Gennaio 2011
La stazione era deserta. Fatta eccezione per un vecchio barbone che dormiva in un angolo e per un uomo che, nascosto dietro un vetro e dietro i suoi occhiali da miope, leggeva un libro di Cèline, non c’era nessuno. Il ragazzo e la ragazza vicino ai binari erano giovani, certo, ma il loro addio aveva il sapore delle cose vecchie, dei sogni perduti, delle illusioni svanite. La ragazza stava seduta sulle ginocchia dell’uomo; guardava distrattamente la ferrovia dove il treno non arrivava, non ancora. Il ragazzo la guardava come se l’avesse già perduta, come se tutte le speranze e gli slanci che avevano accompagnato il loro amore lo avessero abbandonato da tempo. “E così parti”, questo voleva dirle, in un’inconscia citazione di una poesia di Eliot che avevano letto insieme, allora, quando ancora tutto aveva un senso e non era caduto nella vuota rappresentazione di un sentimento. Il tono della ragazza, quando parlò, fu netto, serio, professionale: “Allora… vediamo se non dimentico nulla… i biglietti li ho, i bagagli… ho preso tutto,no?” L’uomo annuì. Ora era lui a fissare la ferrovia vuota da cui sarebbe giunto il treno che avrebbe portato via la donna che ora sedeva sulle sue ginocchia. E l’avrebbe portata via per sempre, forse.
Era una scena da vecchio, banale film romantico, pensava lui, mancava solo la pioggia. Ma non pioveva, sebbene l’aria sottile della sera li facesse stringere talora dentro i loro cappotti. Non c’era più nulla da dire, pensava lui, nulla di diverso dalle poche frasi di circostanza che li rendevano ormai estranei, che si scambiavano come due sconosciuti. “A che ora pensi di arrivare?” le chiese per rompere il silenzio. “Domani mattina presto, credo. Ti chiamo appena arrivo.” rispose lei con tono indifferente. L’avrebbe fatto, certo, con la noia che si riserva agli adempimenti necessari, con il fastidio per un atto ormai privo per lei di qualunque valore affettivo o simbolico. Cadde nuovamente il silenzio tra loro; ogni tanto, dalla cabina dell’uomo con gli occhiali giungeva il suono delle pagine che venivano voltate. Stava leggendo Cèline, l’uomo con gli occhiali, e prima di lui erano venuti Stendhal, Proust, forse Balzac. Avevano scandito gli anni che egli aveva passato in quel luogo con venti, trenta pagine per notte, come un passatempo innocente. Storie su storie si erano succedute nella mente dell’uomo con gli occhiali ed egli, ogni volta che terminava di leggere un libro, si sorprendeva a complimentarsi con se stesso, come se l’autore del romanzo fosse stato lui, come se quel testo si andasse a sommare ad innumerevoli altri che aveva composto. Ma poi l’uomo con gli occhiali pensava che non era mai stato capace di scrivere neanche una riga, sebbene un tempo avesse sognato di diventare scrittore, e si intristiva.
La ragazza ora parlava del suo viaggio, ripetendo frasi che l’uomo che la teneva sulle ginocchia aveva sentito centinaia di volte ma che fingeva di accogliere ancora con interesse pur di mantenere un barlume di rapporto con lei. Ella era il tipo di giovane donna che qualcuno avrebbe definito carina, certo la sua era forse una bellezza un po’ troppo asettica e convenzionale per spingere qualcuno a voltarsi, per strada, al suo passaggio; non aveva occhi comunicativi o un volto che si imprimesse nella memoria. Era una bella ragazza come ce ne sono tante – capelli biondi, occhi castani e l’aria arrogante di chi sa di avere un aspetto gradevole – ma totalmente priva di qualsivoglia motivo di interesse. Niente, in lei, suscitava curiosità, nulla appariva misterioso. Tutto era là, sotto gli occhi di tutti, limpido nella sua inutile avvenenza. Da parte sua, il ragazzo, che era stato udito più volte sostenere che “non esistono belle donne ma solo donne brutte che piacciono”, aveva gli occhi grandi e il sorriso triste di chi è cresciuto troppo velocemente. Pesava le proprie parole in modo impacciato, dando luogo a un lessico a metà tra il forbito e il volgare, che non poteva che suonare in modo quantomeno curioso alle orecchie di chi lo ascoltava. Non amava eccessivamente la vita che conduceva, non amava eccessivamente la ragazza che teneva sulle ginocchia, tuttavia riconosceva in tutto questo un senso di ineluttabilità che gli impediva di abbandonare tutto ciò. E ora si poneva dunque pazientemente ad udire per l’ennesima volta una frase distratta che la donna che era con lui gettava contro il silenzio della sera.
Il treno arrivò lentamente, si fermò per un attimo. La ragazza salutò rapidamente il suo compagno, poi sparì all’interno del vagone. Il ragazzo si fermò a guardarla, rimase fermo per qualche istante sulla panchina; quando il treno sparì nella notte, si volse a guardare la stazione deserta. Vide solo un uomo che leggeva e un barbone che dormiva.
Il bollettino meteo, quel mattino era stato clemente. Tuttavia, probabilmente di tanta umanità non era stata informata la nuvola che, mentre il ragazzo era già in procinto di allontanarsi dalla stazione, ritenne opportuno rendere nota al mondo la propria esistenza producendosi in una pioggerellina sottile e fastidiosa. Il ragazzo pensava, pensava a frasi prive di senso che aveva ripetuto milioni di volte, a donne che non aveva mai amato e che ora si compiaceva, con la fantasia, di porre al proprio fianco. Pensava, il ragazzo, e intanto si allontanava dalla stazione, sotto la pioggia; una bicicletta si perse scampanellando nel buio e lui, per un attimo, ricordò un altro tempo, anni prima. Al binario 2 era giunto un treno, comunicò una voce meccanica dietro di lui. Andava a G., disse. Il ragazzo accelerò. Aveva un appuntamento, quella sera. Raggiunse in silenzio la fermata dell’autobus.
È, questo, un testo che risale ai miei confusi vent’anni, ai vent’anni in cui tutto sembrava vuoto e senza direzione alcuna come le storie d’amore che finiscono, con il sapore del cliché, alla stazione dei treni. Al me stesso attuale, sicuramente meno pessimista di quello di allora, questa vicenda di passanti che avrebbe dovuto essere l’inizio dell’ennesimo mio libro che non vide mai la luce fa ricordare una canzone che amo molto di Grand Corps Malade che dice all’incirca: “Credo che le storie d’amore siano come i viaggi in treno/e quando vedo quei viaggiatori vorrei essere uno di loro”.
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