Poeti in tempo di privazione – Appunti di viaggio

Parigi, 6 maggio 2026

La Sainte-Chapelle

Ma, amico! Arriviamo troppo tardi. Vivono certo gli Dei/ma sopra la nostra testa, in un altro mondo/operano senza fine e sembrano curarsi poco/se noi viviamo. Ripenso ai versi di Hölderlin al mattino, dentro la Sainte-Chapelle, e più tardi, al Grand Palais, mentre i quadri di Hilma af Klint parlano del tentativo di evocare il divino attraverso l’arte. Come si evoca il divino in un mondo di Dei lontani e indifferenti, nel mondo in cui, come nell’elegia di Hölderlin, gli Dei sono fuggiti e riemergono talora nei sogni, proteggendo l’uomo dalla loro vista? Il mondo religioso e culturale medioevale, in cui si inserisce la costruzione della Sainte-Chapelle, aveva un luogo definito per la divinità, che si situava al centro delle riflessioni esistenziali e filosofiche; così, un’opera piena di riferimenti alla storia del tempo e alle conflittualità del presente come la Commedia di Dante si inseriva comunque in un orizzonte religioso e il re di Francia Luigi IX, molto devoto, cercava di procurarsi a costi proibitivi la corona di spine dall’imperatore bizantino per porla all’interno della sua cappella personale. Ora, quello che rimane di quel mondo è la coda all’ingresso della Sainte-Chapelle, dove un signore inglese con notevole senso dell’umorismo riesce, con diplomazia e insistenza, a convincere l’addetta all’ingresso dei visitatori a fare procedere la fila dopo più di un’ora di attesa, commentando poi con un gruppo di suoi connazionali l’inefficienza dei Francesi. Eppure, tra le vetrate della Sainte-Chapelle si riesce a sentire l’eco di quel tempo di Dei non ancora nascosti, in cui la spiritualità si innalzava verso le vetrate che filtravano il cielo in decine di colori, in cui il mistero abitava luoghi in cui si poteva riuscire a percepirne la presenza.

La mostra di Hilma af Klint al Grand Palais

Settecento anni più tardi, Hilma af Klint racconta nei suoi quadri un percorso iniziatico, fatto di parole e simboli destinati a evocare una divinità che si nasconde dietro il velo del mondo, che si rivela per squarci accessibili solo per brevi momenti. È un mondo diverso, in cui lo spazio per la spiritualità si è smarrito e non vi è più una dimensione codificata in cui inserire un dialogo con una dimensione altra. Dunque, la possibilità di tornare a comunicare con gli Dei di Hölderlin, fuggiti lontano, senza esserne abbagliati, è trovare, in un contesto privato, la giusta chiave per rompere la continuità del tempo, per evocare l’eccezione all’eterno perpetuarsi delle leggi della fisica, la maglia rotta nella rete di cui parla Montale. C’è molta speranza, nei quadri di Hilma af Klint. C’è non solo la speranza di poter accedere a una dimensione altra, ma anche che tale dimensione riveli qualcosa che non sia l’assenza di significato dell’esistenza o il dolore essenziale alla base della vita di cui parlano i meccanicisti come Leopardi, bensì arricchisca il senso dei giorni, dia una direzione.

La mostra di Hilma af Klint al Gran Palais

In fondo, la ricerca del senso procede sempre per epifanie, per brevi attimi in cui tutto diviene chiaro e in cui una parola mette in contatto con un significato più ampio. Ma quali sono le parole che oggi possono mettere in contatto non dico con il divino, ma anche solo con una lettura del reale che dia anche una direzione e non prenda semplicemente atto dell’esistente? Ed è ancora possibile ritrovare la magia della parola, la parola che evocava oggetti nella tradizione mesopotamica, la parola che evoca Dio nei riti iniziatici, in un tempo in cui la ripetizione di frasi e suoni rende tutto indistinto? E mi chiedo poi, in un tempo che anche nella mia vicenda personale ha smarrito il precedente significato, quale sarà la parola o il momento che riporterà tutto ad essere intero?

La mostra di Hilma af Klint al Grand Palais

Forse bisogna ignorare tutto questo e tornare a scrivere poesie. E comprendere a cosa serva, come scrive Hölderlin, essere poeti in tempi di privazione.

La Sainte-Chapelle

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