Sous les pavés, la plage – Appunti di viaggio

Parigi, 1 maggio 2026

Place de la Sorbonne

“Sotto il selciato, la spiaggia” penso mentre, girando nel quartiere latino, ritrovo alcune zone in cui ancora l’asfalto non ha inghiottito quei sampietrini che nei giorni del Maggio ’68 venivano strappati e usati contro la polizia. Tutto, attraversando questi luoghi a quasi sessant’anni da quelle barricate, sembra profondamente cambiato e ora su Boulevard Saint-Michel e su Boulevard Saint-Germain scendono pigramente i turisti serali, mentre la Rue Mouffetard è piena di un chiacchiericcio disimpegnato – due ragazze discutono di una conversazione avuta da una di loro con un tipo, più in là persone in coda attendono di mangiare una crêpe e il tempo di ieri si nasconde sotto il flusso che attraversa il Quartiere Latino, ora disperdendosi, ora concentrandosi.

Place de la Contrescarpe

Improvvisamente, girando da Rue de Saint-Jacques, mi trovo davanti la Sorbona, silenziosa in una strada vuota. La mia ricerca di un tempo perduto, di un tempo che ha attraversato queste strade e che ora risuona solo in quello che leggo e che desidero, improvvisamente giunge ad un punto di contatto tra la realtà del luogo e le mie fantasie del passato. E sembra quasi di vederli, quei ragazzi di maggio, in questa notte silenziosa, mentre le luci della Place de la Sorbonne illuminano i rari passanti e la grandiosità del Pantheon, poco lontano, sembra attutita dall’oscurità. Sembra di sentire il rumore delle discussioni durante i giorni delle barricate, le voci di un movimento senza volto e senza nome, alla ricerca, come scrive Quattrocchi, non solo del pane, ma anche delle rose, non solo del cambiamento sociale, ma anche di un benessere esistenziale. Il desiderio dissidente, come lo chiamò Fachinelli, quel desiderio di cambiamento che non si ferma su un obiettivo o su delle rivendicazioni da ottenere, ma che si supera sempre senza strutturarsi in una gerarchia con dei capi e delle ideologie stabili, è nato qui, dopo l’abbandono di Nanterre da parte del movimento studentesco.

Rue Mouffetard

Mi trovo quasi a commuovermi, in questa notte parigina lontana da tutto, lontana da quel mondo di allora, mentre la stabilità delle pietre degli edifici continua a unire passato e presente. Da un anno studio il Sessantotto, il lungo Sessantotto italiano, il Maggio Francese, come tentativo di trovare una risposta alle incongruenze del presente, al realismo capitalista che non vede alternative all’esistente e a volte fa sentire soffocati da un futuro che si prospetta come l’eterno ritorno dell’uguale. Allora, si avvertiva come oggi la necessità di associare al miglioramento delle condizioni di vita la possibilità di ritrovare una costruzione del Sé che consentisse di essere felici, nella consapevolezza che qualsiasi lavoro, con qualsiasi trattamento economico, poteva diventare alienante in assenza di creatività e di libertà. Che l’alienazione non stava nelle maggiori o minori ore in fabbrica o in ufficio, ma nell’assenza di qualcosa che sottraesse alle dinamiche anonimizzanti e standardizzanti per cui tutti devono fare la stessa cosa, nello stesso modo, per tutto il tempo e il tempo libero serve solo a recuperare le forze per ricominciare a produrre, non a sviluppare la propria identità in una dimensione altra da quella del lavoro. A diciotto anni scrivevo sul diario un vecchio slogan surrealista, “Trasformare il mondo, cambiare la vita”. A trentacinque, mentre da Place de la Sorbonne mi sposto verso il Pantheon e intravedo da lontano la Torre Eiffel illuminata, forse sono ancora lì, sospeso tra il desiderio di un cambiamento esistenziale e le istanze di lotta sociale. Forse, questi edifici non sono solo il ponte tra due età della storia di questa città. Sono anche una sorta di madeleine proustiana tra due fasi della mia vita e riportano l’energia della mia adolescenza all’uomo che sono oggi, più consapevole, ma non ancora rassegnato.

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