornano talora con i loro frammenti e citazioni per accompagnare momenti diversi della mia esistenza. Forse, oltre all’identità narrativa di cui parla Ricoeur, al raccontarci che ci dà senso, esiste anche un’identità data dalle parole lette che tornano anno dopo anno a dare una forma a ciò che viviamo, a far echeggiare nel presente voci e momenti di altri tempi.

    Dunque, se un giorno vorrò raccontare la mia vita – anche se non so chi potrebbe ascoltarla – penso che lo farò attraverso i libri, attraverso le emozioni generate, attraverso le speranze emerse e svanite con la loro lettura. Ogni tanto, passando tra gli scaffali, ritrovo qualcosa della persona che sono stato. E mi rendo conto che, se mai dovessi scrivere delle memorie, sarebbero le memorie di un arredatore di biblioteche.

  • Qualche giorno fa ascoltavo una canzone di Guccini sui fatti di Genova del 2001, Piazza Alimonda. Mi è venuto in mente che anni fa, in uno di quegli incontri di cui è costellata la mia vita, dove per una sera o per pochi giorni ci si sente molto vicini per poi perdersi per sempre lungo rotte destinate a non incrociarsi mai più, conobbi un’appassionata di musica che aveva una buona conoscenza dei canti di lotta e delle resistenze passate e presenti. Mi disse che forse Guccini avrebbe potuto impegnarsi di più e che Piazza Alimonda era un testo un po’ troppo neutro, un po’ troppo descrittivo, un po’ poco poetico. Mi suggerì un’altra canzone sui fatti di Genova, Dall’ultima galleria, di Alessio Lega, un cantante che conosceva e di cui andava a sentire i concerti – sempre in prima fila, mi disse – e mi mandò il testo e la musica. Ricordo che mi colpirono molto le parole di quella canzone, in particolare alcuni versi:

    Io quando tornerò a Genova dal baracchino del caffè di rito
    l’antico samovar della tristezza, che sta bollendomi dentro al fiato
    questo dolore che mi ha tradito l’enorme sagoma del lutto
    il mio tormento che ho malcelato e queste lacrime che tengo stretto…

    Glielo scrissi, poi parlammo un po’ e non ci sentimmo più, ma ricordai sempre con piacere quei giorni di interazione, quell’incontro casuale che mi aveva lasciato qualcosa, una canzone, qualche verso, un po’ di bellezza e un po’ di tristezza nelle parole di altri.

    Alcuni giorni fa cercavo il testo di Eroina di Mannerini, uno di quegli autori irregolari che mi affascinano, un poeta di cui si trova poco che non sia filtrato dalla sua collaborazione con De André. Ho scoperto, in tal modo, che la persona che avevo conosciuto allora era morta da qualche anno, suicidio, dicevano e di nuovo ho pensato a quella breve interazione, al ricordo negli anni, al samovar della tristezza.

    Oggi che si parla di liberazione e resistenza mi è tornata in mente questa piccola storia e ho rimesso su quella canzone, pensando a come i brevi incontri a volte lascino tracce nella memoria e a come quelle tracce talora riemergano a distanza di anni grazie a una serata di aprile in automobile ad ascoltare dopo molto tempo una canzone di Guccini che parla di Genova.

  • A Peppe, con affetto

    Il padre del contrabbassista non ha sempre saputo di essere il padre del contrabbassista. Fino a un certo punto, ha pensato che il figlio fosse un bambino come gli altri, di quelli che sognano di fare il calciatore, poi si rendono conto che non riescono a prendere la palla neanche con le mani per mancanza di coordinazione e finiscono a fare qualche lavoro che garantisce il mutuo e il posto fisso come l’impiegato alle poste o il prete. Non sa di preciso quando è diventato il padre del contrabbassista. Sa solo che a un certo punto il suo virgulto, sangue del suo sangue, ha deciso di abbandonare gli studi pianistici e che in una giornata d’estate sua moglie, sulla buona strada per diventare la madre del contrabbassista, ha portato il suddetto virgulto ed erede al trono a scoprire quello strumento dalle dimensioni un po’ eccessive che però suonava tanto bene. Il padre del contrabbassista, uomo pratico, forse si era illuso che il figlio, che già si lasciava notare più per le capacità intellettuali che per un’abilità pratica anche media riguardo allo stare al mondo, avesse quel minimo buon senso che gli consentisse di scegliere di suonare uno strumento che fosse agilmente trasportabile. Invece, in un giorno di settembre gli è stato presentato un oggetto di un metro e ottanta e la famiglia ha deciso democraticamente che l’auto del padre del contrabbassista era la più adatta a trasportarlo.

    Il padre del contrabbassista, da allora, ha trascorso molto tempo in quell’auto. Ha portato il contrabbassista alle prove, l’ha aspettato tre ore, è andato a riprenderlo. Se fosse stato un amante della filosofia, avrebbe forse finito l’opera completa di Sartre nel tempo passato ad attendere il contrabbassista. Se fosse stato un lettore di romanzi, avrebbe esaurito la letteratura russa. Più modestamente, il padre del contrabbassista, uomo pratico a differenza del contrabbassista, ha avuto molto tempo per fare telefonate di lavoro o per socializzare con gli altri padri di musicisti, notando come gli altri musicisti avessero la possibilità quasi magica di muoversi autonomamente utilizzando i mezzi pubblici, liberando talora gli augusti genitori dall’incombenza di accompagnarli.

    Il padre del contrabbassista ha sperato allora nell’ottenimento della patente da parte dell’erede al trono, per scoprire poi amaramente che il principe ereditario del Lussemburgo anche dopo aver conseguito la licenza di guida avrebbe molto gradito essere accompagnato dal suo personale ministro ai Trasporti. Ha continuato a trovare centocinquanta modi per smontare la sua automobile per farci entrare il contrabbasso e a chiedere al contrabbassista se si fosse infine deciso a muoversi in autonomia.

    Oggi, poco si sa del padre del contrabbassista. Il contrabbassista, per quello che si dice, fa un lavoro di quelli che la gente ti guarda strano se dici che lo fai, tipo il rapinatore di banche o lo psichiatra. Lui forse pensa con malinconia ai tempi andati, oppure no, guarda la sua macchina ancora intera, riflette sul fatto che non la deve più smontare e in fondo è felice.