• Il dolore riconnette con il mondo

    da Thésée, sa vie nouvelle di Guy Cassiers et Valérie Dréville, tratto dal romanzo omonimo di Camille de Toledo e messo in scena all’80° Festival di Avignone

    Avignone, 17 luglio 2026

    Il Rodano ad Avignone

    È lunga la strada per Vedène, in questo mattino di sole in mezzo alla campagna. L’autobus mi ha lasciato a Le Pontet, poco fuori Avignone, e per arrivare a Vedène passo accanto a case basse e capannoni, a campi e canaletti. È lunga la strada per Vedène e mi porta verso un sogno coltivato da quando, a ventidue anni, decisi di ricominciare a studiare il francese e su France Culture ascoltavo le registrazioni degli spettacoli del Festival di Avignone. Ora vado lì, in un teatro sperduto nella campagna avignonese per tenere fede ai desideri di allora e il lungo cammino da fare sembra quasi simbolico del tempo passato tra l’idea e la sua messa in atto. Vedène, poi, è un paese che ha il fascino di certi luoghi smarriti nella geografia di un territorio, di quei luoghi la cui bellezza raramente viene toccata dal passaggio dei turisti. Per strada non c’è nessuno, eppure sono belle, queste case bianche, è bella la quiete mediterranea che si avverte tra la torre dell’orologio e le palme all’interno dei giardini delle ville. Ricordo una sensazione simile ad Arcos de la Frontera, molti anni fa, una sensazione di calma che porta fuori dal tempo, nella pigra immobilità della mattina estiva. Mi torna in mente Montale, i suoi paesaggi liguri immobili nel meriggio e mi dico che forse questo è quello che sto sentendo, quel momento in cui l’estate riempie luoghi deserti come un quadro di De Chirico e li rende estranei rispetto al fluire dei giorni, al fluire delle esistenze individuali, al passato e al futuro.

    Vedène

    Intorno al teatro, la situazione è meno quieta e più frenetica. Tutto vive di un’organizzazione febbrile, chi ha il biglietto per un posto a sedere con numero pari va di qua, i dispari di là, chi non ha bisogno dei sottotitoli va in alto, perché da lì non si leggono, chi invece non sa il francese va in basso, perché così può fruire della striscia sottile su cui viene proiettata la traduzione del monologo. Lo spettacolo parla di lutto e di storie. Lo trovo stranamente aderente rispetto ai miei interessi, come se l’avessi scelto con un criterio diverso dalla disperazione di un mercoledì mattina in cui vedevo esaurirsi tutti i biglietti disponibili e Thésée, sa vie Nouvelle era la rappresentazione che dava maggiori possibilità di prenotazione, forse perché messa in scena fuori città. Parla di un suicidio e della necessità di spiegarlo. Parla di una ricerca nelle storie e nei ricordi familiari per arrivare alle possibili ragioni di quel gesto. Parla del dolore, che “riconnette con il mondo” e che penetra nel cuore, nei muscoli, non solo nel pensiero. Il racconto crea una geografia del lutto partendo dalle origini: una famiglia ebrea che dalla Turchia raggiunge la Francia nella prima metà del Novecento. Al dolore per il bambino che sogna di diventare re di Francia (“il primo re ebreo di Francia”) e muore nel 1937 si mescola quello per lo zio di lui, Nessim, caduto in guerra. Alla perdita del futuro di Esther, che aveva sognato di poter studiare e si vede costretta alla cura della famiglia negli anni Settanta, si unisce il rimpianto di Thésée per non aver potuto leggere al fratello delle pagine che forse l’avrebbero aiutato a vivere. Dopo le oscillazioni iniziali, in cui fatico a seguire la molteplicità di piani e di tempi, mi sento trascinare da quello che osservo e alla fine sono molte le riflessioni, molti i pensieri, molti i pezzi su cui meditare e da rimettere insieme.

    Locandine del Festival nelle vie di Avignone

    Avignone, in cui vado nel pomeriggio, mi accoglie con un’atmosfera festosa. Ovunque ci sono manifesti che promuovono gli spettacoli in calendario, a ogni angolo della strada c’è qualcuno che canta, recita o che fa pubblicità a un evento in programma. Accanto alle locandine del Festival ci sono gli appuntamenti del Festival Off e tutta la città sembra muoversi tra l’attesa degli spettacoli e i luoghi in cui vengono messi in scena. A sera, quando rimango incolonnato in coda sull’autostrada con l’autobus guardando sullo sfondo la montagna di Sainte-Victoire cara a Cézanne, rimangono negli occhi i colori di un luogo che, per un mese all’anno, si dedica al teatro e vive in funzione delle storie che racconta. In fondo, un tempo era questo, il teatro. Un momento di festa collettiva davanti all’altare di un Dio. Ad Avignone, nelle strade che sembrano respirare le opere che vengono rappresentate nei vari luoghi della città, forse vive ancora quel rito antico. Il rito di una città che si ferma per rendere omaggio al teatro e alle storie che, venendo raccontate, riconnettono con il mondo e permettono di dargli senso.

    Altra strada, altre locandine
  • Marsiglia, 16 luglio 2026

    Marsiglia vista dal Fort Saint-Jean

    Vecchia, sporca Marsiglia. La città più antica d’Europa odora di spazzatura lasciata al sole, di smog, talora di urina. Almeno questo sento scendendo dalla stazione e attraversando il traffico mentre mi dirigo verso il porto.

    Il Mediterraneo visto dal Fort Saint-Jean

    Non so di preciso perché sono qui. Non so dove andare, non so cosa vedere. So per chi sono qui. Per Jean-Claude Izzo, per la sua malinconia nel raccontare la fragilità della vita tra una nuotata e l’altra di Fabio Montale nelle acque di questo Mediterraneo. Per Jean-Claude Izzo, morto troppo presto e quando lo scoprii a ventisei anni quasi piansi sapendo che aveva scritto pochi libri e che quindi, una volta esauriti quelli, non avrei più provato il brivido della parola nuova sulla carta, della frase di cui stupirmi per la prima volta. Izzo è stato l’autore che forse più mi ha segnato, che mi ha spinto a leggere libri e poesie, che mi ha fatto scoprire Ghiannis Ritsos, altro mio riferimento, attraverso una citazione in Marinai perduti. Izzo raccontava Marsiglia, la sua natura di porto e di luogo d’incontro, le sue contraddizioni, il Front National in ascesa e la sinistra forte. Izzo raccontava la dimensione intima di questa città, la tristezza sottile dei luoghi di mare in cui pochi vengono per rimanere, ma tanti approdano per qualche tempo e poi riprendono il largo. In quegli anni, nei giorni inquieti dei miei ventisei anni, era così anche la mia vita, dove le persone andavano e venivano e nessuno si fermava mai. Rimaneva giusto il ricordo di un sorriso, di un gesto, di una storia.

