Cadice, 15 settembre

Le torri delle case di Cadice guardano l’oceano. Da lì, in passato, i mercanti spiavano il porto, le navi che andavano e venivano dal Nuovo Mondo. Oggi l’America è lontana, nelle strade contornate dalle palme e dalle case bianche con verande in ferro e nelle fortificazioni del Castillo de San Sebastián e del Castillo de Santa Catalina protese a difendere la città da un mare che ormai non porta più pericoli, e le scale modali del violoncellista sui gradini della Cattedrale hanno il sapore della musica tradizionale del Mediterraneo, parlano di Grecia, di Turchia, di Africa del Nord.
Mentre incontro l’oceano per la prima volta in vita mia mi chiedo perché io sia qui. Io, figlio di un Adriatico la cui traversata appariva semplice nelle parole di mio padre – “Guarda il mare, Gabri, di là c’è la Croazia e un giorno ci andremo” – scopritore tardivo del Tirreno i cui mulinelli avevano spaventato mia madre nella sua infanzia. Ora mi trovo qui, di fronte a un mare che non ha confini, che non porta con sè la tranquillizzante nozione della vicinanza delle coste, che non è bacino ma oceano, che divide mondi. Forse non sono qui per comprendere ma solo per osservare, forse sono alla fine di un pellegrinaggio come i fedeli in cammino verso Santiago quando incontravano l’oceano a Finisterre. Ho ricercato la storia del Mediterraneo nelle strade d’Andalusia e qui a Cadice ne trovo la fine, in quell’Oceano che inghiotte tutto e su cui dal Cinquecento si spostò l’asse del commercio mondiale. E quindi mi fermo qui e guardo, come i mercanti di un tempo che scrutavano l’orizzonte attendendo il ritorno delle navi. L’Oceano non ha risposte.
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