Appunti di viaggio – Córdoba

Córdoba, 12 settembre

Le case bianche della Júderia, addossate all’antica Moschea, raccontano una storia di incontri e di tolleranza. Gli arabi permisero agli ebrei di costruire il loro quartiere vicino ai centri del potere politico e religioso in ragione dell’importanza economica che questi avevano in città e mentre il venerdì pregavano in un edificio quadrato, non gerarchico, in cui solo il califfo aveva un luogo che segnalasse il suo potere, a poca distanza sorgevano sinagoghe e si preparava lo shabbat. Oggi alcune delle strade strette della Judería si sono riempite di negozi turistici, ma percorrendo in modo casuale, senza una meta precisa, quelle vie bianche improvvisamente ci si ritrova soli, i rumori della città ormai scomparsi in lontananza, e si può immaginare di essere altrove, in quel frammento del tempo in cui gli ebrei non erano identificati come nemici in queste terre, ma vivevano in pace accanto a quei musulmani che oggi accusiamo di intolleranza e di chiusura. E penso all’Oriana, a tutti i suoi scritti sull’arretratezza dell’Islam, alla sua teoria che non sia mai esistito un “Dante musulmano” espressa ignorando secoli di tradizione lirica araba e penso a cosa direbbe a riguardo la polvere di queste strade, quella polvere che ha visto tempi in cui gli intolleranti erano i cristiani, che con Dante mettevano Maometto all’inferno, che cacciavano ebrei e moriscos dalla Spagna e li facevano perseguitare dalla Santa Inquisizione, che chiamavano Reconquista quella che in realtà era una guerra di invasione di territori che per ottocento anni erano stati arabi, che distruggevano un tessuto sociale multietnico e tollerante per portare l’arroganza dell’unica vera fede. Ma la polvere delle strade tace e dunque rimangono solo i pannelli del Museo di Sefarad e i suoi racconti di ebrei convertiti bruciati dall’Inquisizione a conservare la memoria. A poca distanza, l’unica sinagoga sopravvissuta all’invasione cristiana, costituita esclusivamente da una stanza, dischiude ai viaggiatori che si trovano ad entrarvi la sua bellezza rara, con disegni arabeggianti che si intrecciano sulle pareti.

Quando cala la notte, si acquieta la melodia ossessiva del fisarmonicista che suona sempre le solite due linee melodiche sul ponte romano sul Guadalquivir e i locali risuonano del flamenco esibito per i turisti. Mi fermo a spiare uno di quegli spettacoli dalla finestra di una via laterale, poi inizia a cadere una pioggerellina sottile che mi spinge a fare rotta sulla stazione. Mentre attendo il treno penso a Hegel, alla sua idea della storia come progresso. Le strade di Córdoba, la vita pacifica spazzata via dall’invasione cristiana e dall’Inquisizione, la Cattedrale cinquecentesca costruita demolendo la parte centrale della Moschea, sembrano mostrare che tale idea ha delle notevoli debolezze.

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