    Il Fort Saint-Jean

    È quando arrivo al Fort Saint-Jean, dopo aver superato la ricchezza ottocentesca della Cattedrale e il rigore antico della chiesa di Saint-Laurent, che improvvisamente comprendo quello che in fondo ho sempre saputo delle città di porto. Sono luoghi che nascondono la loro bellezza, come se volessero preservarla dalle persone che vanno e vengono senza fermarsi. Me lo disse qualcuno, anni fa, uno dei viandanti della mia vita di allora, durante un pranzo ad Ancona prima di una premiazione per un concorso di composizione. E anche Marsiglia è così. La bellezza del Fort Saint-Jean mi colpisce, mi trovo ad aggirarmi meravigliato tra le sue mura, ad affacciarmi sul Vieux-Port, sul Mediterraneo che si inserisce nella città, sulla chiesa di Notre-Dame-de-la-Garde che incombe dall’alto su Marsiglia. E la sensazione si rafforza e cresce quando mi immergo nel quartiere storico del Panier, tra la street art presente un po’ ovunque e le strade che salgono e scendono, che si trasformano in scale, che ospitano fiori e piante gestiti collettivamente su cui qualcuno ha posto cartelli con frasi motivazionali. Si riesce a vedere qualcosa della vita di questo luogo, qui. Tre ragazzi di discendenza verosimilmente nordafricana portano con sé quelli che sembrano dei pezzi di una cucina. Un uomo anziano in tunica li ferma, dice loro “Salam alaykum” con lo stesso tono di voce tra il perplesso e l’irritato di mia madre quando prendevo qualche iniziativa poco ortodossa con cui non concordava. Loro rispondono in fretta e vanno via ridendo, accompagnati dalla disapprovazione dell’uomo in tunica. Più in là, nella piazza in cui ci fermiamo a mangiare, assistiamo a una conversazione tra un tale che sta recuperando un monopattino elettrico per fare ritorno a casa e un altro a torso nudo sul balcone. Parlano di informazioni generiche, il lavoro, la giornata, poi si salutano ed è curioso notare l’ultramodernità del mezzo di trasporto dell’uomo in piazza a fronte della modalità antica di comunicazione, che mi riporta a certe scene viste in Abruzzo durante la mia infanzia, quando a stare al balcone ero io e le persone, passando sotto casa, mi salutavano e mi chiedevano come stessi. Al centro della piazza, sopra un vaso, c’è una pianta sradicata. Il motivo per cui sia stata sradicata e messa lì diventa rapidamente oggetto di conversazione tra i passanti e una donna chiede a tutti i presenti se ne sappiano qualcosa. Ma nessuno sa niente, neanche l’uomo al balcone che rientra mestamente in casa. L’albero sradicato rimarrà un mistero.

    Frammenti dal Panier

    Prima di riprendere il cammino, finisco sulla Canebière. Nel caos delle persone che salgono e scendono dal mare in un flusso che mi ricorda quello della Rambla barcellonese, mi fermo a un banco che vende libri a tre euro, proponendo una strana selezione di testi russi in lingua originale, poesia neogreca, libri in italiano. Riparto con un libro di Kavafis in greco (ho sempre desiderato avere a disposizione le sue poesie in lingua originale, per quanto le mie conoscenze in merito di traduzione del neogreco siano limitate), un testo di canzoni popolari russe in russo, qualche libro da riportare a coloro a cui vorrò raccontare questo viaggio e un testo di Vito Teti che dovrebbe essere una sorta di censimento dei paesi semiabbandonati del Sud Italia. Mi sembra una buona rappresentazione dell’atmosfera di questa città di porto, dove per secoli le lingue si sono confuse, dove gli italiani hanno parlato con gli algerini e i francesi con i greci e i portoghesi.

    Altri frammenti del Panier

    Riparto da qui con l’impressione di aver capito qualcosa in più su di te, Jean-Claude, sulle tue storie in cui si mescolano il passato e il presente, in cui i racconti di persone provenienti da luoghi diversi si fondono e divengono narrazione comune. Dalla stazione di Saint-Charles si vede il mare, si vede il Vieux-Port, si vede la città. Ho trovato qualcosa, qui. Ho trovato la bellezza misteriosa delle città di porto, che non è in quello che si vede ma in quello che si scopre, non è in quello che si sente ma in quello che si riesce a cogliere ascoltando attentamente. E ho ritrovato il profumo inseguito anni fa nelle pagine di un libro, in tempi in cui partire era ancora un sogno impossibile.

    Il Vieux-Port di Marsiglia
  • Luberon, 15 luglio 2026

    Un campo di lavandino nel Luberon

    Il viaggio verso il Mont Ventoux per vedere la lavanda si colora di echi letterari che provengono da lontano. Chiaramente, c’è quel passo di Petrarca che riprende Agostino nel racconto dell’ascesa al Monte Ventoso e che risuona in questi giorni in cui gli eventi mi ricordano quanta bellezza possano dare le persone che si incontrano lungo la strada e che decidono di camminare con noi. E dunque, mentre la macchina sale per raggiungere dei campi di lavanda e il luogo in cui la lavanda viene pulita e divisa in mazzi per essere inviata alle distillerie per ottenerne l’olio essenziale, mi trovo anch’io a meditare su quelle parole di Agostino, E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi corsi dei fiumi e l’immensità dell’oceano e le rivoluzioni degli astri, ma trascurano sé stessi. Mentre il panorama cambia, penso alla bellezza dell’incontro, a come le persone ci trasformino con le loro storie, con le loro attenzioni, con le loro cure. Penso al fatto che per molto tempo ho fatto viaggi solitari, ho visto monti e mari, ma senza mai riuscire a condividere quello che sentivo. Penso che la vita abbia senso solo se raccontata e per essere raccontata ha bisogno di buone orecchie, di uno spazio intimo, di un luogo fuori dallo scorrere del tempo in cui ci siamo tu ed io, io e te e tutto va bene e andrà bene. Mentre la Valchiusa si apre con i colori viola della pianta locale, penso allo sguardo a cui racconterò questi giorni e penso a come trasformare le sensazioni in parole e alla necessità di scegliere le parole giuste, perché le parole poi genereranno a loro volta sensazioni ed emozioni.

