• Giorni di rabbia

    Sono giorni di preoccupazione. Giorni in cui la salute mentale è tornata nel dibattito pubblico, ma non nel modo in cui avremmo voluto, noi che di disturbi e cure andiamo a parlare con i cittadini, di sera, fuori orario di lavoro. Si parla della necessità di risorse – che è reale – ma non con l’idea che questa possa aiutare a fornire un supporto di qualità ai milioni di persone sofferenti che vivono nel nostro Paese, ma con la fantasia che questo possa permettere di prevenire atti criminali come quello di Modena.

    Su Modena, il dibattito è chiaro: da una parte si dice che la colpa è dell’immigrazione, dall’altra si parla di una responsabilità del centro di salute mentale che aveva in cura la persona e che non l’avrebbe seguito nel modo giusto o per il giusto tempo. Nessun accenno alla responsabilità personale, grande assente del nostro tempo: la responsabilità non è della persona, che sceglie liberamente tra tante possibilità di tentare di uccidere altri esseri umani, bensì di chi le ha permesso di arrivare in Italia (sebbene si trattasse di un cittadino italiano), oppure di chi non l’ha curata e addirittura le ha consentito di avere la patente. Nessun accenno al fatto che in una società in cui ognuno è sempre più solo e in cui la solidarietà è scomparsa, la manifestazione della rabbia per la propria condizione può assumere forme violente. Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, ci insegnano tanto, con le numerose stragi avvenute negli anni ad opera di lupi solitari.

    Alla fine, l’impressione è che anche chi chiede più risorse per la salute mentale porti in sé un profondo stigma. Che chieda che ai pazienti con disturbi psichici – che poi siamo tutti noi, in una fase della nostra vita, quando attraversiamo un periodo depressivo, quando siamo sopraffatti dall’isolamento, quando non riusciamo a raggiungere gli obiettivi che la società ci impone – venga tolta la patente, ignorando che per chi assume terapie psicofarmacologiche il rinnovo della patente è già soggetto ad accertamenti ulteriori rispetto agli altri cittadini. Che chieda di togliere risorse alla cura di chi soffre per destinarla alla prevenzione del crimine, con l’idea – totalmente infondata su un piano scientifico – che sia possibile per uno psichiatra modificare la mente di chi non si trova a proprio agio nella società e non ne vuole seguire le regole.

    Dovremmo accettare, forse, che non ci sono soluzioni magiche. Viviamo in una società complessa, spesso violenta, dove la lettura dei fenomeni dovrebbe essere accompagnata da un’analisi attenta del contesto da cui emergono. Invece, abbiamo la tentazione di spiegare tutto partendo dall’intrapsichico. L’ha fatto perché è matto. L’ha fatto perché è un immigrato e si sa come sono gli immigrati. Questo provoca l’illusione che basti cambiare un tassello per risolvere tutto, senza accorgersi che creare una divisione stigmatizzante tra “noi” e “loro” non fa che contribuire alla perdita di solidarietà della nostra società (e quindi, magari, sarà più difficile trovare aziende disposte ad accogliere persone con disturbi mentali che devono fare un reinserimento lavorativo). Non solo: favorisce l’idea che i miei problemi siano colpa di qualcuno di specifico, alimentando le difese paranoiacali e l’idea che ci sia un nemico da accusare di tutte le mie difficoltà. Tale idea è quella che sembra aver generato quanto accaduto a Modena ed aveva generato anche, anni fa, a Firenze, a pochi passi dal luogo in cui sono nato e cresciuto, una strage razzista durante un mercato rionale.

    Sono giorni di rabbia. Spero che il tempo delle spiegazioni facili passi presto e che si torni, finalmente, a pensare.

  • Il vento di maggio passa sulla campagna, sulle case isolate, sugli alberi in cima alle colline. Sotto questo sole pallido, in questa primavera piovosa, la macchina attraversa le curve che lasciano scorgere in lontananza altri luoghi familiari e forse, in fondo, la città. La radio suona, in sottofondo.

    La canzone dell’amore perduto

    In questa primavera vivo di quello che ho perso e di quello che ancora non ho. Questa strada di campagna percorsa decine di volte non è più significata, è un territorio nuovo per gli occhi che lo guardano dal vetro di una storia cambiata. Il tempo che mi lascio alle spalle è stato bello, bello è stato innamorarsi, entusiasmarsi, leggere fino al mattino libri per orientarsi sul percorso che mi ha condotto ad essere quello che ero fino a ieri. Il tempo trascorso è sfumato fino a svanire, con la delicatezza delle parole di De Andrè in quella canzone che ho sempre amato e che solo ora riesco a comprendere, in questo tempo di lutto e di rinascita. Come fanno presto, amore, ad appassire le viole. Ma la campagna rinasce ogni primavera, dopo l’inverno, e lavorarci e, per qualche tempo, viverci mi ha insegnato a osservare la natura e a sapere che nella luce opaca dell’inverno, oltre gli alberi spogli, si cela la certezza che “rifioriranno le gioie passate/nel vento caldo di un’altra estate”, come dice un’altra canzone.

    E un giorno…

    Guccini canta il tempo che passa e la sua consapevolezza, mentre all’altezza di Chiocchio la campagna si apre di fronte allo sguardo per chilometri. Da più di un anno sto leggendo sul Sessantotto, da qualche tempo sto approfondendo il Maggio Francese e i suoi precursori ideologici. Si parla, in quelle pagine, della possibilità della libertà e si definisce la libertà che si vuole, nonostante l’idea diffusa di un insieme velleitario e confuso di rivendicazioni. Peraltro, molte analisi sul mondo di allora sono ampiamente valide oggi, nonostante il tempo trascorso. Mi chiedo quale sia la libertà che voglio, in quale dimensione esistenziale possa sentirmi davvero libero e mi rendo conto che forse è questa la domanda di questi giorni inquieti, la domanda fondamentale a cui mi sto preparando da anni. Ora che il tempo delle paure è finito, ora che il tempo delle limitazioni è minore, ora che ho molte più sicurezze e mi creo molte meno difficoltà a perseguire ciò che desidero, ora che riesco anche a concedermi, ogni tanto, un isolato impulso oltre la cornice tranquillizzante del pensiero, forse la domanda centrale è quella. Come voglio essere libero? Come voglio ordinare i desideri sedimentati nel tempo, come li voglio inserire nella mia vita? E come voglio muovere il mio desiderio dissidente, per citare Fachinelli, quella volontà di procedere sempre verso nuovi entusiasmi, verso nuove curiosità, senza mai strutturarsi fino in fondo su niente?

