Il viaggio dell’eroe – Appunti di viaggio

Parigi, 3 maggio 2026

Le Consulat a Montmartre

Montmartre, a sera, ha qualcosa di familiare. Mi riporta ai miei vent’anni, a quando mettevo come sfondo del desktop la foto del Consulat e studiavo francese con la speranza di andare, dopo la fine degli studi in Medicina, a fare il concorso per la specializzazione a Marsiglia. È un mondo passato, quello che riemerge mentre le luci del crepuscolo che lasciano ancora vedere Parigi davanti alla chiesa del Sacro Cuore si intersecano con l’illuminazione artificiale dei locali nelle strade interne. Quanto ci vuole ad essere adulti, mi chiedo, quando tempo impiega ogni nostro atto per portarci verso la strutturazione che dal caos dell’identità adolescenziale ci fisserà entro alcune direttrici precise, che rimarranno poi definite? Quando ricominciai a studiare francese avevo vent’anni, attraversavo il dolore di non aver trovato nello studio della Medicina quella spinta umanistica che mi aveva fatto entusiasmare negli anni del liceo classico. Riprendere in mano, sulla spinta dell’impulso di un giorno, quella lingua, lasciata da parte ormai da anni, dopo le scuole medie, era un modo per recuperare qualcosa, per sentirmi altrove rispetto a dove mi trovavo. Ancora una volta, era la creazione di un’identità alternativa, la speranza di una partenza verso la collina di Montmartre o di una palingenesi, mentre ascoltavo le opere teatrali registrate su France Culture e mi appassionavo a discutibili dibattiti politici negli anni di passaggio da Hollande a Macron. Qui, a sera, a Montmartre, tutto torna intero, le identità si ricongiungono e quel tempo di allora torna ad avere un senso, una direzione, quella maledetta direzione che, quando manca, ci fa sentire di aver sbagliato strada, di aver fatto un passaggio a vuoto nel nostro lineare viaggio dell’eroe.

La Maison Rose a Montmartre

Forse la colpa di tutto è di Campbell, citato a più riprese ieri al museo del Luxembourg durante una mostra su Leonora Carrington. Forse la colpa di tutto è di quell’idea di orizzontalità dei tragitti che la cultura occidentale porta con sé, della percezione che la vita sia un viaggio che conduce verso un fine definito e che con le nostre azioni ci avviciniamo o ci allontaniamo da quel fine, attraversando varie vicissitudini. Ho anche studiato il viaggio dell’eroe, la chiamata alla partenza, la caverna più profonda, il raggiungimento della meta. Eppure, ho sentito spesso il richiamo delle narrative orientali, in cui gli obiettivi definiti sono minori, in cui l’individuo e i suoi scopi cedono il posto a una collettività che si muove e che interagisce. E poi so bene che il senso è un nostro bisogno, è il modo che abbiamo per spiegarci un mondo che in realtà procede secondo dinamiche spesso caotiche.

Nei pressi di Place des Vosges

Stamani, passate Place des Vosges e le case basse del quartiere di Marais, il museo Picasso mi faceva riflettere proprio su questo. Immergendomi nei cambiamenti di stile di un artista che in passato apprezzavo poco e che ora, complici due viaggi a Barcellona con annessa visita al locale museo, sto imparando ad amare, mi colpiva come spesso i passaggi artistici fossero legati a eventi casuali, al suicidio di un amico, alla scoperta dell’arte africana, all’emarginazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale, alle difficoltà del dopoguerra, all’entusiasmo creativo degli ultimi anni sul Mediterraneo. Di Picasso avevo sempre mal digerito l’assenza di linearità, il passare dalla ripresa delle maschere africane delle Demoiselles d’Avignon al cubismo, dalla frammentazione della prospettiva del cubismo ai ritratti deformati e colorati, dalle deformazioni dei volti e dalle vivide campate di colore alla maniera di Matisse alle sperimentazioni surrealiste. Ora penso di comprendere meglio la sua assenza di linearità. In fondo, la permanenza di un singolo stile è qualcosa che serve a chi guarda per spiegarsi in modo rassicurante che i passaggi della vita non ti allontanano dal tuo scopo, dalla metà ultima del tuo viaggio dell’eroe. Gli sbalzi di stile di Picasso, spesso violenti e improvvisi, invece rimandano a un’esistenza che porta a raccontarsi ogni volta in modo diverso, non programmato, secondo delle linee che spesso divergono da ciò che le precedeva. A volte, alcuni elementi del passato ritornano, ma riemergono in un contesto diverso, in una storia che ormai ha imparato a raccontarsi in modo diverso e che dunque ingloba gli interessi di altre età in una modalità narrativa totalmente mutata.

Marais dalle finestre del Musée Picasso

Dalle finestre del museo Picasso, sembra di vedere la Parigi di Sempé, un altro richiamo al mondo di ieri che trova una collocazione nel filone narrativo odierno. Nel pomeriggio, al Louvre, la prospettiva aerea della Vergine delle Rocce di Leonardo e le Nozze di Cana del Veronese mi riportano a diciotto anni, sui banchi del liceo, alla voce della mia professoressa di Storia dell’Arte che, a un passo dalla pensione, aveva un entusiasmo invidiabile e sottolineava il nome di ogni artista accostando aggettivi come “Mitico”. Non ho trovato la scimmia tra i molteplici personaggi e oggetti raffigurati nelle “Nozze di Cana”, mentre cercavo di evitare la folla che si dirigeva in modo deciso verso la Gioconda, situata alle mie spalle. In compenso, ho individuato, in primo piano, Tiziano che suona il contrabbasso, in una delle prime rappresentazioni del mio strumento. Tutto sembra avere senso, ancora una volta, direbbe Campbell. Ma sono giorni di oscillazione dei significati e dunque so già che a breve mi sentirò diverso e che il breve momento in cui tutto si tiene svanirà di nuovo nella frammentazione del senso.

Ancora Montmartre

Lascia un commento