    Lourmarin

    Poco prima, a Lourmarin, ho incontrato inavvertitamente Camus. Dice la guida che abbia vissuto qui e che qui sia sepolto. È strano pensarlo in questo luogo lontano dal mondo, tra il castello rinascimentale e le case antiche che disegnano strade tortuose, salite, discese, nel camminare quieto dei turisti e nei colori degli atelier dei pittori. Il vuoto esistenziale dello Straniero, il caos di Orano durante la peste, le polemiche sulla posizione di Camus durante la guerra in Algeria sembrano appartenere ad altri luoghi, ad altre storie. Qui, nella rilassatezza provenzale, c’è un mondo che sembra stendersi in una sua eterna regolarità e i racconti dell’autista sull’imprecisione dei locali nel mettere le finestre (“Vengono, le mettono, poi vedi che c’è uno spiffero, ti dicono che verranno a ripararlo ma non vengono più”) sembrano disegnare un luogo in cui il tempo si distende con minore definizione, in cui tutto assume un ritmo meno legato alle contingenze.

    Lourmarin

    Già, l’autista. In mezzo a un campo di lavanda, dopo aver spiegato la differenza tra lavanda e lavandino (la lavanda è più profumata e pregiata, spiega, il lavandino è più bello da vedere e più facile da coltivare) mi dice di essere piemontese, di essersi laureato a Firenze in economia e parliamo un po’ del Chianti e di come sia simile alla Provenza. Mi chiedo come sia arrivato ad Aix a fare tour turistici, ma non gli faccio domande, pur investendolo del mio interesse per i personaggi irregolari, di quelli la cui vita si nutre delle svolte di una strada di montagna, contro la regolare organizzazione in cui ho vissuto da sempre. In fondo, sono persone che hanno storie da raccontare e che mi affascinano, dato che io ho sempre avuto molto da ascoltare e poco da dire. E quindi cammino tra la lavanda e il lavandino, sentendomi un po’ in un quadro impressionista e lasciando che il pomeriggio scivoli verso la sera, portandosi dietro i racconti ascoltati e quelli ancora da fare.

    Campi di lavanda nel Luberon
  • Aix-en-Provence, 13 e 14 luglio 2026

    Aix-En-Provence

    L’impatto con la Provenza è da locale. Prima di salire sull’autobus che mi porterà verso l’albergo, l’autista mi spiega in dettaglio la sua irritazione nei confronti della compagnia di trasporti, dal momento che le vetture elettriche messe a disposizione si ricaricano male, soprattutto se ci sono persone a bordo e squilibrano il mezzo. Mi limito ad annuire e a mostrarmi interessato al tema, dato che si accalora in modo sincero mentre me ne parla.

    Più tardi, al supermercato, un inserviente fa notare a un americano che non si può camminare scalzi nel negozio per ragioni di igiene e, dopo la risposta poco comprensiva di questi, si rivolge a me in francese per comunicare che le regole sono regole ma sa, lui vuole fare quello che vuole, è così. Ridacchia e mi coinvolge nella sua ironia, cosa che sembra non andare a genio all’americano di cui sopra, che commenta in inglese che non è il caso di fare dello spirito, dato che lui cammina scalzo perché ha una lieve irritazione sul dorso del piede (e la indica).

    Devo avere, concludo, una faccia da uno del posto, sarà la barba di sette giorni, sarà il fatto che ho una buona comprensione del francese e riesco a parlarlo abbastanza bene. Dunque, in questa mia nuova veste di finto provenzale, scopro le strade di Aix-en-Provence mentre la luce si spegne sui festeggiamenti per la vigilia del 14 luglio. Hanno rimandato i fuochi d’artificio per il rischio incendio, ma questo lo scoprirò dopo, poco prima delle undici, mentre guardo le persone – prevalentemente coppie e gruppi di turisti in vacanza – scivolare sul Cours Mirabeau. In cima alla strada, da un palco, una cantante che nella mia testa equivale a quelle che si trovano in estate alle sagre di paese esegue vari successi anni Ottanta e Novanta con grande soddisfazione di una piccola folla radunata là vicino. Quello che rimane della sera, però, è lo sguardo curioso che mi conduce a perdermi nelle stradine del centro storico, a cercare le piazzette che si aprono qua e là con le loro fontane, ad attraversare i gruppi di studenti alla ricerca di un luogo in cui bere.

    Il Cours Mirabeau ad Aix-En-Provence

    Il giorno successivo, torno in quelle vie. È il 14 luglio, le strade sono piene di bandiere francesi. Curioso, penso, per un luogo che ha vissuto per molto tempo, perlomeno fino alla Rivoluzione, una conflittualità con Parigi. Vicino alla Rotonde suonano jazz anni Venti di fronte alle persone che passano con la tranquillità dei giorni di festa, con la libertà di fermarsi, di ascoltare, di fotografare. Poco più lontano, si vendono lavanda e salumi e non passa molto tempo prima che mi trovi a mangiare una madeleine nel calore della giornata che avanza.

    L’interno della cattedrale di San Salvatore

    A sera, mi immergo nel silenzio della Cattedrale di San Salvatore. Qualche panca più in là, un ragazzo legge un libro, probabilmente spinto in quei luoghi dal minore calore e dall’atmosfera raccolta. Gira le pagine con calma e anche quando il custode viene a dirci che la chiesa sta chiudendo e che bisogna andare si prende qualche minuto, forse per finire il capitolo, prima di chiudere il volume e di avviarsi verso l’uscita. La notte scende sul Cours Mirabeau pieno di schermi per vedere la semifinale dei Mondiali tra la nazionale francese e la Spagna. L’entusiasmo iniziale, nutrito da cori con l’inno francese e da bandiere tricolori che spuntano un po’ ovunque, svanisce presto e, dopo il secondo gol della Spagna, i tre uomini accanto a me iniziano a commentare in modo sconsolato che la loro squadra sta giocando male e non recupererà più lo svantaggio. Il clima, comunque, rimane lievemente gioioso, al punto da ignorare qualche spagnolo che passa festante con la bandiera in macchina o con il monopattino. Il chitarrista sul Cours Mirabeau suona La vie en rose mentre iniziano i fuochi d’artificio rimandati ieri forse nella speranza di poter celebrare la vittoria dei Blues e questo ammanta tutto di una lieve malinconia.

    La Rotonde al tramonto

    Tornando in albergo, immagino Marsiglia, colorandola con i ricordi dei libri di Izzo amati in un’altra età. Spero di riuscire a vederla, per dare corpo alle fantasie di un altro tempo.

