Il dolore del ritorno

Nostalgia. È la parola che mi risuona in testa in questi giorni, mentre cammino nelle strade del centro di Firenze di notte, oltrepassando Santa Maria Nuova provenendo da via Ghibellina, oppure ascoltando i rumori della ferrovia dalla finestra della mia stanza. È una sensazione che ho provato spesso, ma in questi giorni mi capita di vederla espressa da altri e l’effetto è talora straniante.

Il primo è stato forse Gauguin, qualche giorno fa, al museo D’Orsay, quando ero ancora a Parigi. Gauguin partì per Tahiti nella speranza di trovare un’alternativa alla società francese in cui si sentiva fuori posto. Lo straniamento dell’intellettuale nella società francese del tempo, dopo gli anni di impegno sociale di autori come Victor Hugo ed Émile Zola, non era qualcosa di nuovo e sicuramente aveva non poco a che fare con la repressione del Secondo Impero e, in seguito, con il fallimento delle istanze di rinnovamento della Comune di Parigi. Il tema della fuga è dunque molto frequentato nell’arte di quegli anni, una fuga nello spazio (come quella di Rimbaud), o una fuga rispetto alla possibilità di essere compresi dal pubblico borghese, che si ritrova nell’ermetismo dei simbolisti. Gauguin, dopo aver cercato l’autenticità nelle tradizioni della Bretagna natia, partì per le isole francesi nel Pacifico, dove trovò un contesto molto occidentalizzato e per dare uno spazio ai suoi sogni di fuga inventò nei suoi quadri una Polinesia immaginaria, costruita con i vecchi racconti e con i vecchi libri, una Polinesia forse mai esistita davvero ma in cui forse avrebbe potuto essere felice. Aveva nostalgia, in definitiva, della semplicità di un mondo passato, di un altrove che potesse sentire suo e l’unico modo per toccarlo anche solo marginalmente era crearlo nei quadri mentre si isolava progressivamente da quello che lo circondava, fino a morire in un’isola poco popolata della Polinesia francese.Seconda scena. Firenze, Teatro Verdi, un giovedì di maggio. Arrivo di fretta dopo aver attraversato tutto il centro e dopo aver superato una piazza della Signoria non ancora riempita dal turismo estivo. Suonano Webern, Richard Strauss, Mendelssohn. Una strana scelta, penso, un autore della Seconda Scuola di Vienna, un modernista nostalgico, un autore romantico che guardava al classicismo. Poi inizia il brano di Webern e comprendo. È un pezzo diverso da quelli a cui sono abituato, in cui Webern ancora non si è spogliato del mondo tonale post-wagneriano e sembra, all’inizio del Novecento che lo vedrà fondare la nuova musica atonale e poi morire nel 1945 prima di vederne l’affermazione a livello europeo, volgersi al passato, al mondo sonoro del secolo precedente. Sembra nutrirsi di una nostalgia che non avrà più, nei suoi giorni sperimentali, ma che risuona nelle armonie sospese tra le ultime opere di Wagner e il cromatismo del primo Schoenberg. Quindi, Strauss. La nostalgia di Strauss mi era nota e dunque non mi sorprende. Ricordo che avevo poco più di vent’anni quando vidi il Rosenkavalier, meravigliosa celebrazione dei tempi di Maria Teresa da parte di un autore che spesso si sentirà fuori posto nei cambiamenti della società del Novecento. Lì, era il barone Ochs a verbalizzare l’amore per i tempi passati, con quella sua vecchia canzone ripetuta più volte a tempo di valzer “Mit mir, mit mir/keine Kammer dir zu klein…”. Qui, nel concerto per clarinetto, fagotto, archi e arpa i rimandi all’universo musicale mozartiano si intersecano con i riferimenti alla forma barocca del concerto grosso, con i dialoghi tra un gruppo musicale più ampio e uno più ristretto. Era uno Strauss che aveva visto frantumarsi sotto le bombe di una guerra folle, cercata da quegli stessi nazisti che in un primo tempo aveva sostenuto, l’intera cultura tedesca e che aveva scritto, dopo la notizia del bombardamento di Dresda, un complesso tema con variazioni per archi basato sulla marcia funebre della sinfonia Eroica di Beethoven, “Metamorphosen”. Il grande vecchio della musica austro-tedesca, dopo aver scritto l’elegia finale per il suo mondo musicale, ora guardava in modo disimpegnato ad un passato in cui ancora tutto era intero e in cui quelle forme musicali da lui amate erano ancora attuali. Infine, Mendelssohn. La sua prima sinfonia è l’opera di un autore il cui maestro, Zelter, aveva insegnato ad amare il passato e a odiare il presente e per cui dunque il guardarsi indietro non era legato alla propria nostalgia, bensì era l’eco di una nostalgia altrui. Quindi, qui la nostalgia è qualcosa di cui liberarsi, in uno slancio che porterà Mendelssohn ad aderire sempre più allo stile di scrittura romantico, fino a divenire uno dei riferimenti del romanticismo in musica.

