Il vento di maggio passa sulla campagna, sulle case isolate, sugli alberi in cima alle colline. Sotto questo sole pallido, in questa primavera piovosa, la macchina attraversa le curve che lasciano scorgere in lontananza altri luoghi familiari e forse, in fondo, la città. La radio suona, in sottofondo.
La canzone dell’amore perduto
In questa primavera vivo di quello che ho perso e di quello che ancora non ho. Questa strada di campagna percorsa decine di volte non è più significata, è un territorio nuovo per gli occhi che lo guardano dal vetro di una storia cambiata. Il tempo che mi lascio alle spalle è stato bello, bello è stato innamorarsi, entusiasmarsi, leggere fino al mattino libri per orientarsi sul percorso che mi ha condotto ad essere quello che ero fino a ieri. Il tempo trascorso è sfumato fino a svanire, con la delicatezza delle parole di De Andrè in quella canzone che ho sempre amato e che solo ora riesco a comprendere, in questo tempo di lutto e di rinascita. Come fanno presto, amore, ad appassire le viole. Ma la campagna rinasce ogni primavera, dopo l’inverno, e lavorarci e, per qualche tempo, viverci mi ha insegnato a osservare la natura e a sapere che nella luce opaca dell’inverno, oltre gli alberi spogli, si cela la certezza che “rifioriranno le gioie passate/nel vento caldo di un’altra estate”, come dice un’altra canzone.
E un giorno…
Guccini canta il tempo che passa e la sua consapevolezza, mentre all’altezza di Chiocchio la campagna si apre di fronte allo sguardo per chilometri. Da più di un anno sto leggendo sul Sessantotto, da qualche tempo sto approfondendo il Maggio Francese e i suoi precursori ideologici. Si parla, in quelle pagine, della possibilità della libertà e si definisce la libertà che si vuole, nonostante l’idea diffusa di un insieme velleitario e confuso di rivendicazioni. Peraltro, molte analisi sul mondo di allora sono ampiamente valide oggi, nonostante il tempo trascorso. Mi chiedo quale sia la libertà che voglio, in quale dimensione esistenziale possa sentirmi davvero libero e mi rendo conto che forse è questa la domanda di questi giorni inquieti, la domanda fondamentale a cui mi sto preparando da anni. Ora che il tempo delle paure è finito, ora che il tempo delle limitazioni è minore, ora che ho molte più sicurezze e mi creo molte meno difficoltà a perseguire ciò che desidero, ora che riesco anche a concedermi, ogni tanto, un isolato impulso oltre la cornice tranquillizzante del pensiero, forse la domanda centrale è quella. Come voglio essere libero? Come voglio ordinare i desideri sedimentati nel tempo, come li voglio inserire nella mia vita? E come voglio muovere il mio desiderio dissidente, per citare Fachinelli, quella volontà di procedere sempre verso nuovi entusiasmi, verso nuove curiosità, senza mai strutturarsi fino in fondo su niente?
Era già tutto previsto
Parcheggio con la malinconia di Cocciante. La malinconia è sempre stata l’emozione che più mi appartiene, nella sua sospensione tra tristezza e gioia che guida la scrittura, la poesia, la musica, il pensiero. Penso alle rinascite. Sono nato una prima volta a ventisette anni, ora di nuovo, a trentacinque, mi trovo ad affrontare una nascita. Nascere è sicuramente doloroso. Eppure, permette di tentare di vivere, quando il vento si alza come in questa giornata oscillante tra sole e pioggia. E dunque, eccomi qui, a maggio, a trentacinque anni, di fronte a quella frase di Valéry che ho scoperto grazie a un film di Miyazaki, anni fa. Si alza il vento, bisogna provare a vivere.
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