  • Giorni di rabbia

    Sono giorni di preoccupazione. Giorni in cui la salute mentale è tornata nel dibattito pubblico, ma non nel modo in cui avremmo voluto, noi che di disturbi e cure andiamo a parlare con i cittadini, di sera, fuori orario di lavoro. Si parla della necessità di risorse – che è reale – ma non con l’idea che questa possa aiutare a fornire un supporto di qualità ai milioni di persone sofferenti che vivono nel nostro Paese, ma con la fantasia che questo possa permettere di prevenire atti criminali come quello di Modena.

    Su Modena, il dibattito è chiaro: da una parte si dice che la colpa è dell’immigrazione, dall’altra si parla di una responsabilità del centro di salute mentale che aveva in cura la persona e che non l’avrebbe seguito nel modo giusto o per il giusto tempo. Nessun accenno alla responsabilità personale, grande assente del nostro tempo: la responsabilità non è della persona, che sceglie liberamente tra tante possibilità di tentare di uccidere altri esseri umani, bensì di chi le ha permesso di arrivare in Italia (sebbene si trattasse di un cittadino italiano), oppure di chi non l’ha curata e addirittura le ha consentito di avere la patente. Nessun accenno al fatto che in una società in cui ognuno è sempre più solo e in cui la solidarietà è scomparsa, la manifestazione della rabbia per la propria condizione può assumere forme violente. Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, ci insegnano tanto, con le numerose stragi avvenute negli anni ad opera di lupi solitari.

    Alla fine, l’impressione è che anche chi chiede più risorse per la salute mentale porti in sé un profondo stigma. Che chieda che ai pazienti con disturbi psichici – che poi siamo tutti noi, in una fase della nostra vita, quando attraversiamo un periodo depressivo, quando siamo sopraffatti dall’isolamento, quando non riusciamo a raggiungere gli obiettivi che la società ci impone – venga tolta la patente, ignorando che per chi assume terapie psicofarmacologiche il rinnovo della patente è già soggetto ad accertamenti ulteriori rispetto agli altri cittadini. Che chieda di togliere risorse alla cura di chi soffre per destinarla alla prevenzione del crimine, con l’idea – totalmente infondata su un piano scientifico – che sia possibile per uno psichiatra modificare la mente di chi non si trova a proprio agio nella società e non ne vuole seguire le regole.

    Dovremmo accettare, forse, che non ci sono soluzioni magiche. Viviamo in una società complessa, spesso violenta, dove la lettura dei fenomeni dovrebbe essere accompagnata da un’analisi attenta del contesto da cui emergono. Invece, abbiamo la tentazione di spiegare tutto partendo dall’intrapsichico. L’ha fatto perché è matto. L’ha fatto perché è un immigrato e si sa come sono gli immigrati. Questo provoca l’illusione che basti cambiare un tassello per risolvere tutto, senza accorgersi che creare una divisione stigmatizzante tra “noi” e “loro” non fa che contribuire alla perdita di solidarietà della nostra società (e quindi, magari, sarà più difficile trovare aziende disposte ad accogliere persone con disturbi mentali che devono fare un reinserimento lavorativo). Non solo: favorisce l’idea che i miei problemi siano colpa di qualcuno di specifico, alimentando le difese paranoiacali e l’idea che ci sia un nemico da accusare di tutte le mie difficoltà. Tale idea è quella che sembra aver generato quanto accaduto a Modena ed aveva generato anche, anni fa, a Firenze, a pochi passi dal luogo in cui sono nato e cresciuto, una strage razzista durante un mercato rionale.

    Sono giorni di rabbia. Spero che il tempo delle spiegazioni facili passi presto e che si torni, finalmente, a pensare.

  • Il vento di maggio passa sulla campagna, sulle case isolate, sugli alberi in cima alle colline. Sotto questo sole pallido, in questa primavera piovosa, la macchina attraversa le curve che lasciano scorgere in lontananza altri luoghi familiari e forse, in fondo, la città. La radio suona, in sottofondo.

    La canzone dell’amore perduto

    In questa primavera vivo di quello che ho perso e di quello che ancora non ho. Questa strada di campagna percorsa decine di volte non è più significata, è un territorio nuovo per gli occhi che lo guardano dal vetro di una storia cambiata. Il tempo che mi lascio alle spalle è stato bello, bello è stato innamorarsi, entusiasmarsi, leggere fino al mattino libri per orientarsi sul percorso che mi ha condotto ad essere quello che ero fino a ieri. Il tempo trascorso è sfumato fino a svanire, con la delicatezza delle parole di De Andrè in quella canzone che ho sempre amato e che solo ora riesco a comprendere, in questo tempo di lutto e di rinascita. Come fanno presto, amore, ad appassire le viole. Ma la campagna rinasce ogni primavera, dopo l’inverno, e lavorarci e, per qualche tempo, viverci mi ha insegnato a osservare la natura e a sapere che nella luce opaca dell’inverno, oltre gli alberi spogli, si cela la certezza che “rifioriranno le gioie passate/nel vento caldo di un’altra estate”, come dice un’altra canzone.

    E un giorno…

    Guccini canta il tempo che passa e la sua consapevolezza, mentre all’altezza di Chiocchio la campagna si apre di fronte allo sguardo per chilometri. Da più di un anno sto leggendo sul Sessantotto, da qualche tempo sto approfondendo il Maggio Francese e i suoi precursori ideologici. Si parla, in quelle pagine, della possibilità della libertà e si definisce la libertà che si vuole, nonostante l’idea diffusa di un insieme velleitario e confuso di rivendicazioni. Peraltro, molte analisi sul mondo di allora sono ampiamente valide oggi, nonostante il tempo trascorso. Mi chiedo quale sia la libertà che voglio, in quale dimensione esistenziale possa sentirmi davvero libero e mi rendo conto che forse è questa la domanda di questi giorni inquieti, la domanda fondamentale a cui mi sto preparando da anni. Ora che il tempo delle paure è finito, ora che il tempo delle limitazioni è minore, ora che ho molte più sicurezze e mi creo molte meno difficoltà a perseguire ciò che desidero, ora che riesco anche a concedermi, ogni tanto, un isolato impulso oltre la cornice tranquillizzante del pensiero, forse la domanda centrale è quella. Come voglio essere libero? Come voglio ordinare i desideri sedimentati nel tempo, come li voglio inserire nella mia vita? E come voglio muovere il mio desiderio dissidente, per citare Fachinelli, quella volontà di procedere sempre verso nuovi entusiasmi, verso nuove curiosità, senza mai strutturarsi fino in fondo su niente?