Terza scena, ora, stanotte. Il viaggio a Parigi mi ha fatto tornare il desiderio di vedere “Midnight in Paris”, film che avevo amato quando uscì, nel 2011, e che da allora non avevo più frequentato. Rivederlo con la consapevolezza di oggi, nelle luci soffuse di una sera molto lontana dalle paure e dalle speranze di allora, risulta a volte addirittura fastidioso per la percezione di alcuni elementi che quindici anni fa avevo ignorato, come l’evidente estrazione alto-borghese del protagonista, che può permettersi di avere il dilemma se trasferirsi o no a vivere a Parigi inseguendo la sua sindrome dell’età d’oro, o diversi cliché nella rappresentazione della capitale francese, raffigurata in una sua idealizzazione da cartolina o da turista e non nelle sue dinamiche e conflittualità. Rimane comunque una patina di fascino nel film di Woody Allen e mi rendo conto ora che il suo successo all’uscita era forse prevedibile. Era prevedibile che un mondo occidentale i cui sogni di magnifiche sorti e progressive erano stati distrutti dalla crisi economica del 2008 si aggrappasse come rimedio a una nostalgia che si proponeva unicamente come rifugio dalla realtà e come rimedio alla realtà, non come strumento per agire sulle contraddizioni del presente. Del resto, la storia dello sceneggiatore americano che, dopo aver conosciuto i suoi idoli in un passaggio negli anni Venti, decide di rimanere a Parigi lasciando la sua compagna, nulla diceva dei conflitti degli anni Venti, divisi tra i venti di rivoluzione provenienti da Est e la spinta alla reazione che giungeva dall’Italia, né, tantomeno, di quelli contemporanei. Sembrava parlare di due mondi privi di tensioni diverse da quelle legate alle relazioni di coppia, in cui alla fine si doveva scegliere quello che era maggiormente vicino ai propri sogni. Dunque, il disperato desiderio di sognare e di astrarsi di un pubblico occidentale che leggeva sui giornali le notizie dei suicidi in piazza ad Atene non poteva che fermarsi sulla nostalgia, sul desiderio di essere altrove e di potervi rimanere per lungo tempo.

È rassicurante, del resto, pensare che quello che ci manca, il frammento che ci impedisce di essere felici e che ci fa sentire inattuali, inadeguati o alienati possa dipendere dal fatto di vivere in un certo tempo anziché in un altro. E forse è anche vero, in un certo senso, perché ogni periodo della storia umana presenta caratteristiche che mancano in quelle successive e in quelle precedenti e dunque è possibile che le condizioni ideali per la nostra vita non si possano ritrovare nel loro insieme in nessuna epoca, ma possano essere costruite sommando singoli aspetti di tempi diversi. È così che la nostalgia può trasformare il presente, permettendo di comprendere cosa manca alla propria felicità, di individuare nel passato soluzioni pratiche e di agire per riportarle, modernizzandole, nella propria vita e, se necessario, nella vita della collettività. Oppure può permettere di produrre arte, che sicuramente aiuta a esistere e permette di intravedere la possibilità di qualcosa di diverso.

La nostalgia, in qualche modo, aiuta a vivere.

