Giorni di rabbia

Sono giorni di preoccupazione. Giorni in cui la salute mentale è tornata nel dibattito pubblico, ma non nel modo in cui avremmo voluto, noi che di disturbi e cure andiamo a parlare con i cittadini, di sera, fuori orario di lavoro. Si parla della necessità di risorse – che è reale – ma non con l’idea che questa possa aiutare a fornire un supporto di qualità ai milioni di persone sofferenti che vivono nel nostro Paese, ma con la fantasia che questo possa permettere di prevenire atti criminali come quello di Modena.

Su Modena, il dibattito è chiaro: da una parte si dice che la colpa è dell’immigrazione, dall’altra si parla di una responsabilità del centro di salute mentale che aveva in cura la persona e che non l’avrebbe seguito nel modo giusto o per il giusto tempo. Nessun accenno alla responsabilità personale, grande assente del nostro tempo: la responsabilità non è della persona, che sceglie liberamente tra tante possibilità di tentare di uccidere altri esseri umani, bensì di chi le ha permesso di arrivare in Italia (sebbene si trattasse di un cittadino italiano), oppure di chi non l’ha curata e addirittura le ha consentito di avere la patente. Nessun accenno al fatto che in una società in cui ognuno è sempre più solo e in cui la solidarietà è scomparsa, la manifestazione della rabbia per la propria condizione può assumere forme violente. Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, ci insegnano tanto, con le numerose stragi avvenute negli anni ad opera di lupi solitari.

Alla fine, l’impressione è che anche chi chiede più risorse per la salute mentale porti in sé un profondo stigma. Che chieda che ai pazienti con disturbi psichici – che poi siamo tutti noi, in una fase della nostra vita, quando attraversiamo un periodo depressivo, quando siamo sopraffatti dall’isolamento, quando non riusciamo a raggiungere gli obiettivi che la società ci impone – venga tolta la patente, ignorando che per chi assume terapie psicofarmacologiche il rinnovo della patente è già soggetto ad accertamenti ulteriori rispetto agli altri cittadini. Che chieda di togliere risorse alla cura di chi soffre per destinarla alla prevenzione del crimine, con l’idea – totalmente infondata su un piano scientifico – che sia possibile per uno psichiatra modificare la mente di chi non si trova a proprio agio nella società e non ne vuole seguire le regole.

Dovremmo accettare, forse, che non ci sono soluzioni magiche. Viviamo in una società complessa, spesso violenta, dove la lettura dei fenomeni dovrebbe essere accompagnata da un’analisi attenta del contesto da cui emergono. Invece, abbiamo la tentazione di spiegare tutto partendo dall’intrapsichico. L’ha fatto perché è matto. L’ha fatto perché è un immigrato e si sa come sono gli immigrati. Questo provoca l’illusione che basti cambiare un tassello per risolvere tutto, senza accorgersi che creare una divisione stigmatizzante tra “noi” e “loro” non fa che contribuire alla perdita di solidarietà della nostra società (e quindi, magari, sarà più difficile trovare aziende disposte ad accogliere persone con disturbi mentali che devono fare un reinserimento lavorativo). Non solo: favorisce l’idea che i miei problemi siano colpa di qualcuno di specifico, alimentando le difese paranoiacali e l’idea che ci sia un nemico da accusare di tutte le mie difficoltà. Tale idea è quella che sembra aver generato quanto accaduto a Modena ed aveva generato anche, anni fa, a Firenze, a pochi passi dal luogo in cui sono nato e cresciuto, una strage razzista durante un mercato rionale.

Sono giorni di rabbia. Spero che il tempo delle spiegazioni facili passi presto e che si torni, finalmente, a pensare.

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