    Era già tutto previsto

    Parcheggio con la malinconia di Cocciante. La malinconia è sempre stata l’emozione che più mi appartiene, nella sua sospensione tra tristezza e gioia che guida la scrittura, la poesia, la musica, il pensiero. Penso alle rinascite. Sono nato una prima volta a ventisette anni, ora di nuovo, a trentacinque, mi trovo ad affrontare una nascita. Nascere è sicuramente doloroso. Eppure, permette di tentare di vivere, quando il vento si alza come in questa giornata oscillante tra sole e pioggia. E dunque, eccomi qui, a maggio, a trentacinque anni, di fronte a quella frase di Valéry che ho scoperto grazie a un film di Miyazaki, anni fa. Si alza il vento, bisogna provare a vivere.

  • Nostalgia. È la parola che mi risuona in testa in questi giorni, mentre cammino nelle strade del centro di Firenze di notte, oltrepassando Santa Maria Nuova provenendo da via Ghibellina, oppure ascoltando i rumori della ferrovia dalla finestra della mia stanza. È una sensazione che ho provato spesso, ma in questi giorni mi capita di vederla espressa da altri e l’effetto è talora straniante.

    Il primo è stato forse Gauguin, qualche giorno fa, al museo D’Orsay, quando ero ancora a Parigi. Gauguin partì per Tahiti nella speranza di trovare un’alternativa alla società francese in cui si sentiva fuori posto. Lo straniamento dell’intellettuale nella società francese del tempo, dopo gli anni di impegno sociale di autori come Victor Hugo ed Émile Zola, non era qualcosa di nuovo e sicuramente aveva non poco a che fare con la repressione del Secondo Impero e, in seguito, con il fallimento delle istanze di rinnovamento della Comune di Parigi. Il tema della fuga è dunque molto frequentato nell’arte di quegli anni, una fuga nello spazio (come quella di Rimbaud), o una fuga rispetto alla possibilità di essere compresi dal pubblico borghese, che si ritrova nell’ermetismo dei simbolisti. Gauguin, dopo aver cercato l’autenticità nelle tradizioni della Bretagna natia, partì per le isole francesi nel Pacifico, dove trovò un contesto molto occidentalizzato e per dare uno spazio ai suoi sogni di fuga inventò nei suoi quadri una Polinesia immaginaria, costruita con i vecchi racconti e con i vecchi libri, una Polinesia forse mai esistita davvero ma in cui forse avrebbe potuto essere felice. Aveva nostalgia, in definitiva, della semplicità di un mondo passato, di un altrove che potesse sentire suo e l’unico modo per toccarlo anche solo marginalmente era crearlo nei quadri mentre si isolava progressivamente da quello che lo circondava, fino a morire in un’isola poco popolata della Polinesia francese.Seconda scena. Firenze, Teatro Verdi, un giovedì di maggio. Arrivo di fretta dopo aver attraversato tutto il centro e dopo aver superato una piazza della Signoria non ancora riempita dal turismo estivo. Suonano Webern, Richard Strauss, Mendelssohn. Una strana scelta, penso, un autore della Seconda Scuola di Vienna, un modernista nostalgico, un autore romantico che guardava al classicismo. Poi inizia il brano di Webern e comprendo. È un pezzo diverso da quelli a cui sono abituato, in cui Webern ancora non si è spogliato del mondo tonale post-wagneriano e sembra, all’inizio del Novecento che lo vedrà fondare la nuova musica atonale e poi morire nel 1945 prima di vederne l’affermazione a livello europeo, volgersi al passato, al mondo sonoro del secolo precedente. Sembra nutrirsi di una nostalgia che non avrà più, nei suoi giorni sperimentali, ma che risuona nelle armonie sospese tra le ultime opere di Wagner e il cromatismo del primo Schoenberg. Quindi, Strauss. La nostalgia di Strauss mi era nota e dunque non mi sorprende. Ricordo che avevo poco più di vent’anni quando vidi il Rosenkavalier, meravigliosa celebrazione dei tempi di Maria Teresa da parte di un autore che spesso si sentirà fuori posto nei cambiamenti della società del Novecento. Lì, era il barone Ochs a verbalizzare l’amore per i tempi passati, con quella sua vecchia canzone ripetuta più volte a tempo di valzer “Mit mir, mit mir/keine Kammer dir zu klein…”. Qui, nel concerto per clarinetto, fagotto, archi e arpa i rimandi all’universo musicale mozartiano si intersecano con i riferimenti alla forma barocca del concerto grosso, con i dialoghi tra un gruppo musicale più ampio e uno più ristretto. Era uno Strauss che aveva visto frantumarsi sotto le bombe di una guerra folle, cercata da quegli stessi nazisti che in un primo tempo aveva sostenuto, l’intera cultura tedesca e che aveva scritto, dopo la notizia del bombardamento di Dresda, un complesso tema con variazioni per archi basato sulla marcia funebre della sinfonia Eroica di Beethoven, “Metamorphosen”. Il grande vecchio della musica austro-tedesca, dopo aver scritto l’elegia finale per il suo mondo musicale, ora guardava in modo disimpegnato ad un passato in cui ancora tutto era intero e in cui quelle forme musicali da lui amate erano ancora attuali. Infine, Mendelssohn. La sua prima sinfonia è l’opera di un autore il cui maestro, Zelter, aveva insegnato ad amare il passato e a odiare il presente e per cui dunque il guardarsi indietro non era legato alla propria nostalgia, bensì era l’eco di una nostalgia altrui. Quindi, qui la nostalgia è qualcosa di cui liberarsi, in uno slancio che porterà Mendelssohn ad aderire sempre più allo stile di scrittura romantico, fino a divenire uno dei riferimenti del romanticismo in musica.

    Terza scena, ora, stanotte. Il viaggio a Parigi mi ha fatto tornare il desiderio di vedere “Midnight in Paris”, film che avevo amato quando uscì, nel 2011, e che da allora non avevo più frequentato. Rivederlo con la consapevolezza di oggi, nelle luci soffuse di una sera molto lontana dalle paure e dalle speranze di allora, risulta a volte addirittura fastidioso per la percezione di alcuni elementi che quindici anni fa avevo ignorato, come l’evidente estrazione alto-borghese del protagonista, che può permettersi di avere il dilemma se trasferirsi o no a vivere a Parigi inseguendo la sua sindrome dell’età d’oro, o diversi cliché nella rappresentazione della capitale francese, raffigurata in una sua idealizzazione da cartolina o da turista e non nelle sue dinamiche e conflittualità. Rimane comunque una patina di fascino nel film di Woody Allen e mi rendo conto ora che il suo successo all’uscita era forse prevedibile. Era prevedibile che un mondo occidentale i cui sogni di magnifiche sorti e progressive erano stati distrutti dalla crisi economica del 2008 si aggrappasse come rimedio a una nostalgia che si proponeva unicamente come rifugio dalla realtà e come rimedio alla realtà, non come strumento per agire sulle contraddizioni del presente. Del resto, la storia dello sceneggiatore americano che, dopo aver conosciuto i suoi idoli in un passaggio negli anni Venti, decide di rimanere a Parigi lasciando la sua compagna, nulla diceva dei conflitti degli anni Venti, divisi tra i venti di rivoluzione provenienti da Est e la spinta alla reazione che giungeva dall’Italia, né, tantomeno, di quelli contemporanei. Sembrava parlare di due mondi privi di tensioni diverse da quelle legate alle relazioni di coppia, in cui alla fine si doveva scegliere quello che era maggiormente vicino ai propri sogni. Dunque, il disperato desiderio di sognare e di astrarsi di un pubblico occidentale che leggeva sui giornali le notizie dei suicidi in piazza ad Atene non poteva che fermarsi sulla nostalgia, sul desiderio di essere altrove e di potervi rimanere per lungo tempo.

