Non si può essere seri a ventisette anni – Prologo, Elena

All’alba dei miei ventisette anni, le donne apparivano e svanivano nella nebbia di una primavera adolescente – le loro voci nelle sere d’Aprile raccontavano il rimpianto per un futuro in cui sarebbe stato facile sfiorire, uccidere i propri entusiasmi universitari nell’ennesimo lavoro sottopagato. Era diverso un tempo, quando Fukuyama proclamava la fine della storia, profeta idiota dell’Occidente trionfante; allora forse avremmo potuto immaginare una vita di vagabondaggi, ingannati da Kerouac, o ci saremmo illusi di sfuggire al ciclo eterno dello sbattiti-fatti-crepa/produci-consuma-crepa cantato da Lindo Ferretti tanti anni prima. Nei pomeriggi che ancora fuggivano da un inverno non dimenticato piuttosto che correre verso un’estate lontana leggevo le poesie di Ghiannis Ritsos a voce alta, come per rivendicarne il senso, quel sentimento di malinconia e di stanchezza del mondo, e nella musica di Anghelikì Ionatos, nella voce di Maria Dimitriadi che cantava Mikroutsikos credevo di trovare un luogo dove le donne svanite alla rinascita della primavera sarebbero tornate alla fioritura del ciliegio con i loro sguardi persi nel vuoto e forse non avrei più avuto il rimpianto per quello che non era stato, quella sensazione di vuoto che percepivo ogni volta che sentivo che il tratto di strada da percorrere insieme era giunto al termine e di nuovo bisognava abbandonarsi in una stazione di periferia.

All’epoca Elena viveva davanti alla stazione. Guardava i treni andare e venire nelle mattine calde in cui si svegliava tardi e apriva la finestra per lasciar uscire gli ultimi residui dei sogni della notte – talora i suoi morti, abbandonati sulle rive dei ricordi d’infanzia con le storie d’anteguerra che le raccontavano nelle sere di un tempo, accompagnavano il suo sonno con i loro volti scavati, con le loro voci che intonavano i canti della guerra di Spagna, della sinistra greca, della Resistenza e al risveglio ella sentiva di doverli lasciare partire e allora apriva gli scuri e lasciava uscire la memoria, il rimpianto, l’aria ancora pregna della loro presenza fantasmatica. Fino a mezzogiorno guardava gli uomini passare, salire e scendere di fretta dai treni che giungevano da Bologna, che andavano a Prato e immaginava le storie custodite dai loro zaini di studenti, dalle scarpe impolverate dei disoccupati, dalle cravatte poste a custodire la rispettabilità sociale di anonimi professionisti. Forse fuggivano da amori che li avevano delusi, forse, più semplicemente, si addormentavano per abitudine di fianco a uomini e donne per cui forse avevano provato qualcosa, tanto tempo prima, ma che ora facevano sogni che non riuscivano più a capire e dunque immaginavano di trovare nello sguardo dei passanti distratti il volto che infine li avrebbe compresi e portati via. La vita, del resto, trascorreva così per molti, nell’appassire lento di ciò in cui si era creduto, e un giorno ci si guardava negli occhi a colazione e improvvisamente ci si scopriva distanti senza avere il coraggio di confessarselo.

