Parigi, 5 maggio 2026

La sera del cinque maggio mi trovo a fermarmi davanti all’Hôtel des Invalides, dove è sepolto Napoleone. Forse dovrei essere molto più a nord, nel cimitero di Montmartre, sulla tomba di Stendhal, perché la mia fascinazione adolescenziale per il generale corso è strettamente legata alla lettura febbrile in pochi giorni della Certosa di Parma e del Rosso e il Nero nei primi giorni d’autunno del 2009. Allora, la nostalgia di Stendhal per i giorni dell’Impero e la fuga da casa di Fabrizio del Dongo per unirsi all’esercito francese a Waterloo sapevano dell’entusiasmo di quei giorni dell’adolescenza, quando tutto sembrava a portata di mano e si poteva costruire il futuro semplicemente con la forza dei propri desideri. Che poi in realtà io, all’epoca, volevo soprattutto scrivere, senza rendermi conto che non si può scrivere senza aver vissuto, non si può comprendere la realtà senza averla attraversata, non si può apprendere il mondo dalle parole di altri riportate sulla carta e poi raccontarlo. Sapevo poco dell’esistenza, comprendevo poco la filosofia, materia che anni dopo avrei amato, e rimanevo a letto, malato, a leggere di Napoleone tra le pagine di Stendhal e quell’immersione adolescenziale nell’amore e nella politica di Fabrizio era tutto quello che contava e intersecando quella lettura a quella di Nadja di Breton sognavo un amour fou che mi facesse sentire un po’ come il personaggio di un romanzo. Oggi sono molto più disincantato, mentre passo davanti all’Hôtel des Invalides nell’anniversario della morte di Napoleone e una coppia di tedeschi mi chiede di fotografarla di fronte al Dôme – trovo ironico che il luogo in cui è sepolto il conquistatore d’Europa sia meta di pellegrinaggio anche da parte di chi all’epoca subì l’invasione francese, ma del resto la figura dell’imperatore è stata oggetto di sentimenti misti anche tra i suoi contemporanei, da Beethoven che gli dedicò la sinfonia Eroica per poi cambiare idea a Foscolo che lo accolse come liberatore per poi rimanere deluso dal trattato di Campoformio. Forse, anche loro parteciparono, per breve tempo, di quell’entusiasmo che mi fu trasmesso da Stendhal e che tuttora forse ancora passa a chi legge nel titanismo di chi lotta contro tutti per portare i valori della Rivoluzione la possibilità di cambiare radicalmente, di trasformare rapidamente il mondo.

Ma oggi sono molto più disincantato e i sogni dell’adolescenza si sono trasformati nella consapevolezza dell’età per cui ogni cambiamento richiede tempo, organizzazione, richiede quiete per analizzare e pensare soluzioni, richiede la forza di non farsi sconfiggere dalla rassegnazione e dall’impressione dell’eterno ritorno dell’uguale. Forse, crescere vuol dire anche questo.
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