Mao, Mao

Con quali parole racconterò la primavera? Me lo chiedo a tarda notte, mentre guardo sul divano La chinoise di Godard, con la sua narrazione a scossoni, con le interviste intervallate dalle citazioni di Mao lette ad alta voce. Il mondo che cambia ha bisogno di parole nuove, eppure il vocabolario che sento di avere è ancora quello di ieri, è ancora quello con cui ho dato il senso ad altri anni, ad altri giorni, a un tempo che è scomparso e che non ha senso credere ancora presente.

Giorni fa, durante un cineforum, parlavamo della difficoltà di trovare parole per raccontarsi e di come queste parole a volte possano venire dalla letteratura, dalla poesia. Per me spesso è stato così, in tempi incerti. Ho spiegato a me stesso la solitudine dei miei vent’anni aggrappandomi alla malinconia di Izzo, oppure ai marinai sperduti nel Caribe di Mutis. Ora siamo di nuovo, come allora, in un luogo che non ha un senso predefinito, un luogo sconosciuto a cui dare un nome. Rispetto ad allora, è un luogo che oltre alla tristezza per ciò che è perduto porta con sè l’entusiasmo per ciò che potrebbe arrivare. Porta, come la primavera, la stanchezza per l’inverno passato e l’attesa confusa per il rinnovamento dell’estate.

Sul comodino, un libro di Quattrocchi sul Maggio Francese parla di altre speranze, in altri tempi, e così un libro di Basaglia, abbandonato al suo fianco. Rispetto ai personaggi della Chinoise, ritratti con ironia da Godard, ho meno certezze e non ho un Mao da cui farmi dare un senso. Forse ho un cosplay del Maggio Francese a sostenermi, un’immersione in quel passato associata al desiderio di attualizzarlo. Ci penso leggendo Mattia Salvia, secondo cui la politica è diventata un cosplay del passato (e forse, come lui stesso osserva riprendendo l’analisi di Marx sull’ascesa di Napoleone III, non è una novità). Ma come sempre non mi immergo troppo nelle parole degli altri e questo lascia l’instabilità, lascia la necessità di spostarsi sempre da un senso all’altro, lascia la gioia dell’esplorazione.

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