Seconda scena. Firenze, Teatro Verdi, un giovedì di maggio. Arrivo di fretta dopo aver attraversato tutto il centro e dopo aver superato una piazza della Signoria non ancora riempita dal turismo estivo. Suonano Webern, Richard Strauss, Mendelssohn. Una strana scelta, penso, un autore della Seconda Scuola di Vienna, un modernista nostalgico, un autore romantico che guardava al classicismo. Poi inizia il brano di Webern e comprendo. È un pezzo diverso da quelli a cui sono abituato, in cui Webern ancora non si è spogliato del mondo tonale post-wagneriano e sembra, all’inizio del Novecento che lo vedrà fondare la nuova musica atonale e poi morire nel 1945 prima di vederne l’affermazione a livello europeo, volgersi al passato, al mondo sonoro del secolo precedente. Sembra nutrirsi di una nostalgia che non avrà più, nei suoi giorni sperimentali, ma che risuona nelle armonie sospese tra le ultime opere di Wagner e il cromatismo del primo Schoenberg. Quindi, Strauss. La nostalgia di Strauss mi era nota e dunque non mi sorprende. Ricordo che avevo poco più di vent’anni quando vidi il Rosenkavalier, meravigliosa celebrazione dei tempi di Maria Teresa da parte di un autore che spesso si sentirà fuori posto nei cambiamenti della società del Novecento. Lì, era il barone Ochs a verbalizzare l’amore per i tempi passati, con quella sua vecchia canzone ripetuta più volte a tempo di valzer “Mit mir, mit mir/keine Kammer dir zu klein…”. Qui, nel concerto per clarinetto, fagotto, archi e arpa i rimandi all’universo musicale mozartiano si intersecano con i riferimenti alla forma barocca del concerto grosso, con i dialoghi tra un gruppo musicale più ampio e uno più ristretto. Era uno Strauss che aveva visto frantumarsi sotto le bombe di una guerra folle, cercata da quegli stessi nazisti che in un primo tempo aveva sostenuto, l’intera cultura tedesca e che aveva scritto, dopo la notizia del bombardamento di Dresda, un complesso tema con variazioni per archi basato sulla marcia funebre della sinfonia Eroica di Beethoven, Metamorphosen. Il grande vecchio della musica austro-tedesca, dopo aver scritto l’elegia finale per il suo mondo musicale, ora guardava in modo disimpegnato ad un passato in cui ancora tutto era intero e in cui quelle forme musicali da lui amate erano ancora attuali. Infine, Mendelssohn. La sua prima sinfonia è l’opera di un autore il cui maestro, Zelter, aveva insegnato ad amare il passato e a odiare il presente e per cui dunque il guardarsi indietro non era legato alla propria nostalgia, bensì era l’eco di una nostalgia altrui. Quindi, qui la nostalgia è qualcosa di cui liberarsi, in uno slancio che porterà Mendelssohn ad aderire sempre più allo stile di scrittura romantico, fino a divenire uno dei riferimenti del romanticismo in musica.

Terza scena, ora, stanotte. Il viaggio a Parigi mi ha fatto tornare il desiderio di vedere Midnight in Paris, film che avevo amato quando uscì, nel 2011, e che da allora non avevo più frequentato. Rivederlo con la consapevolezza di oggi, nelle luci soffuse di una sera molto lontana dalle paure e dalle speranze di allora, risulta a volte addirittura fastidioso per la percezione di alcuni elementi che quindici anni fa avevo ignorato, come l’evidente estrazione alto-borghese del protagonista, che può permettersi di avere il dilemma se trasferirsi o no a vivere a Parigi inseguendo la sua sindrome dell’età d’oro, o diversi cliché nella rappresentazione della capitale francese, raffigurata in una sua idealizzazione da cartolina o da turista e non nelle sue dinamiche e conflittualità. Rimane comunque una patina di fascino nel film di Woody Allen e mi rendo conto ora che il suo successo all’uscita era forse prevedibile. Era prevedibile che un mondo occidentale i cui sogni di magnifiche sorti e progressive erano stati distrutti dalla crisi economica del 2008 si aggrappasse come rimedio a una nostalgia che si proponeva unicamente come rifugio dalla realtà e come rimedio alla realtà, non come strumento per agire sulle contraddizioni del presente. Del resto, la storia dello sceneggiatore americano che, dopo aver conosciuto i suoi idoli in un passaggio negli anni Venti, decide di rimanere a Parigi lasciando la sua compagna, nulla diceva dei conflitti degli anni Venti, divisi tra i venti di rivoluzione provenienti da Est e la spinta alla reazione che giungeva dall’Italia, né, tantomeno, di quelli contemporanei. Sembrava parlare di due mondi privi di tensioni diverse da quelle legate alle relazioni di coppia, in cui alla fine si doveva scegliere quello che era maggiormente vicino ai propri sogni. Dunque, il disperato desiderio di sognare e di astrarsi di un pubblico occidentale che leggeva sui giornali le notizie dei suicidi in piazza ad Atene non poteva che fermarsi sulla nostalgia, sul desiderio di essere altrove e di potervi rimanere per lungo tempo.

È rassicurante, del resto, pensare che quello che ci manca, il frammento che ci impedisce di essere felici e che ci fa sentire inattuali, inadeguati o alienati possa dipendere dal fatto di vivere in un certo tempo anziché in un altro. E forse è anche vero, in un certo senso, perché ogni periodo della storia umana presenta caratteristiche che mancano in quelle successive e in quelle precedenti e dunque è possibile che le condizioni ideali per la nostra vita non si possano ritrovare nel loro insieme in nessuna epoca, ma possano essere costruite sommando singoli aspetti di tempi diversi. È così che la nostalgia può trasformare il presente, permettendo di comprendere cosa manca alla propria felicità, di individuare nel passato soluzioni pratiche e di agire per riportarle, modernizzandole, nella propria vita e, se necessario, nella vita della collettività. Oppure può permettere di produrre arte, che sicuramente aiuta a esistere e permette di intravedere la possibilità di qualcosa di diverso.

La nostalgia, in qualche modo, aiuta a vivere.

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