Dove le storie svaniscono – Appunti di viaggio

Parigi, 5 maggio 2026

Il museo D’Orsay a Parigi

Quanta vita c’è dentro gli sguardi dei quadri di Renoir, nei danzatori di una sera al Moulin de la Galette, a Montmartre. Quanta contemplazione immobile c’è nella stasi di Monet, nei soggetti sempre uguali in cui cambia solo la luce, nei cieli che si colorano in modo sempre diverso, nelle ninfee e nei salici piangenti che confondendosi con l’acqua giungono nel tempo quasi a tendere verso l’astratto. All’epoca, tutto questo era rivoluzionario. Era rivoluzionario rappresentare la vita mondana in tele di grande formato, dare dignità artistica a un flirt durante una colazione, ed era rivoluzionario rappresentare le immagini impastate del mattino al porto di Le Havre, quel momento in cui gli oggetti ancora appaiono indefiniti e in cui tutto oscilla tra esistenza e assenza, tra ciò che è e ciò che evoca.

Alcuni quadri degli anni di Giverny di Monet al Musée Marmottan

Monet sembra raffigurare il punto in cui l’oggetto svanisce per smarrirsi in un tutto fatto di luce e colori. Nei passaggi dai primi quadri impressionisti alle opere realizzate negli anni di Giverny si assiste al passaggio dalla presenza di un contesto definito, fatto di edifici, talora persone, piante, cielo a una vaghezza in cui solo la luce è certa, mentre non si sa più se ciò che si vede sia un salice piangente o il ponte giapponese del giardino della casa del pittore. L’astrazione dal soggetto lascia che il mattino o la notte definiscano la scena e che dunque ciò che si guarda non sia più un’immagine che appartiene al pittore, ma un richiamo per ricordi privati, per altri pomeriggi estivi o altre sere invernali in cui il riflesso del sole o del crepuscolo sulle acque riproduceva impressioni simili. Sedersi al centro della sala finale del museo Marmottan è situarsi in un luogo di confine tra il presente il ricordo, in un ponte verso la pura contemplazione dei giorni d’infanzia e quelle acque su cui si riflettono confuse ombre di piante e fiori diventano quelle del Mediterraneo in una mattina di un’altra età.

“Ballo a Bougival” di Renoir, temporaneamente ospitato al museo D’Orsay

Monet si perde, lascia svanire la concretezza dei giorni, degli anni e perfino delle figure in favore delle pure variazioni della luce, come in un processo di riduzione all’essenziale, al puro vedere prima che la coscienza dia una forma e un nome alle cose di cui parla Husserl e su cui scrive anche Lévinas in uno dei suoi primi saggi. Renoir invece vive di un presente situato, cerca di cogliere il momento che verrà dimenticato, la frase detta a mezza voce, il frammento che non entrerà mai nei ricordi e che andrà solo a costituire una parte di una memoria essenziale – “Quella sera sono stato bene” – pronta a svanire di fronte a questioni più importanti. In fondo, entrambi si situano prima del racconto, prima della narrazione, in quel fluire dell’esistenza che precede l’organizzazione delle sensazioni nell’io narrativo, che precede la formazione di parole che diano significato (o condannino all’oblio) quel momento. Monet situa la sua contemplazione nella natura, Renoir nell’immersione in un flusso di sensazioni ed emozioni dato dallo scambio festoso con altri esseri umani. Entrambi, però, si pongono ai primordi della coscienza, in uno stato in cui si sa di esistere ma non si è completamente consapevoli di chi si è, in cui si è sospesi tra le percezioni e il senso che esse prenderanno nel nostro percorso di vita.

Il “Ballo al Moulin de la Galette” di Renoir al Museo D’Orsay

Forse, penso, è quello che mi serve in questa fase del mio percorso di vita, in cui i vecchi riferimenti sono caduti e il senso è da costruire. Tutto si muove oscillando tra la contemplazione e il ricordo e la ricerca dell’immediatezza di momenti che permettano di vivere qualcosa di nuovo. Nei colori senza forma del presente, emergono gli entusiasmi per le storie di ieri (come quella del Maggio che mi ha guidato all’inizio di questo viaggio), le strade non percorse non sono più occasioni perdute ma possibilità da utilizzare come rimedio alla caduta del vecchio mondo, il tempo collassa irrimediabilmente sul presente.

Un altro quadro degli anni di Giverny di Monet al Musée Marmottan

E dunque rimango lì, nel presente che si specchia nell’astrazione delle Ninfee degli ultimi anni di Monet, mentre emergono immagini indistinte provenienti dalla mia e da altre storie. E mi sembra di comprendere meglio Monet e Renoir.

Vista dal Museo D’Orsay

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