Appunti di viaggio – Mi infancia son recuerdos…

Siviglia, 16 settembre

Incontro Machado improvvisamente, vagando per le vie di Siviglia. È una mattina pigra, dopo vari giorni di esplorazione ho deciso di fermarmi, svegliarmi tardi, riposare. Esco di casa, vicino al quartiere della Macarena, e mentre cerco di raggiungere il centro mi perdo, prendo due svolte sbagliate ed è lì che il poeta mi attende.

Sono venuto a Siviglia anche per quei versi, per quell’inizio della poesia Retrato messo in musica da Serrat che negli anni mi sono trovato più volte a canticchiare immaginando una mattina andalusa e un giardino profumato di limoni. Quei versi dicono

Mi infancia son recuerdos de un patio de Sevilla
y un huerto claro donde madura el limonero

e appartengono a un componimento in cui Machado fa i conti con se stesso, con l’uomo che è stato e con l’uomo che non sarà mai e in cui arriva infine a immaginare la sua morte, su una nave perduta sul Mediterraneo (Y cuando llegue el día del ultimo viaje/y esté al partir la nave que nunca ha de tornar/me encontraréis a bordo lijero de equipaje/casi desnudo, como los hijos de la mar). La morte, Machado, l’avrebbe in realtà incontrata in modo diverso, al confine francese fuggendo dalla Spagna franchista dopo aver sostenuto la Repubblica durante la guerra civile, ma le parole finali di Retrato rimangono una delle rappresentazioni più delicate in poesia dell’incontro con il mistero della caducità dell’esistenza umana.

Ho ricercato molto, in questi giorni sevillani, l’odore del patio cantato da Machado, del giardino dei limoni e ho creduto di trovarlo molte volte, nei giardini dell’Alcázar di origini arabe poi ampiamente rinnovato da Pedro I, nei patios intravisti dai cancelli di ferro delle case della Macarena e di Santa Cruz, ma è in una piccola piazza in cui un’iscrizione recita Las dueñas che infine mi rendo conto di essere giunto nel posto giusto. Sul muro di un palazzo sono riportati infatti quei versi e si segnala che là dentro si trova la casa natale del poeta. Si tratta della dimora della duchessa di Alba, il cui volto mi rendo conto di conoscere per qualche ragione non particolarmente chiara, ed entrando posso infine attraversare i luoghi cantati da Machado ed è strano vedere le immagini reali confrontarsi con quelle create da anni di fantasticherie su quei versi, ritrovare qualcosa di sè, qualcosa che ha fatto parte, nella sua trasfigurazione letteraria, della propria esistenza, così lontano da casa.

In effetti, c’è molta letteratura nelle motivazioni di questo viaggio, molte poesie di Lorca che mi spingevano ad andare a vedere quella Córdoba lontana e sola in cui il suo cavaliere errante non arriverà mai o a ricercare gli amargos all’ombra degli aranci, molte storie che parlavano delle notti di Cadice in cui il Magico Gonzalez si immergeva prima di andare a giocare in attacco nella formazione cittadina, in serie B, e far sognare il pubblico con la sua tecnica da numero 10 di un calcio non ancora eccessivamente muscolare, in cui ancora c’era spazio per la fantasia. E mi chiedo che senso abbia mettersi in cammino per inseguire ciò che si è letto, ciò che altri hanno filtrato attraverso la propria sensibilità e la propria esperienza e rivestito dunque dei propri sogni, dei propri ricordi, delle proprie utopie. Mi rendo conto che il rischio di essere delusi è grandissimo, perché ciò che abbiamo amato non sono quei luoghi, ma il racconto che ne è stato fatto, che li ha trasfigurati e che non può essere ritrovato nelle pareti degli edifici e nei volti delle persone incontrate per strada.

Eppure, io in Andalusia cercavo qualcosa di diverso. Cercavo qualcosa di me, del ventiduenne che vedeva Siviglia o Granada come una fuga dal grigiore della vita di allora e che dunque utilizzava le poesie di Lorca, i versi di Machado o la musica di Camarón per sostenere la propria fantasia su un luogo dove tutto sarebbe stato diverso, dove le cose sarebbero state più semplici e la solitudine non sarebbe più esistita. In fondo, cercare i luoghi di Machado a Siviglia, intraprendere il viaggio per Córdoba, non è che al contempo un modo per chiudere i conti con il ventiduenne di allora e per vedere ciò che di vero ci poteva essere nei sogni di un tempo. È riprendere la narrazione di un’altra vita possibile, che all’epoca facevo spesso, e dare ad essa un sostegno fatto di luoghi e di ricordi, ma è anche comprendere quanta distanza ormai ci sia da tale narrazione. In questo viaggio, l’uomo di oggi e il ragazzo di ieri camminano uno vicino all’altro, si entusiasmano insieme per la bellezza della notte di Siviglia, così simile alle notti andaluse in cui il ragazzo sognava di perdersi, si emozionano trovando il giardino dei limoni di Machado, scendendo alla stazione di Córdoba, guardando uno spettacolo di flamenco, una sera, in un piccolo locale del centro. Al ritorno avranno nuovi sogni da inventare, nuove fughe da progettare, ma avranno chiuso i conti con gli anni bui. Allora, l’Andalusia era una terra chiusa, da immaginare, ma in cui non si poteva andare – ci volevano troppi soldi, troppo tempo e poi la possibilità stessa di un viaggio sembrava esclusa, il mondo era fermo, cristallizzato, e prendere un aereo avrebbe turbato eccessivamente l’ordine dell’Universo. Ora sono seduti nel patio di Machado, in una mattina di fine estate in cui ancora non si percepisce l’incombere dell’autunno. Tutto è cambiato.

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