    Era già tutto previsto

    Parcheggio con la malinconia di Cocciante. La malinconia è sempre stata l’emozione che più mi appartiene, nella sua sospensione tra tristezza e gioia che guida la scrittura, la poesia, la musica, il pensiero. Penso alle rinascite. Sono nato una prima volta a ventisette anni, ora di nuovo, a trentacinque, mi trovo ad affrontare una nascita. Nascere è sicuramente doloroso. Eppure, permette di tentare di vivere, quando il vento si alza come in questa giornata oscillante tra sole e pioggia. E dunque, eccomi qui, a maggio, a trentacinque anni, di fronte a quella frase di Valéry che ho scoperto grazie a un film di Miyazaki, anni fa. Si alza il vento, bisogna provare a vivere.

  • Nostalgia. È la parola che mi risuona in testa in questi giorni, mentre cammino nelle strade del centro di Firenze di notte, oltrepassando Santa Maria Nuova provenendo da via Ghibellina, oppure ascoltando i rumori della ferrovia dalla finestra della mia stanza. È una sensazione che ho provato spesso, ma in questi giorni mi capita di vederla espressa da altri e l’effetto è talora straniante.

    Il primo è stato forse Gauguin, qualche giorno fa, al museo D’Orsay, quando ero ancora a Parigi. Gauguin partì per Tahiti nella speranza di trovare un’alternativa alla società francese in cui si sentiva fuori posto. Lo straniamento dell’intellettuale nella società francese del tempo, dopo gli anni di impegno sociale di autori come Victor Hugo ed Émile Zola, non era qualcosa di nuovo e sicuramente aveva non poco a che fare con la repressione del Secondo Impero e, in seguito, con il fallimento delle istanze di rinnovamento della Comune di Parigi. Il tema della fuga è dunque molto frequentato nell’arte di quegli anni, una fuga nello spazio (come quella di Rimbaud), o una fuga rispetto alla possibilità di essere compresi dal pubblico borghese, che si ritrova nell’ermetismo dei simbolisti. Gauguin, dopo aver cercato l’autenticità nelle tradizioni della Bretagna natia, partì per le isole francesi nel Pacifico, dove trovò un contesto molto occidentalizzato e per dare uno spazio ai suoi sogni di fuga inventò nei suoi quadri una Polinesia immaginaria, costruita con i vecchi racconti e con i vecchi libri, una Polinesia forse mai esistita davvero ma in cui forse avrebbe potuto essere felice. Aveva nostalgia, in definitiva, della semplicità di un mondo passato, di un altrove che potesse sentire suo e l’unico modo per toccarlo anche solo marginalmente era crearlo nei quadri mentre si isolava progressivamente da quello che lo circondava, fino a morire in un’isola poco popolata della Polinesia francese.Seconda scena. Firenze, Teatro Verdi, un giovedì di maggio. Arrivo di fretta dopo aver attraversato tutto il centro e dopo aver superato una piazza della Signoria non ancora riempita dal turismo estivo. Suonano Webern, Richard Strauss, Mendelssohn. Una strana scelta, penso, un autore della Seconda Scuola di Vienna, un modernista nostalgico, un autore romantico che guardava al classicismo. Poi inizia il brano di Webern e comprendo. È un pezzo diverso da quelli a cui sono abituato, in cui Webern ancora non si è spogliato del mondo tonale post-wagneriano e sembra, all’inizio del Novecento che lo vedrà fondare la nuova musica atonale e poi morire nel 1945 prima di vederne l’affermazione a livello europeo, volgersi al passato, al mondo sonoro del secolo precedente. Sembra nutrirsi di una nostalgia che non avrà più, nei suoi giorni sperimentali, ma che risuona nelle armonie sospese tra le ultime opere di Wagner e il cromatismo del primo Schoenberg. Quindi, Strauss. La nostalgia di Strauss mi era nota e dunque non mi sorprende. Ricordo che avevo poco più di vent’anni quando vidi il Rosenkavalier, meravigliosa celebrazione dei tempi di Maria Teresa da parte di un autore che spesso si sentirà fuori posto nei cambiamenti della società del Novecento. Lì, era il barone Ochs a verbalizzare l’amore per i tempi passati, con quella sua vecchia canzone ripetuta più volte a tempo di valzer “Mit mir, mit mir/keine Kammer dir zu klein…”. Qui, nel concerto per clarinetto, fagotto, archi e arpa i rimandi all’universo musicale mozartiano si intersecano con i riferimenti alla forma barocca del concerto grosso, con i dialoghi tra un gruppo musicale più ampio e uno più ristretto. Era uno Strauss che aveva visto frantumarsi sotto le bombe di una guerra folle, cercata da quegli stessi nazisti che in un primo tempo aveva sostenuto, l’intera cultura tedesca e che aveva scritto, dopo la notizia del bombardamento di Dresda, un complesso tema con variazioni per archi basato sulla marcia funebre della sinfonia Eroica di Beethoven, “Metamorphosen”. Il grande vecchio della musica austro-tedesca, dopo aver scritto l’elegia finale per il suo mondo musicale, ora guardava in modo disimpegnato ad un passato in cui ancora tutto era intero e in cui quelle forme musicali da lui amate erano ancora attuali. Infine, Mendelssohn. La sua prima sinfonia è l’opera di un autore il cui maestro, Zelter, aveva insegnato ad amare il passato e a odiare il presente e per cui dunque il guardarsi indietro non era legato alla propria nostalgia, bensì era l’eco di una nostalgia altrui. Quindi, qui la nostalgia è qualcosa di cui liberarsi, in uno slancio che porterà Mendelssohn ad aderire sempre più allo stile di scrittura romantico, fino a divenire uno dei riferimenti del romanticismo in musica.