    È rassicurante, del resto, pensare che quello che ci manca, il frammento che ci impedisce di essere felici e che ci fa sentire inattuali, inadeguati o alienati possa dipendere dal fatto di vivere in un certo tempo anziché in un altro. E forse è anche vero, in un certo senso, perché ogni periodo della storia umana presenta caratteristiche che mancano in quelle successive e in quelle precedenti e dunque è possibile che le condizioni ideali per la nostra vita non si possano ritrovare nel loro insieme in nessuna epoca, ma possano essere costruite sommando singoli aspetti di tempi diversi. È così che la nostalgia può trasformare il presente, permettendo di comprendere cosa manca alla propria felicità, di individuare nel passato soluzioni pratiche e di agire per riportarle, modernizzandole, nella propria vita e, se necessario, nella vita della collettività. Oppure può permettere di produrre arte, che sicuramente aiuta a esistere e permette di intravedere la possibilità di qualcosa di diverso.

    La nostalgia, in qualche modo, aiuta a vivere.

    Seconda scena. Firenze, Teatro Verdi, un giovedì di maggio. Arrivo di fretta dopo aver attraversato tutto il centro e dopo aver superato una piazza della Signoria non ancora riempita dal turismo estivo. Suonano Webern, Richard Strauss, Mendelssohn. Una strana scelta, penso, un autore della Seconda Scuola di Vienna, un modernista nostalgico, un autore romantico che guardava al classicismo. Poi inizia il brano di Webern e comprendo. È un pezzo diverso da quelli a cui sono abituato, in cui Webern ancora non si è spogliato del mondo tonale post-wagneriano e sembra, all’inizio del Novecento che lo vedrà fondare la nuova musica atonale e poi morire nel 1945 prima di vederne l’affermazione a livello europeo, volgersi al passato, al mondo sonoro del secolo precedente. Sembra nutrirsi di una nostalgia che non avrà più, nei suoi giorni sperimentali, ma che risuona nelle armonie sospese tra le ultime opere di Wagner e il cromatismo del primo Schoenberg. Quindi, Strauss. La nostalgia di Strauss mi era nota e dunque non mi sorprende. Ricordo che avevo poco più di vent’anni quando vidi il Rosenkavalier, meravigliosa celebrazione dei tempi di Maria Teresa da parte di un autore che spesso si sentirà fuori posto nei cambiamenti della società del Novecento. Lì, era il barone Ochs a verbalizzare l’amore per i tempi passati, con quella sua vecchia canzone ripetuta più volte a tempo di valzer “Mit mir, mit mir/keine Kammer dir zu klein…”. Qui, nel concerto per clarinetto, fagotto, archi e arpa i rimandi all’universo musicale mozartiano si intersecano con i riferimenti alla forma barocca del concerto grosso, con i dialoghi tra un gruppo musicale più ampio e uno più ristretto. Era uno Strauss che aveva visto frantumarsi sotto le bombe di una guerra folle, cercata da quegli stessi nazisti che in un primo tempo aveva sostenuto, l’intera cultura tedesca e che aveva scritto, dopo la notizia del bombardamento di Dresda, un complesso tema con variazioni per archi basato sulla marcia funebre della sinfonia Eroica di Beethoven, Metamorphosen. Il grande vecchio della musica austro-tedesca, dopo aver scritto l’elegia finale per il suo mondo musicale, ora guardava in modo disimpegnato ad un passato in cui ancora tutto era intero e in cui quelle forme musicali da lui amate erano ancora attuali. Infine, Mendelssohn. La sua prima sinfonia è l’opera di un autore il cui maestro, Zelter, aveva insegnato ad amare il passato e a odiare il presente e per cui dunque il guardarsi indietro non era legato alla propria nostalgia, bensì era l’eco di una nostalgia altrui. Quindi, qui la nostalgia è qualcosa di cui liberarsi, in uno slancio che porterà Mendelssohn ad aderire sempre più allo stile di scrittura romantico, fino a divenire uno dei riferimenti del romanticismo in musica.

    Terza scena, ora, stanotte. Il viaggio a Parigi mi ha fatto tornare il desiderio di vedere Midnight in Paris, film che avevo amato quando uscì, nel 2011, e che da allora non avevo più frequentato. Rivederlo con la consapevolezza di oggi, nelle luci soffuse di una sera molto lontana dalle paure e dalle speranze di allora, risulta a volte addirittura fastidioso per la percezione di alcuni elementi che quindici anni fa avevo ignorato, come l’evidente estrazione alto-borghese del protagonista, che può permettersi di avere il dilemma se trasferirsi o no a vivere a Parigi inseguendo la sua sindrome dell’età d’oro, o diversi cliché nella rappresentazione della capitale francese, raffigurata in una sua idealizzazione da cartolina o da turista e non nelle sue dinamiche e conflittualità. Rimane comunque una patina di fascino nel film di Woody Allen e mi rendo conto ora che il suo successo all’uscita era forse prevedibile. Era prevedibile che un mondo occidentale i cui sogni di magnifiche sorti e progressive erano stati distrutti dalla crisi economica del 2008 si aggrappasse come rimedio a una nostalgia che si proponeva unicamente come rifugio dalla realtà e come rimedio alla realtà, non come strumento per agire sulle contraddizioni del presente. Del resto, la storia dello sceneggiatore americano che, dopo aver conosciuto i suoi idoli in un passaggio negli anni Venti, decide di rimanere a Parigi lasciando la sua compagna, nulla diceva dei conflitti degli anni Venti, divisi tra i venti di rivoluzione provenienti da Est e la spinta alla reazione che giungeva dall’Italia, né, tantomeno, di quelli contemporanei. Sembrava parlare di due mondi privi di tensioni diverse da quelle legate alle relazioni di coppia, in cui alla fine si doveva scegliere quello che era maggiormente vicino ai propri sogni. Dunque, il disperato desiderio di sognare e di astrarsi di un pubblico occidentale che leggeva sui giornali le notizie dei suicidi in piazza ad Atene non poteva che fermarsi sulla nostalgia, sul desiderio di essere altrove e di potervi rimanere per lungo tempo.

