Appunti di viaggio – Jerez e Arcos

Jerez de la Frontera/Arcos de la Frontera, 17 settembre

Anche gli arabi avevano nostalgia. Sono a Jerez de la Frontera e sul soffitto dei bagni dell’antico Alcázar i costruttori hanno praticato dei fori a forma di stella. Il cartello spiega che vorrebbero richiamare le stelle del deserto e io penso a quel popolo in marcia lontano dalla propria terra, che aveva percorso tutta l’Africa ed era arrivato in Europa in obbedienza al precetto di Maometto di diffondere l’Islam, ma che ogni tanto si sedeva sulle mura di Jerez e guardando l’orizzonte immaginava l’Arabia perduta e i giorni in cui ci si poteva sdraiare nel deserto e guardare il cielo. Ognuno in Europa non è padrone di altro che della sua nostalgia e della sua malinconia. Gli ebrei sefarditi sognavano la Spagna dalla loro diaspora, gli Arabi rimpiangevano il deserto e portavano con sè le piante delle proprie terre per non sentirsi troppo fuori posto, i marinai in viaggio cantavano le loro canzoni tristi per donne che forse non avrebbero più rivisto. Tutti coltivavano la propria tristezza e vagavano sentendo di appartenere a un altro luogo, indipendentemente dalle ragioni del viaggio (fuga, conquista o commercio).

Horacio Ferrer, in una delle sue poesie più belle, la Canción de las venusinas, dice che la nostalgia nacque da alcune donne di Venere che decisero di fermarsi a Buenos Aires con la loro tristezza e i loro silenzi. In questo pomeriggio caldo – ho preso l’autobus per Arcos de la Frontera e le strade bianche che portano a lunghi camminamenti da cui si può vedere tutta la valle sembrano determinare una curiosa sospensione del tempo, analoga forse a quella di cui parlava Montale nei meriggi cantati negli Ossi di seppia – mi chiedo quale sia la mia nostalgia, di quale patria senta la lontananza e perché mi senta così affine alle Venusinas di Ferrer e agli arabi tristi di Jerez. Nell’Altrove bianco delle case di Arcos l’unica risposta possibile viene dalle Confessioni di Agostino, da quella pagina meditata dal Petrarca sul Monte Ventoso e che colpì anche me quando la lessi a sedici anni che dice che gli uomini vanno per il mondo ad ammirare le montagne e le valli e non si fermano davanti a se stessi. Forse il senso dell’inquietudine, dell’eterno vagare e sentirsi fuori posto è questo, una ricerca di porre rimedio all’inevitabile incompletezza dell’esperienza umana, all’inevitabile tendenza alla delusione di una vita il cui senso sembra costantemente sfuggire, come se altrove questo fosse possibile, come se altrove potessimo essere davvero noi stessi e compiutamente felici. E invece ogni cammino genera nuova inquietudine, nuovo desiderio di andare, nuove nostalgie. Eppure, per Ferrer, le donne di Venere oltre alla nostalgia inventarono il tango, come a dire che alla fine tutto ha senso e la nostalgia e il senso di incompletezza servono a creare bellezza, a creare poesia, a creare stelle sul soffitto per immaginare altri cieli. E in fondo sono la bellezza e la poesia a renderci umani.

Nell’afa del pomeriggio di Arcos, guardando la pianura in lontananza si può percepire l’infinito. Un bambino cerca di vendere braccialetti alle passanti. Lo osservo per un attimo, poi riprendo il cammino.

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