    Terza scena, ora, stanotte. Il viaggio a Parigi mi ha fatto tornare il desiderio di vedere “Midnight in Paris”, film che avevo amato quando uscì, nel 2011, e che da allora non avevo più frequentato. Rivederlo con la consapevolezza di oggi, nelle luci soffuse di una sera molto lontana dalle paure e dalle speranze di allora, risulta a volte addirittura fastidioso per la percezione di alcuni elementi che quindici anni fa avevo ignorato, come l’evidente estrazione alto-borghese del protagonista, che può permettersi di avere il dilemma se trasferirsi o no a vivere a Parigi inseguendo la sua sindrome dell’età d’oro, o diversi cliché nella rappresentazione della capitale francese, raffigurata in una sua idealizzazione da cartolina o da turista e non nelle sue dinamiche e conflittualità. Rimane comunque una patina di fascino nel film di Woody Allen e mi rendo conto ora che il suo successo all’uscita era forse prevedibile. Era prevedibile che un mondo occidentale i cui sogni di magnifiche sorti e progressive erano stati distrutti dalla crisi economica del 2008 si aggrappasse come rimedio a una nostalgia che si proponeva unicamente come rifugio dalla realtà e come rimedio alla realtà, non come strumento per agire sulle contraddizioni del presente. Del resto, la storia dello sceneggiatore americano che, dopo aver conosciuto i suoi idoli in un passaggio negli anni Venti, decide di rimanere a Parigi lasciando la sua compagna, nulla diceva dei conflitti degli anni Venti, divisi tra i venti di rivoluzione provenienti da Est e la spinta alla reazione che giungeva dall’Italia, né, tantomeno, di quelli contemporanei. Sembrava parlare di due mondi privi di tensioni diverse da quelle legate alle relazioni di coppia, in cui alla fine si doveva scegliere quello che era maggiormente vicino ai propri sogni. Dunque, il disperato desiderio di sognare e di astrarsi di un pubblico occidentale che leggeva sui giornali le notizie dei suicidi in piazza ad Atene non poteva che fermarsi sulla nostalgia, sul desiderio di essere altrove e di potervi rimanere per lungo tempo.

    È rassicurante, del resto, pensare che quello che ci manca, il frammento che ci impedisce di essere felici e che ci fa sentire inattuali, inadeguati o alienati possa dipendere dal fatto di vivere in un certo tempo anziché in un altro. E forse è anche vero, in un certo senso, perché ogni periodo della storia umana presenta caratteristiche che mancano in quelle successive e in quelle precedenti e dunque è possibile che le condizioni ideali per la nostra vita non si possano ritrovare nel loro insieme in nessuna epoca, ma possano essere costruite sommando singoli aspetti di tempi diversi. È così che la nostalgia può trasformare il presente, permettendo di comprendere cosa manca alla propria felicità, di individuare nel passato soluzioni pratiche e di agire per riportarle, modernizzandole, nella propria vita e, se necessario, nella vita della collettività. Oppure può permettere di produrre arte, che sicuramente aiuta a esistere e permette di intravedere la possibilità di qualcosa di diverso.

    La nostalgia, in qualche modo, aiuta a vivere.

    Seconda scena. Firenze, Teatro Verdi, un giovedì di maggio. Arrivo di fretta dopo aver attraversato tutto il centro e dopo aver superato una piazza della Signoria non ancora riempita dal turismo estivo. Suonano Webern, Richard Strauss, Mendelssohn. Una strana scelta, penso, un autore della Seconda Scuola di Vienna, un modernista nostalgico, un autore romantico che guardava al classicismo. Poi inizia il brano di Webern e comprendo. È un pezzo diverso da quelli a cui sono abituato, in cui Webern ancora non si è spogliato del mondo tonale post-wagneriano e sembra, all’inizio del Novecento che lo vedrà fondare la nuova musica atonale e poi morire nel 1945 prima di vederne l’affermazione a livello europeo, volgersi al passato, al mondo sonoro del secolo precedente. Sembra nutrirsi di una nostalgia che non avrà più, nei suoi giorni sperimentali, ma che risuona nelle armonie sospese tra le ultime opere di Wagner e il cromatismo del primo Schoenberg. Quindi, Strauss. La nostalgia di Strauss mi era nota e dunque non mi sorprende. Ricordo che avevo poco più di vent’anni quando vidi il Rosenkavalier, meravigliosa celebrazione dei tempi di Maria Teresa da parte di un autore che spesso si sentirà fuori posto nei cambiamenti della società del Novecento. Lì, era il barone Ochs a verbalizzare l’amore per i tempi passati, con quella sua vecchia canzone ripetuta più volte a tempo di valzer “Mit mir, mit mir/keine Kammer dir zu klein…”. Qui, nel concerto per clarinetto, fagotto, archi e arpa i rimandi all’universo musicale mozartiano si intersecano con i riferimenti alla forma barocca del concerto grosso, con i dialoghi tra un gruppo musicale più ampio e uno più ristretto. Era uno Strauss che aveva visto frantumarsi sotto le bombe di una guerra folle, cercata da quegli stessi nazisti che in un primo tempo aveva sostenuto, l’intera cultura tedesca e che aveva scritto, dopo la notizia del bombardamento di Dresda, un complesso tema con variazioni per archi basato sulla marcia funebre della sinfonia Eroica di Beethoven, Metamorphosen. Il grande vecchio della musica austro-tedesca, dopo aver scritto l’elegia finale per il suo mondo musicale, ora guardava in modo disimpegnato ad un passato in cui ancora tutto era intero e in cui quelle forme musicali da lui amate erano ancora attuali. Infine, Mendelssohn. La sua prima sinfonia è l’opera di un autore il cui maestro, Zelter, aveva insegnato ad amare il passato e a odiare il presente e per cui dunque il guardarsi indietro non era legato alla propria nostalgia, bensì era l’eco di una nostalgia altrui. Quindi, qui la nostalgia è qualcosa di cui liberarsi, in uno slancio che porterà Mendelssohn ad aderire sempre più allo stile di scrittura romantico, fino a divenire uno dei riferimenti del romanticismo in musica.