    È rassicurante, del resto, pensare che quello che ci manca, il frammento che ci impedisce di essere felici e che ci fa sentire inattuali, inadeguati o alienati possa dipendere dal fatto di vivere in un certo tempo anziché in un altro. E forse è anche vero, in un certo senso, perché ogni periodo della storia umana presenta caratteristiche che mancano in quelle successive e in quelle precedenti e dunque è possibile che le condizioni ideali per la nostra vita non si possano ritrovare nel loro insieme in nessuna epoca, ma possano essere costruite sommando singoli aspetti di tempi diversi. È così che la nostalgia può trasformare il presente, permettendo di comprendere cosa manca alla propria felicità, di individuare nel passato soluzioni pratiche e di agire per riportarle, modernizzandole, nella propria vita e, se necessario, nella vita della collettività. Oppure può permettere di produrre arte, che sicuramente aiuta a esistere e permette di intravedere la possibilità di qualcosa di diverso.

    La nostalgia, in qualche modo, aiuta a vivere.

  • Parigi, 6 maggio 2026

    La Sainte-Chapelle

    Ma, amico! Arriviamo troppo tardi. Vivono certo gli Dei/ma sopra la nostra testa, in un altro mondo/operano senza fine e sembrano curarsi poco/se noi viviamo. Ripenso ai versi di Hölderlin al mattino, dentro la Sainte-Chapelle, e più tardi, al Grand Palais, mentre i quadri di Hilma af Klint parlano del tentativo di evocare il divino attraverso l’arte. Come si evoca il divino in un mondo di Dei lontani e indifferenti, nel mondo in cui, come nell’elegia di Hölderlin, gli Dei sono fuggiti e riemergono talora nei sogni, proteggendo l’uomo dalla loro vista? Il mondo religioso e culturale medioevale, in cui si inserisce la costruzione della Sainte-Chapelle, aveva un luogo definito per la divinità, che si situava al centro delle riflessioni esistenziali e filosofiche; così, un’opera piena di riferimenti alla storia del tempo e alle conflittualità del presente come la Commedia di Dante si inseriva comunque in un orizzonte religioso e il re di Francia Luigi IX, molto devoto, cercava di procurarsi a costi proibitivi la corona di spine dall’imperatore bizantino per porla all’interno della sua cappella personale. Ora, quello che rimane di quel mondo è la coda all’ingresso della Sainte-Chapelle, dove un signore inglese con notevole senso dell’umorismo riesce, con diplomazia e insistenza, a convincere l’addetta all’ingresso dei visitatori a fare procedere la fila dopo più di un’ora di attesa, commentando poi con un gruppo di suoi connazionali l’inefficienza dei Francesi. Eppure, tra le vetrate della Sainte-Chapelle si riesce a sentire l’eco di quel tempo di Dei non ancora nascosti, in cui la spiritualità si innalzava verso le vetrate che filtravano il cielo in decine di colori, in cui il mistero abitava luoghi in cui si poteva riuscire a percepirne la presenza.

    La mostra di Hilma af Klint al Grand Palais

    Settecento anni più tardi, Hilma af Klint racconta nei suoi quadri un percorso iniziatico, fatto di parole e simboli destinati a evocare una divinità che si nasconde dietro il velo del mondo, che si rivela per squarci accessibili solo per brevi momenti. È un mondo diverso, in cui lo spazio per la spiritualità si è smarrito e non vi è più una dimensione codificata in cui inserire un dialogo con una dimensione altra. Dunque, la possibilità di tornare a comunicare con gli Dei di Hölderlin, fuggiti lontano, senza esserne abbagliati, è trovare, in un contesto privato, la giusta chiave per rompere la continuità del tempo, per evocare l’eccezione all’eterno perpetuarsi delle leggi della fisica, la maglia rotta nella rete di cui parla Montale. C’è molta speranza, nei quadri di Hilma af Klint. C’è non solo la speranza di poter accedere a una dimensione altra, ma anche che tale dimensione riveli qualcosa che non sia l’assenza di significato dell’esistenza o il dolore essenziale alla base della vita di cui parlano i meccanicisti come Leopardi, bensì arricchisca il senso dei giorni, dia una direzione.

    La mostra di Hilma af Klint al Gran Palais

    In fondo, la ricerca del senso procede sempre per epifanie, per brevi attimi in cui tutto diviene chiaro e in cui una parola mette in contatto con un significato più ampio. Ma quali sono le parole che oggi possono mettere in contatto non dico con il divino, ma anche solo con una lettura del reale che dia anche una direzione e non prenda semplicemente atto dell’esistente? Ed è ancora possibile ritrovare la magia della parola, la parola che evocava oggetti nella tradizione mesopotamica, la parola che evoca Dio nei riti iniziatici, in un tempo in cui la ripetizione di frasi e suoni rende tutto indistinto? E mi chiedo poi, in un tempo che anche nella mia vicenda personale ha smarrito il precedente significato, quale sarà la parola o il momento che riporterà tutto ad essere intero?

    La mostra di Hilma af Klint al Grand Palais

    Forse bisogna ignorare tutto questo e tornare a scrivere poesie. E comprendere a cosa serva, come scrive Hölderlin, essere poeti in tempi di privazione.

    La Sainte-Chapelle
  • Parigi, 5 maggio 2026

    Il museo D’Orsay a Parigi

    Quanta vita c’è dentro gli sguardi dei quadri di Renoir, nei danzatori di una sera al Moulin de la Galette, a Montmartre. Quanta contemplazione immobile c’è nella stasi di Monet, nei soggetti sempre uguali in cui cambia solo la luce, nei cieli che si colorano in modo sempre diverso, nelle ninfee e nei salici piangenti che confondendosi con l’acqua giungono nel tempo quasi a tendere verso l’astratto. All’epoca, tutto questo era rivoluzionario. Era rivoluzionario rappresentare la vita mondana in tele di grande formato, dare dignità artistica a un flirt durante una colazione, ed era rivoluzionario rappresentare le immagini impastate del mattino al porto di Le Havre, quel momento in cui gli oggetti ancora appaiono indefiniti e in cui tutto oscilla tra esistenza e assenza, tra ciò che è e ciò che evoca.

