Appunti di viaggio – Granada

Granada, 13 settembre

Le radici cristiane dell’Europa non tengono conto del Mediterraneo. Del Mediterraneo che se ne è sempre fregato dei confini, del Mediterraneo che lasciava vagare uomini, idee e religioni senza chiedere a nessuno la provenienza. Del Mediterraneo che fu greco, romano, arabo, genovese, veneziano senza mai appartenere davvero a nessuno. È di fronte alle rive del Mare Nostrum che si infrange ogni tentativo di dare una definizione all’Europa, che viene frustrata l’ansia di unificare una storia di migrazioni, guerre e incontri secondo una singola lettura di tipo religioso o culturale.

Le strade di Granada raccontano questo. Gli Arabi qui sono rimasti per secoli e, oltre all’Alhambra, hanno costruito un acquedotto che tuttora rifornisce la città e un quartiere labirintico le cui case sono piene di giardini da cui gli abitanti potevano trarre il sostentamento necessario nei periodi di assedio. Ma i giardini erano anche altro, erano per i musulmani la rappresentazione del Paradiso ed ecco che tutta l’Andalusia è piena di giardini, derivati dal desiderio degli Arabi di sentirsi un po’ più vicini a Dio nei pomeriggi d’estate, quando i cinquanta gradi che sono costanti da queste parti ottundono la mente e rendono impossibile fare altro che contemplare e riposare. L’origine d’Europa è anche qui e, mentre attraverso il quartiere arabo di Granada osservando le mura di confine delle case da cui emergono frammenti di alberi e i piccoli cancelli che lasciano intravedere grandi giardini interni, mi chiedo se, invece di rigettare ogni eredità diversa da quella giudaico-cristiana dalla nostra identità culturale, non dovremmo accogliere nel nostro sentire di europei anche queste strade di Andalusia, questa cura per la natura, questi ampi spazi verdi all’interno della città, questa idea che i giardini debbano essere presenti e meritino cura perché sono l’immagine terrena del Paradiso. Oggi si parla molto di verde pubblico e della necessità di riportare la natura all’interno del grigiore delle nostre città in cui il cemento soffoca il sole, gli Arabi lo avevano già fatto ottocento anni fa aggiungendovi anche una dimensione di ricerca spirituale.

Oltre il quartiere arabo vi sono le mura e oltre le mura c’è Sacromonte, nelle cui grotte si rifugiarono i musulmani e i gitani cacciati dalla città dall’Inquisizione e in cui, cantando e ballando insieme, sposandosi e mescolandosi dopo un’iniziale diffidenza, crearono il flamenco. Ancora una volta, l’emarginazione che trova voce attraverso il canto, il ballo, attraverso una musica che forse è rimasta la meno assimilata alla tradizione europea, con la sua emissione vocale sforzata e le sue scale orientali e che oggi è spesso ridotta a una funzione di pura esibizione per turisti in cerca di un sapore spagnolo. È curioso che il flamenco, musica di perseguitati dalle classi dominanti di Spagna, nato fuori dalle mura di Granada perché in città i gitani e i musulmani rischiavano la vita, abbia finito per rappresentare proprio quel Paese che aveva rigettato i suoi primi interpreti.

È il tramonto. Nei locali di Sacromonte si beve a poco prezzo e si può osservare, lontano, l’Alhambra. Presto inizieranno a suonare e a ballare il flamenco, ma mi aspettano tre ore di autobus per Siviglia e non posso rimanere fino a tardi. Sullo sfondo, l’antica cittadella fortificata araba sembra ricordare che la storia d’Europa è fatta di popoli che vanno e vengono, che si incontrano e si scontrano e che in fondo essere figli delle terre del Mediterraneo vuol dire avere tutte le patrie e non averne nessuna.

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