    Terza scena, ora, stanotte. Il viaggio a Parigi mi ha fatto tornare il desiderio di vedere Midnight in Paris, film che avevo amato quando uscì, nel 2011, e che da allora non avevo più frequentato. Rivederlo con la consapevolezza di oggi, nelle luci soffuse di una sera molto lontana dalle paure e dalle speranze di allora, risulta a volte addirittura fastidioso per la percezione di alcuni elementi che quindici anni fa avevo ignorato, come l’evidente estrazione alto-borghese del protagonista, che può permettersi di avere il dilemma se trasferirsi o no a vivere a Parigi inseguendo la sua sindrome dell’età d’oro, o diversi cliché nella rappresentazione della capitale francese, raffigurata in una sua idealizzazione da cartolina o da turista e non nelle sue dinamiche e conflittualità. Rimane comunque una patina di fascino nel film di Woody Allen e mi rendo conto ora che il suo successo all’uscita era forse prevedibile. Era prevedibile che un mondo occidentale i cui sogni di magnifiche sorti e progressive erano stati distrutti dalla crisi economica del 2008 si aggrappasse come rimedio a una nostalgia che si proponeva unicamente come rifugio dalla realtà e come rimedio alla realtà, non come strumento per agire sulle contraddizioni del presente. Del resto, la storia dello sceneggiatore americano che, dopo aver conosciuto i suoi idoli in un passaggio negli anni Venti, decide di rimanere a Parigi lasciando la sua compagna, nulla diceva dei conflitti degli anni Venti, divisi tra i venti di rivoluzione provenienti da Est e la spinta alla reazione che giungeva dall’Italia, né, tantomeno, di quelli contemporanei. Sembrava parlare di due mondi privi di tensioni diverse da quelle legate alle relazioni di coppia, in cui alla fine si doveva scegliere quello che era maggiormente vicino ai propri sogni. Dunque, il disperato desiderio di sognare e di astrarsi di un pubblico occidentale che leggeva sui giornali le notizie dei suicidi in piazza ad Atene non poteva che fermarsi sulla nostalgia, sul desiderio di essere altrove e di potervi rimanere per lungo tempo.

    È rassicurante, del resto, pensare che quello che ci manca, il frammento che ci impedisce di essere felici e che ci fa sentire inattuali, inadeguati o alienati possa dipendere dal fatto di vivere in un certo tempo anziché in un altro. E forse è anche vero, in un certo senso, perché ogni periodo della storia umana presenta caratteristiche che mancano in quelle successive e in quelle precedenti e dunque è possibile che le condizioni ideali per la nostra vita non si possano ritrovare nel loro insieme in nessuna epoca, ma possano essere costruite sommando singoli aspetti di tempi diversi. È così che la nostalgia può trasformare il presente, permettendo di comprendere cosa manca alla propria felicità, di individuare nel passato soluzioni pratiche e di agire per riportarle, modernizzandole, nella propria vita e, se necessario, nella vita della collettività. Oppure può permettere di produrre arte, che sicuramente aiuta a esistere e permette di intravedere la possibilità di qualcosa di diverso.

    La nostalgia, in qualche modo, aiuta a vivere.

  • Parigi, 6 maggio 2026

    La Sainte-Chapelle

    Ma, amico! Arriviamo troppo tardi. Vivono certo gli Dei/ma sopra la nostra testa, in un altro mondo/operano senza fine e sembrano curarsi poco/se noi viviamo. Ripenso ai versi di Hölderlin al mattino, dentro la Sainte-Chapelle, e più tardi, al Grand Palais, mentre i quadri di Hilma af Klint parlano del tentativo di evocare il divino attraverso l’arte. Come si evoca il divino in un mondo di Dei lontani e indifferenti, nel mondo in cui, come nell’elegia di Hölderlin, gli Dei sono fuggiti e riemergono talora nei sogni, proteggendo l’uomo dalla loro vista? Il mondo religioso e culturale medioevale, in cui si inserisce la costruzione della Sainte-Chapelle, aveva un luogo definito per la divinità, che si situava al centro delle riflessioni esistenziali e filosofiche; così, un’opera piena di riferimenti alla storia del tempo e alle conflittualità del presente come la Commedia di Dante si inseriva comunque in un orizzonte religioso e il re di Francia Luigi IX, molto devoto, cercava di procurarsi a costi proibitivi la corona di spine dall’imperatore bizantino per porla all’interno della sua cappella personale. Ora, quello che rimane di quel mondo è la coda all’ingresso della Sainte-Chapelle, dove un signore inglese con notevole senso dell’umorismo riesce, con diplomazia e insistenza, a convincere l’addetta all’ingresso dei visitatori a fare procedere la fila dopo più di un’ora di attesa, commentando poi con un gruppo di suoi connazionali l’inefficienza dei Francesi. Eppure, tra le vetrate della Sainte-Chapelle si riesce a sentire l’eco di quel tempo di Dei non ancora nascosti, in cui la spiritualità si innalzava verso le vetrate che filtravano il cielo in decine di colori, in cui il mistero abitava luoghi in cui si poteva riuscire a percepirne la presenza.

    La mostra di Hilma af Klint al Grand Palais

    Settecento anni più tardi, Hilma af Klint racconta nei suoi quadri un percorso iniziatico, fatto di parole e simboli destinati a evocare una divinità che si nasconde dietro il velo del mondo, che si rivela per squarci accessibili solo per brevi momenti. È un mondo diverso, in cui lo spazio per la spiritualità si è smarrito e non vi è più una dimensione codificata in cui inserire un dialogo con una dimensione altra. Dunque, la possibilità di tornare a comunicare con gli Dei di Hölderlin, fuggiti lontano, senza esserne abbagliati, è trovare, in un contesto privato, la giusta chiave per rompere la continuità del tempo, per evocare l’eccezione all’eterno perpetuarsi delle leggi della fisica, la maglia rotta nella rete di cui parla Montale. C’è molta speranza, nei quadri di Hilma af Klint. C’è non solo la speranza di poter accedere a una dimensione altra, ma anche che tale dimensione riveli qualcosa che non sia l’assenza di significato dell’esistenza o il dolore essenziale alla base della vita di cui parlano i meccanicisti come Leopardi, bensì arricchisca il senso dei giorni, dia una direzione.

    La mostra di Hilma af Klint al Gran Palais

    In fondo, la ricerca del senso procede sempre per epifanie, per brevi attimi in cui tutto diviene chiaro e in cui una parola mette in contatto con un significato più ampio. Ma quali sono le parole che oggi possono mettere in contatto non dico con il divino, ma anche solo con una lettura del reale che dia anche una direzione e non prenda semplicemente atto dell’esistente? Ed è ancora possibile ritrovare la magia della parola, la parola che evocava oggetti nella tradizione mesopotamica, la parola che evoca Dio nei riti iniziatici, in un tempo in cui la ripetizione di frasi e suoni rende tutto indistinto? E mi chiedo poi, in un tempo che anche nella mia vicenda personale ha smarrito il precedente significato, quale sarà la parola o il momento che riporterà tutto ad essere intero?

    La mostra di Hilma af Klint al Grand Palais

    Forse bisogna ignorare tutto questo e tornare a scrivere poesie. E comprendere a cosa serva, come scrive Hölderlin, essere poeti in tempi di privazione.