    Alcuni quadri degli anni di Giverny di Monet al Musée Marmottan

    Monet sembra raffigurare il punto in cui l’oggetto svanisce per smarrirsi in un tutto fatto di luce e colori. Nei passaggi dai primi quadri impressionisti alle opere realizzate negli anni di Giverny si assiste al passaggio dalla presenza di un contesto definito, fatto di edifici, talora persone, piante, cielo a una vaghezza in cui solo la luce è certa, mentre non si sa più se ciò che si vede sia un salice piangente o il ponte giapponese del giardino della casa del pittore. L’astrazione dal soggetto lascia che il mattino o la notte definiscano la scena e che dunque ciò che si guarda non sia più un’immagine che appartiene al pittore, ma un richiamo per ricordi privati, per altri pomeriggi estivi o altre sere invernali in cui il riflesso del sole o del crepuscolo sulle acque riproduceva impressioni simili. Sedersi al centro della sala finale del museo Marmottan è situarsi in un luogo di confine tra il presente il ricordo, in un ponte verso la pura contemplazione dei giorni d’infanzia e quelle acque su cui si riflettono confuse ombre di piante e fiori diventano quelle del Mediterraneo in una mattina di un’altra età.

    “Ballo a Bougival” di Renoir, temporaneamente ospitato al museo D’Orsay

    Monet si perde, lascia svanire la concretezza dei giorni, degli anni e perfino delle figure in favore delle pure variazioni della luce, come in un processo di riduzione all’essenziale, al puro vedere prima che la coscienza dia una forma e un nome alle cose di cui parla Husserl e su cui scrive anche Lévinas in uno dei suoi primi saggi. Renoir invece vive di un presente situato, cerca di cogliere il momento che verrà dimenticato, la frase detta a mezza voce, il frammento che non entrerà mai nei ricordi e che andrà solo a costituire una parte di una memoria essenziale – “Quella sera sono stato bene” – pronta a svanire di fronte a questioni più importanti. In fondo, entrambi si situano prima del racconto, prima della narrazione, in quel fluire dell’esistenza che precede l’organizzazione delle sensazioni nell’io narrativo, che precede la formazione di parole che diano significato (o condannino all’oblio) quel momento. Monet situa la sua contemplazione nella natura, Renoir nell’immersione in un flusso di sensazioni ed emozioni dato dallo scambio festoso con altri esseri umani. Entrambi, però, si pongono ai primordi della coscienza, in uno stato in cui si sa di esistere ma non si è completamente consapevoli di chi si è, in cui si è sospesi tra le percezioni e il senso che esse prenderanno nel nostro percorso di vita.

    Il “Ballo al Moulin de la Galette” di Renoir al Museo D’Orsay

    Forse, penso, è quello che mi serve in questa fase del mio percorso di vita, in cui i vecchi riferimenti sono caduti e il senso è da costruire. Tutto si muove oscillando tra la contemplazione e il ricordo e la ricerca dell’immediatezza di momenti che permettano di vivere qualcosa di nuovo. Nei colori senza forma del presente, emergono gli entusiasmi per le storie di ieri (come quella del Maggio che mi ha guidato all’inizio di questo viaggio), le strade non percorse non sono più occasioni perdute ma possibilità da utilizzare come rimedio alla caduta del vecchio mondo, il tempo collassa irrimediabilmente sul presente.

    Un altro quadro degli anni di Giverny di Monet al Musée Marmottan

    E dunque rimango lì, nel presente che si specchia nell’astrazione delle Ninfee degli ultimi anni di Monet, mentre emergono immagini indistinte provenienti dalla mia e da altre storie. E mi sembra di comprendere meglio Monet e Renoir.

    Vista dal Museo D’Orsay
  • Parigi, 5 maggio 2026

    L’Hôtel des Invalides

    La sera del cinque maggio mi trovo a fermarmi davanti all’Hôtel des Invalides, dove è sepolto Napoleone. Forse dovrei essere molto più a nord, nel cimitero di Montmartre, sulla tomba di Stendhal, perché la mia fascinazione adolescenziale per il generale corso è strettamente legata alla lettura febbrile in pochi giorni della Certosa di Parma e del Rosso e il Nero nei primi giorni d’autunno del 2009. Allora, la nostalgia di Stendhal per i giorni dell’Impero e la fuga da casa di Fabrizio del Dongo per unirsi all’esercito francese a Waterloo sapevano dell’entusiasmo di quei giorni dell’adolescenza, quando tutto sembrava a portata di mano e si poteva costruire il futuro semplicemente con la forza dei propri desideri. Che poi in realtà io, all’epoca, volevo soprattutto scrivere, senza rendermi conto che non si può scrivere senza aver vissuto, non si può comprendere la realtà senza averla attraversata, non si può apprendere il mondo dalle parole di altri riportate sulla carta e poi raccontarlo. Sapevo poco dell’esistenza, comprendevo poco la filosofia, materia che anni dopo avrei amato, e rimanevo a letto, malato, a leggere di Napoleone tra le pagine di Stendhal e quell’immersione adolescenziale nell’amore e nella politica di Fabrizio era tutto quello che contava e intersecando quella lettura a quella di Nadja di Breton sognavo un amour fou che mi facesse sentire un po’ come il personaggio di un romanzo. Oggi sono molto più disincantato, mentre passo davanti all’Hôtel des Invalides nell’anniversario della morte di Napoleone e una coppia di tedeschi mi chiede di fotografarla di fronte al Dôme – trovo ironico che il luogo in cui è sepolto il conquistatore d’Europa sia meta di pellegrinaggio anche da parte di chi all’epoca subì l’invasione francese, ma del resto la figura dell’imperatore è stata oggetto di sentimenti misti anche tra i suoi contemporanei, da Beethoven che gli dedicò la sinfonia Eroica per poi cambiare idea a Foscolo che lo accolse come liberatore per poi rimanere deluso dal trattato di Campoformio. Forse, anche loro parteciparono, per breve tempo, di quell’entusiasmo che mi fu trasmesso da Stendhal e che tuttora forse ancora passa a chi legge nel titanismo di chi lotta contro tutti per portare i valori della Rivoluzione la possibilità di cambiare radicalmente, di trasformare rapidamente il mondo.

    I cannoni di fronte alla facciata dell’Hôtel des Invalides

    Ma oggi sono molto più disincantato e i sogni dell’adolescenza si sono trasformati nella consapevolezza dell’età per cui ogni cambiamento richiede tempo, organizzazione, richiede quiete per analizzare e pensare soluzioni, richiede la forza di non farsi sconfiggere dalla rassegnazione e dall’impressione dell’eterno ritorno dell’uguale. Forse, crescere vuol dire anche questo.