Un giorno dalla stazione era passato anche Dio. Elena l’aveva riconosciuto dalla valigia di stelle e dal cappello azzurro – il vecchio Adriano, seduto da tempo immemore sul terzo gradino con la barba lunga e una borsa piena di storie, gliel’aveva descritto sempre in quel modo, quando le aveva parlato di lui. Spesso, diceva il vecchio Adriano, Dio era partito per dirigersi verso il mare, quando lo schifo per l’orrore del mondo, per le sue ingiustizie, per i suoi tradimenti diventava eccessivo e abbandonava l’uomo alle sue cattività babilonesi, ai suoi idoli di legno e di carta per fuggire fino ai confini dell’universo, dove riusciva infine a dimenticare e a trovare la forza, ancora, di tornare. In quel mattino di Dicembre, Dio andava di fretta. Veniva dalla Grecia, aveva detto Adriano, che si era fermato a parlare brevemente con lui davanti al distributore di merendine, e sembrava infine sconfitto, desideroso solo di svanire per sempre e di farsi dimenticare da chi l’aveva tradito troppe volte. Aveva parlato di malati morti perché non potevano permettersi le cure, del fumo nero delle stufe che aveva invaso le vie di Atene per via dei costi eccessivi del riscaldamento, del meccanismo della morte improvvisa per cui il Governo da un giorno all’altro, quasi come punizione di una colpa commessa dal popolo, chiudeva interi pezzi dell’apparato statale licenziandone i dipendenti. Era salito sul treno per Livorno di fretta e aveva rischiato di perdere il cappello scontrandosi con un tipo corpulento con un contrabbasso che cercava faticosamente di scendere. Da allora, nessuno lo aveva più visto; secondo Adriano non sarebbe più tornato e così la pensavano anche gli alberi della stazione, che si arrostivano nel pomeriggio caldo di Aprile guardando i treni partire, ma in fondo a Elena interessava poco. Anche lei voleva partire. Me lo aveva detto più volte, all’inizio della nostra frequentazione. Ci eravamo conosciuti come spesso succede, tramite amici in comune. In una sera d’inverno in un pub irlandese in piazza Duomo l’avevo scrutata in segreto oltre la noia e la stanchezza di gennaio; le persone che ci circondavano bevevano birra, parlavano di esami, di lavoro, degli amori abbandonati sulle vie di altre notti. Parlavano della loro quieta stabilità, delle loro sicurezze e io avrei voluto alzarmi, camminare nel gelo, perdermi nella confusione dei miei progetti di vita indefiniti, della mia eterna indecisione, del mio volto nello specchio che non mi permetteva di immaginare l’uomo che sarei stato; mi risolsi invece, per discrezione e per evitare spiegazioni inutili, di immaginare la storia della donna che mi era stata presentata poco prima – un nonno che aveva combattuto in guerra, probabilmente, forse in Russia con l’Armir, un padre fuggito a Parigi o a Lisbona oppure, ancora, un benessere altoborghese da farsi perdonare con il voto a qualche partito di estrema sinistra. Quando più tardi le confessai queste mie fantasie, lei sorrise appena, nella sua stanza sopra la stazione, con l’ennesimo libro aperto dal quale leggeva un’altra poesia di Walcott. Non mi aveva inventato una storia, quella notte di gennaio, un passato, un destino; aveva forse notato i miei sguardi – ma questo non glielo chiesi mai – e più tardi, quando ormai la serata era finita e i frammenti dei volti indossati per fare colpo sugli altri venivano spazzati via dal vento gelido di piazza della Repubblica, si interessò a una mia affermazione riguardo alla mia fascinazione per la cultura greca – “Sanno raccontare il presente con gli strumenti del passato”, le dissi – e nella notte che avanzava mi parlò dei suoi studi di lettere antiche, del suo amore per i tragici, delle sue poesie mai pubblicate, del suo destino di eterna spettatrice della vita da una stanza al secondo piano su una stazione di periferia. Aveva fatto degli studi sulla musica greca e, avendo appreso della mia esistenza ibrida da contrabbassista-medico, mi propose un incontro per mostrarmi qualcosa in proposito. Le lasciai il mio numero con l’idea di aver incontrato l’ennesima passante che sarebbe svanita con i ricordi dell’ultimo inverno, invece mi scrisse, mi fece realmente ascoltare qualche antica melodia ellenica e in una sera di febbraio ci trovammo ad ascendere lungo Costa San Giorgio a narrarci il nostro carico di sogni e di aspettative.

Non ci innamorammo allora – lei si frequentava con un serissimo studente di giurisprudenza di cui parlava di rado e che sembrava provenire dalla stessa provincia della Basilicata in cui lei era cresciuta (ammetto tuttavia che la mia completa ignoranza in ambito geografico non aiutò molto la comprensione di questo aspetto) e io non avevo all’epoca particolare desiderio di stabilità, ero alquanto felice di correre dietro a centinaia di passanti che mi raccontavano le loro storie per poi svanire nella nebbia del mattino. Tuttavia, nacque tra noi una certa simpatia, che mi portò più volte, nei mesi successivi, a salire sul suo osservatorio dell’umanità e a condividere con lei le mie illusioni e il velo di tristezza che a volte mi copriva gli occhi. “Anche quando ridi hai gli occhi tristi” mi disse una delle prime volte che uscimmo insieme. Più tardi, quando glielo ricordai, mi disse che o si era sbagliata lei a riguardo o che nel frattempo ero cambiato. Non so quale fosse l’opzione corretta.

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