    La Sainte-Chapelle
  • Parigi, 5 maggio 2026

    Il museo D’Orsay a Parigi

    Quanta vita c’è dentro gli sguardi dei quadri di Renoir, nei danzatori di una sera al Moulin de la Galette, a Montmartre. Quanta contemplazione immobile c’è nella stasi di Monet, nei soggetti sempre uguali in cui cambia solo la luce, nei cieli che si colorano in modo sempre diverso, nelle ninfee e nei salici piangenti che confondendosi con l’acqua giungono nel tempo quasi a tendere verso l’astratto. All’epoca, tutto questo era rivoluzionario. Era rivoluzionario rappresentare la vita mondana in tele di grande formato, dare dignità artistica a un flirt durante una colazione, ed era rivoluzionario rappresentare le immagini impastate del mattino al porto di Le Havre, quel momento in cui gli oggetti ancora appaiono indefiniti e in cui tutto oscilla tra esistenza e assenza, tra ciò che è e ciò che evoca.

    Alcuni quadri degli anni di Giverny di Monet al Musée Marmottan

    Monet sembra raffigurare il punto in cui l’oggetto svanisce per smarrirsi in un tutto fatto di luce e colori. Nei passaggi dai primi quadri impressionisti alle opere realizzate negli anni di Giverny si assiste al passaggio dalla presenza di un contesto definito, fatto di edifici, talora persone, piante, cielo a una vaghezza in cui solo la luce è certa, mentre non si sa più se ciò che si vede sia un salice piangente o il ponte giapponese del giardino della casa del pittore. L’astrazione dal soggetto lascia che il mattino o la notte definiscano la scena e che dunque ciò che si guarda non sia più un’immagine che appartiene al pittore, ma un richiamo per ricordi privati, per altri pomeriggi estivi o altre sere invernali in cui il riflesso del sole o del crepuscolo sulle acque riproduceva impressioni simili. Sedersi al centro della sala finale del museo Marmottan è situarsi in un luogo di confine tra il presente il ricordo, in un ponte verso la pura contemplazione dei giorni d’infanzia e quelle acque su cui si riflettono confuse ombre di piante e fiori diventano quelle del Mediterraneo in una mattina di un’altra età.

    “Ballo a Bougival” di Renoir, temporaneamente ospitato al museo D’Orsay

    Monet si perde, lascia svanire la concretezza dei giorni, degli anni e perfino delle figure in favore delle pure variazioni della luce, come in un processo di riduzione all’essenziale, al puro vedere prima che la coscienza dia una forma e un nome alle cose di cui parla Husserl e su cui scrive anche Lévinas in uno dei suoi primi saggi. Renoir invece vive di un presente situato, cerca di cogliere il momento che verrà dimenticato, la frase detta a mezza voce, il frammento che non entrerà mai nei ricordi e che andrà solo a costituire una parte di una memoria essenziale – “Quella sera sono stato bene” – pronta a svanire di fronte a questioni più importanti. In fondo, entrambi si situano prima del racconto, prima della narrazione, in quel fluire dell’esistenza che precede l’organizzazione delle sensazioni nell’io narrativo, che precede la formazione di parole che diano significato (o condannino all’oblio) quel momento. Monet situa la sua contemplazione nella natura, Renoir nell’immersione in un flusso di sensazioni ed emozioni dato dallo scambio festoso con altri esseri umani. Entrambi, però, si pongono ai primordi della coscienza, in uno stato in cui si sa di esistere ma non si è completamente consapevoli di chi si è, in cui si è sospesi tra le percezioni e il senso che esse prenderanno nel nostro percorso di vita.

    Il “Ballo al Moulin de la Galette” di Renoir al Museo D’Orsay

    Forse, penso, è quello che mi serve in questa fase del mio percorso di vita, in cui i vecchi riferimenti sono caduti e il senso è da costruire. Tutto si muove oscillando tra la contemplazione e il ricordo e la ricerca dell’immediatezza di momenti che permettano di vivere qualcosa di nuovo. Nei colori senza forma del presente, emergono gli entusiasmi per le storie di ieri (come quella del Maggio che mi ha guidato all’inizio di questo viaggio), le strade non percorse non sono più occasioni perdute ma possibilità da utilizzare come rimedio alla caduta del vecchio mondo, il tempo collassa irrimediabilmente sul presente.

    Un altro quadro degli anni di Giverny di Monet al Musée Marmottan

    E dunque rimango lì, nel presente che si specchia nell’astrazione delle Ninfee degli ultimi anni di Monet, mentre emergono immagini indistinte provenienti dalla mia e da altre storie. E mi sembra di comprendere meglio Monet e Renoir.

    Vista dal Museo D’Orsay
  • Parigi, 5 maggio 2026

    L’Hôtel des Invalides

    La sera del cinque maggio mi trovo a fermarmi davanti all’Hôtel des Invalides, dove è sepolto Napoleone. Forse dovrei essere molto più a nord, nel cimitero di Montmartre, sulla tomba di Stendhal, perché la mia fascinazione adolescenziale per il generale corso è strettamente legata alla lettura febbrile in pochi giorni della Certosa di Parma e del Rosso e il Nero nei primi giorni d’autunno del 2009. Allora, la nostalgia di Stendhal per i giorni dell’Impero e la fuga da casa di Fabrizio del Dongo per unirsi all’esercito francese a Waterloo sapevano dell’entusiasmo di quei giorni dell’adolescenza, quando tutto sembrava a portata di mano e si poteva costruire il futuro semplicemente con la forza dei propri desideri. Che poi in realtà io, all’epoca, volevo soprattutto scrivere, senza rendermi conto che non si può scrivere senza aver vissuto, non si può comprendere la realtà senza averla attraversata, non si può apprendere il mondo dalle parole di altri riportate sulla carta e poi raccontarlo. Sapevo poco dell’esistenza, comprendevo poco la filosofia, materia che anni dopo avrei amato, e rimanevo a letto, malato, a leggere di Napoleone tra le pagine di Stendhal e quell’immersione adolescenziale nell’amore e nella politica di Fabrizio era tutto quello che contava e intersecando quella lettura a quella di Nadja di Breton sognavo un amour fou che mi facesse sentire un po’ come il personaggio di un romanzo. Oggi sono molto più disincantato, mentre passo davanti all’Hôtel des Invalides nell’anniversario della morte di Napoleone e una coppia di tedeschi mi chiede di fotografarla di fronte al Dôme – trovo ironico che il luogo in cui è sepolto il conquistatore d’Europa sia meta di pellegrinaggio anche da parte di chi all’epoca subì l’invasione francese, ma del resto la figura dell’imperatore è stata oggetto di sentimenti misti anche tra i suoi contemporanei, da Beethoven che gli dedicò la sinfonia Eroica per poi cambiare idea a Foscolo che lo accolse come liberatore per poi rimanere deluso dal trattato di Campoformio. Forse, anche loro parteciparono, per breve tempo, di quell’entusiasmo che mi fu trasmesso da Stendhal e che tuttora forse ancora passa a chi legge nel titanismo di chi lotta contro tutti per portare i valori della Rivoluzione la possibilità di cambiare radicalmente, di trasformare rapidamente il mondo.

    I cannoni di fronte alla facciata dell’Hôtel des Invalides

    Ma oggi sono molto più disincantato e i sogni dell’adolescenza si sono trasformati nella consapevolezza dell’età per cui ogni cambiamento richiede tempo, organizzazione, richiede quiete per analizzare e pensare soluzioni, richiede la forza di non farsi sconfiggere dalla rassegnazione e dall’impressione dell’eterno ritorno dell’uguale. Forse, crescere vuol dire anche questo.

  • Parigi, 4 maggio 2026

    Le Ninfee di Monet al Museo dell’Orangerie

    Scende una pioggia sottile su Parigi, con la costanza che può avere il maltempo in primavera, quando la stagione sembra ancora indecisa se retrocedere verso l’inverno o aprirsi infine all’estate. La cantava Manu Chao, anni fa, la pioggia di Parigi, riferendola però all’autunno. Sous la pluie fine, l’automne est las, cantava, e sa un po’ di autunno, questa pioggia che ci accompagna mentre nel giardino delle Tuileries attendiamo di entrare al museo dell’Orangerie per vedere le grandi tele delle Ninfee di Monet. All’interno, l’invito alla meditazione segnato sulla porta viene sistematicamente violato dal chiacchiericcio dei visitatori, ma si riesce comunque a osservare lo scorrere della luce del giorno sul frammento di acqua, salici e ninfee dipinto da Monet, il passaggio tra le luci tenui del mattino e la luce intensa del mezzogiorno, quindi il progressivo svanire serale fino all’oscurità. Passo per due volte nelle due sale, cercando di immaginare per ogni quadro il momento del giorno e recuperando nella memoria immagini che sanno di estate, delle variazioni della luce sul mare, di calore, in questo autunno precoce parigino. Le ombre della luce sull’acqua sono forse ciò che più mi manca delle estati dell’infanzia. Si poteva rimanere lì a guardare il riflesso mutare mentre il cielo si apriva al mezzogiorno e poi si chiudeva nell’imbrunire e non c’era direzione da dare alla vita o alla giornata, solo guardare, muoversi, rimanere là e l’estate era un presente che non sarebbe mai finito. Ripenso a come, in adolescenza, ritrovai quella sensazione nelle immagini d’infanzia senza tempo della Combray di Proust, nel primo libro della Recherche. Il tempo immobile è scrutare i riflessi sull’acqua e in queste sale, mentre una coppia di giapponesi in abito tradizionale si fotografa davanti a un quadro, osservo come allora il variare delle luci sul ruscello di Giverny, studiate anno dopo anno, stagione dopo stagione da Monet.

    Ancora le Ninfee, rappresentate in un altro momento del giorno

    Sous la pluie fine l’automne est las e il pomeriggio si trascina quasi stanco per le strade dell’Île de la Cité, tra Notre-Dame e il Quai des Orfèvres raccontato da Simenon. La chiesa ristrutturata dopo l’incendio ha un candore quasi irreale e non ha più l’imponenza minacciosa che mi colpì quando, da bambino, ci entrai per la prima volta. Sulla metro, un chitarrista suona Bella Ciao mentre due ragazze vicino al vetro leggono. Si vedono molte persone, prevalentemente donne, intente a leggere sulla metro parigina, abitudine del tutto assente sulla tramvia fiorentina, e mi chiedo se ci siano delle tratte maggiormente attraversate dalle lettrici. Mi riprometto di controllare se Augé abbia affrontato il tema nell’Etnologo sul metrò.

    L’interno di Notre-Dame

    È stata una giornata di pioggia, di luce, di frammenti raccolti tra le vecchie case intorno a Notre-Dame e giù nel metro. È stata una giornata di osservazione del tempo, che passa e che porta con sé variazioni atmosferiche dell’umore, legate a una breccia tra le nuvole o a una canzone ascoltata casualmente. Le acque della Senna sono inquiete. Domani, forse, questo autunno stanco lascerà il posto alla primavera.

    Parigi sotto la pioggia
  • Parigi, 3 maggio 2026

    Le Consulat a Montmartre

    Montmartre, a sera, ha qualcosa di familiare. Mi riporta ai miei vent’anni, a quando mettevo come sfondo del desktop la foto del Consulat e studiavo francese con la speranza di andare, dopo la fine degli studi in Medicina, a fare il concorso per la specializzazione a Marsiglia. È un mondo passato, quello che riemerge mentre le luci del crepuscolo che lasciano ancora vedere Parigi davanti alla chiesa del Sacro Cuore si intersecano con l’illuminazione artificiale dei locali nelle strade interne. Quanto ci vuole ad essere adulti, mi chiedo, quando tempo impiega ogni nostro atto per portarci verso la strutturazione che dal caos dell’identità adolescenziale ci fisserà entro alcune direttrici precise, che rimarranno poi definite? Quando ricominciai a studiare francese avevo vent’anni, attraversavo il dolore di non aver trovato nello studio della Medicina quella spinta umanistica che mi aveva fatto entusiasmare negli anni del liceo classico. Riprendere in mano, sulla spinta dell’impulso di un giorno, quella lingua, lasciata da parte ormai da anni, dopo le scuole medie, era un modo per recuperare qualcosa, per sentirmi altrove rispetto a dove mi trovavo. Ancora una volta, era la creazione di un’identità alternativa, la speranza di una partenza verso la collina di Montmartre o di una palingenesi, mentre ascoltavo le opere teatrali registrate su France Culture e mi appassionavo a discutibili dibattiti politici negli anni di passaggio da Hollande a Macron. Qui, a sera, a Montmartre, tutto torna intero, le identità si ricongiungono e quel tempo di allora torna ad avere un senso, una direzione, quella maledetta direzione che, quando manca, ci fa sentire di aver sbagliato strada, di aver fatto un passaggio a vuoto nel nostro lineare viaggio dell’eroe.

    La Maison Rose a Montmartre

    Forse la colpa di tutto è di Campbell, citato a più riprese ieri al museo del Luxembourg durante una mostra su Leonora Carrington. Forse la colpa di tutto è di quell’idea di orizzontalità dei tragitti che la cultura occidentale porta con sé, della percezione che la vita sia un viaggio che conduce verso un fine definito e che con le nostre azioni ci avviciniamo o ci allontaniamo da quel fine, attraversando varie vicissitudini. Ho anche studiato il viaggio dell’eroe, la chiamata alla partenza, la caverna più profonda, il raggiungimento della meta. Eppure, ho sentito spesso il richiamo delle narrative orientali, in cui gli obiettivi definiti sono minori, in cui l’individuo e i suoi scopi cedono il posto a una collettività che si muove e che interagisce. E poi so bene che il senso è un nostro bisogno, è il modo che abbiamo per spiegarci un mondo che in realtà procede secondo dinamiche spesso caotiche.

    Nei pressi di Place des Vosges

    Stamani, passate Place des Vosges e le case basse del quartiere di Marais, il museo Picasso mi faceva riflettere proprio su questo. Immergendomi nei cambiamenti di stile di un artista che in passato apprezzavo poco e che ora, complici due viaggi a Barcellona con annessa visita al locale museo, sto imparando ad amare, mi colpiva come spesso i passaggi artistici fossero legati a eventi casuali, al suicidio di un amico, alla scoperta dell’arte africana, all’emarginazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale, alle difficoltà del dopoguerra, all’entusiasmo creativo degli ultimi anni sul Mediterraneo. Di Picasso avevo sempre mal digerito l’assenza di linearità, il passare dalla ripresa delle maschere africane delle Demoiselles d’Avignon al cubismo, dalla frammentazione della prospettiva del cubismo ai ritratti deformati e colorati, dalle deformazioni dei volti e dalle vivide campate di colore alla maniera di Matisse alle sperimentazioni surrealiste. Ora penso di comprendere meglio la sua assenza di linearità. In fondo, la permanenza di un singolo stile è qualcosa che serve a chi guarda per spiegarsi in modo rassicurante che i passaggi della vita non ti allontanano dal tuo scopo, dalla metà ultima del tuo viaggio dell’eroe. Gli sbalzi di stile di Picasso, spesso violenti e improvvisi, invece rimandano a un’esistenza che porta a raccontarsi ogni volta in modo diverso, non programmato, secondo delle linee che spesso divergono da ciò che le precedeva. A volte, alcuni elementi del passato ritornano, ma riemergono in un contesto diverso, in una storia che ormai ha imparato a raccontarsi in modo diverso e che dunque ingloba gli interessi di altre età in una modalità narrativa totalmente mutata.

    Marais dalle finestre del Musée Picasso

    Dalle finestre del museo Picasso, sembra di vedere la Parigi di Sempé, un altro richiamo al mondo di ieri che trova una collocazione nel filone narrativo odierno. Nel pomeriggio, al Louvre, la prospettiva aerea della Vergine delle Rocce di Leonardo e le Nozze di Cana del Veronese mi riportano a diciotto anni, sui banchi del liceo, alla voce della mia professoressa di Storia dell’Arte che, a un passo dalla pensione, aveva un entusiasmo invidiabile e sottolineava il nome di ogni artista accostando aggettivi come “Mitico”. Non ho trovato la scimmia tra i molteplici personaggi e oggetti raffigurati nelle “Nozze di Cana”, mentre cercavo di evitare la folla che si dirigeva in modo deciso verso la Gioconda, situata alle mie spalle. In compenso, ho individuato, in primo piano, Tiziano che suona il contrabbasso, in una delle prime rappresentazioni del mio strumento. Tutto sembra avere senso, ancora una volta, direbbe Campbell. Ma sono giorni di oscillazione dei significati e dunque so già che a breve mi sentirò diverso e che il breve momento in cui tutto si tiene svanirà di nuovo nella frammentazione del senso.

    Ancora Montmartre
  • Parigi, 2 maggio 2026

    La Closerie des Lilas a Montparnasse

    Di fronte alla tomba di Sartre nel cimitero di Montparnasse, coperta di baci rivolti prevalentemente, per come pare di comprendere dalle scritte, a Simone de Beauvoir, sepolta con lui, mi chiedo quanto delle letture, delle parole e delle voci che mi hanno reso quello che sono sia nato nelle strade della città che mi circonda. Sono venuto a Montparnasse alla ricerca della generazione perduta, degli scrittori americani che negli anni Venti si smarrirono nelle notti di Parigi abitando in questi luoghi, incontrandosi, scontrandosi, ubriacandosi. Sono venuto alla ricerca dei luoghi letti tra le pagine di Festa mobile di Hemingway ed evocati nelle nostalgie pittoresche di Woody Allen in Midnight in Paris, di quegli scambi che si sviluppavano tra La Coupole e Le Select, sul Boulevard de Montparnasse. Forse, sono venuto principalmente alla ricerca di Scott Fitzgerald, che in un autunno lontano, quando avevo diciassette o diciotto anni, mi illuminò con le pagine di Tenera è la notte.

    La Rotonde a Montparnasse

    Ho sempre avuto difficoltà a leggere narrativa. Non difficoltà pratiche – mi piace leggere storie. Difficoltà nel legittimarmi la lettura, nell’ammettere a me stesso che il tempo dedicato a quel racconto fosse tempo di crescita, tempo di arricchimento. È una difficoltà che non c’era negli anni della scuola, quando i romanzi da leggere entravano in uno stretto canone per cui non c’era il rischio di sbagliare, ma che comparve sempre più a partire dalla fine del liceo, quando la scelta su cosa leggere era totalmente mia e così il rischio di sbagliare e di affrontare un testo di narrativa che alla fine non mi lasciasse niente. Per questo, forse, sono affezionato ai primi romanzi che scelsi da solo e che mi portarono a riflettere e a sviluppare il mio modo di vedere il mondo, a partire da Cent’anni di solitudine, fino ad arrivare, appunto, a Tenera è la notte. Anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione dei libri non letti e all’amore sviluppato per i marinai di Alvaro Mutis, per i racconti di Osvaldo Soriano e per la malinconia di Jean-Claude Izzo, avrei ricordato il giorno in cui iniziai a conoscere quei personaggi smarriti in Costa Azzurra, quella storia d’amore che, appresi in seguito, nascondeva tratti della relazione tra lo stesso Scott Fitzgerald e la moglie Zelda. Avevo improvvisamente trovato qualcosa di mio al di fuori delle strade segnate dai libri consigliati dai professori e dai testi scolastici. Forse, avevo anche imparato a conoscere la mia fascinazione per l’esilio, per chi si sente fuori posto ovunque e dunque fugge nel mondo senza trovare davvero un luogo in cui trovare rifugio dalla malinconia e dalla nostalgia per un posto che non esiste. Anche Scott Fitzgerald fu esule e lo fu, per qualche tempo, proprio in queste strade, in questi café di Montparnasse e lo immagino camminare di notte in queste strade alla ricerca di un tempo e di un luogo che gli appartenessero.

    Frammenti di Montparnasse

    Di fronte alla tomba di Sartre, penso a un suo testo divulgativo letto a vent’anni, sul fatto che siamo liberi di dare il senso che desideriamo alla nostra vita. L’esistenza precede l’essenza, esistiamo e solo dopo ci definiamo. A quell’epoca mi sentivo intrappolato in un senso della vita che non mi apparteneva, nonostante comprendessi i passaggi che avevo fatto per costruirlo, e mi sembrava impossibile che potessi strutturare qualcosa che sentissi maggiormente mio attraverso le mie azioni, prescindendo dal caso o da cambiamenti radicali. Oggi, sento che il cerchio si è chiuso, che, nonostante mi senta fuori posto e benché mi sentirò probabilmente sempre così, almeno un po’, ho recuperato una coerenza tra i desideri e le azioni, tra la vita che ho e i miei valori e sogni. E dunque, qui a Montparnasse, ripenso a quello che sono, alle parole che mi hanno permesso di costruirmi e a come molte di esse vengano da qui.

    L’interno della chiesa di Saint-Germain-des-Prés

    Il pomeriggio, dopo un passaggio attraverso Saint-Germain de Près e i suoi negozi di lusso, mi porta verso la Rive Droite, verso il Louvre, verso i palazzi del potere, verso Place de la Concorde in cui fu ghigliottinato il re. Frammenti di un’altra storia, apparentemente lontanissima sia dalle vicende di maggio intorno alla Sorbona, sia dagli americani inquieti nelle notti di Montparnasse. Eppure, è tutto avvenuto qui e ogni strada rimanda ad altri tempi, ad altri volti, ad altri racconti.

    Rue Bonaparte a Saint-Germain-des-Prés
  • Parigi, 1 maggio 2026

    Place de la Sorbonne

    “Sotto il selciato, la spiaggia” penso mentre, girando nel quartiere latino, ritrovo alcune zone in cui ancora l’asfalto non ha inghiottito quei sampietrini che nei giorni del Maggio ’68 venivano strappati e usati contro la polizia. Tutto, attraversando questi luoghi a quasi sessant’anni da quelle barricate, sembra profondamente cambiato e ora su Boulevard Saint-Michel e su Boulevard Saint-Germain scendono pigramente i turisti serali, mentre la Rue Mouffetard è piena di un chiacchiericcio disimpegnato – due ragazze discutono di una conversazione avuta da una di loro con un tipo, più in là persone in coda attendono di mangiare una crêpe e il tempo di ieri si nasconde sotto il flusso che attraversa il Quartiere Latino, ora disperdendosi, ora concentrandosi.

    Place de la Contrescarpe

    Improvvisamente, girando da Rue de Saint-Jacques, mi trovo davanti la Sorbona, silenziosa in una strada vuota. La mia ricerca di un tempo perduto, di un tempo che ha attraversato queste strade e che ora risuona solo in quello che leggo e che desidero, improvvisamente giunge ad un punto di contatto tra la realtà del luogo e le mie fantasie del passato. E sembra quasi di vederli, quei ragazzi di maggio, in questa notte silenziosa, mentre le luci della Place de la Sorbonne illuminano i rari passanti e la grandiosità del Pantheon, poco lontano, sembra attutita dall’oscurità. Sembra di sentire il rumore delle discussioni durante i giorni delle barricate, le voci di un movimento senza volto e senza nome, alla ricerca, come scrive Quattrocchi, non solo del pane, ma anche delle rose, non solo del cambiamento sociale, ma anche di un benessere esistenziale. Il desiderio dissidente, come lo chiamò Fachinelli, quel desiderio di cambiamento che non si ferma su un obiettivo o su delle rivendicazioni da ottenere, ma che si supera sempre senza strutturarsi in una gerarchia con dei capi e delle ideologie stabili, è nato qui, dopo l’abbandono di Nanterre da parte del movimento studentesco.

    Rue Mouffetard

    Mi trovo quasi a commuovermi, in questa notte parigina lontana da tutto, lontana da quel mondo di allora, mentre la stabilità delle pietre degli edifici continua a unire passato e presente. Da un anno studio il Sessantotto, il lungo Sessantotto italiano, il Maggio Francese, come tentativo di trovare una risposta alle incongruenze del presente, al realismo capitalista che non vede alternative all’esistente e a volte fa sentire soffocati da un futuro che si prospetta come l’eterno ritorno dell’uguale. Allora, si avvertiva come oggi la necessità di associare al miglioramento delle condizioni di vita la possibilità di ritrovare una costruzione del Sé che consentisse di essere felici, nella consapevolezza che qualsiasi lavoro, con qualsiasi trattamento economico, poteva diventare alienante in assenza di creatività e di libertà. Che l’alienazione non stava nelle maggiori o minori ore in fabbrica o in ufficio, ma nell’assenza di qualcosa che sottraesse alle dinamiche anonimizzanti e standardizzanti per cui tutti devono fare la stessa cosa, nello stesso modo, per tutto il tempo e il tempo libero serve solo a recuperare le forze per ricominciare a produrre, non a sviluppare la propria identità in una dimensione altra da quella del lavoro. A diciotto anni scrivevo sul diario un vecchio slogan surrealista, “Trasformare il mondo, cambiare la vita”. A trentacinque, mentre da Place de la Sorbonne mi sposto verso il Pantheon e intravedo da lontano la Torre Eiffel illuminata, forse sono ancora lì, sospeso tra il desiderio di un cambiamento esistenziale e le istanze di lotta sociale. Forse, questi edifici non sono solo il ponte tra due età della storia di questa città. Sono anche una sorta di madeleine proustiana tra due fasi della mia vita e riportano l’energia della mia adolescenza all’uomo che sono oggi, più consapevole, ma non ancora rassegnato.