Le cose sognate e ora viste – appunti dal Musikverein

Vienna, 3 gennaio 2020

La sala d'oro del Musikverein di Vienna
La sala d’oro del Musikverein di Vienna

Vienna mi deve un guanto e una sciarpa, persi nel tentativo di trovare il guardaroba giusto alla Staatsoper prima di vedere il Fledermaus. Io le devo i miei sogni di bambino e forse siamo pari così, perché se ho iniziato a suonare è stato anche perché a ogni volgere dell’anno mamma accendeva la televisione sul concerto di Capodanno al Musikverein e con mio padre pianificavamo di andarci, un giorno, prima o poi – avremmo preso un treno e avremmo passato la notte di Capodanno a Vienna, poi al mattino avremmo cercato di ottenere i posti in piedi per il concerto. Facevamo molti progetti, in quegli anni, io e mio padre, molti viaggi che venivano immaginati, percorsi e poi riposti in un angolo della memoria fino all’occasione successiva. Credo di aver acquisito in quelle sere di racconti e programmi la mia inquietudine, la mia tendenza a riconoscermi nelle Venusinas di Ferrer, in quelle donne silenziose, tristi e strane inventrici del tango e della nostalgia.

Eppure oggi è il 3 gennaio e sono qui, nella Sala d’Oro del Musikverein. La Tonkünstler Orchestra suona un programma largamente permeato dalla tradizione dell’operetta e della musica da ballo viennese, tra Suppé e il solito Strauss e mentre i musicisti intonano la parte vocale della Bauern Polka di Johann Strauss mi rendo conto di aver passato buona parte della mia adolescenza a suonare musica come questa – arrivava il primo gennaio e preparavamo qualcosa di Strauss per il concerto tradizionale al vecchio Teatro Comunale, poi in primavera non era raro presentarsi in concerto con musica da ballo viennese, dato che il pubblico generalmente apprezzava e non erano brani eccessivamente complessi da interpretare per musicisti spesso in media quattordicenni o quindicenni. Intorno a quei concerti scorreva la vita, scorrevano i pomeriggi fuori dalla scuola a parlare dei viaggi da fare dopo la maturità, scorreva la scoperta di García Marquez, di Dostoevskij, di Stendhal, scorrevano le parole di quella canzone di Guccini di cui adesso comprendo il significato, ma che all’epoca mi limitavo ad apprezzare e a cantare che parlavano dei nostri miti morti ormai/la scoperta di Hemingway/le cose sognate e ora viste. E dunque in questa sala, mentre l’orchestra suona e saluta l’anno con i frammenti di un mondo perduto, di quell’Austria Felix imperial-regia che alla fine dell’Ottocento si avviava verso la sua scomparsa danzando ed indagando nell’arte e nella psicoterapia le radici delle sue inquietudini, ritrovo l’ombra di ciò che sono stato e che per molto tempo avevo dimenticato. Ritrovo il bambino che giocava, davanti alla televisione, a dirigere il concerto di Capodanno dietro le spalle di Mehta, ritrovo l’adolescente che una notte a Ischia si lasciò convincere dalla fagottista dell’orchestra a finire di leggere Cent’anni di solitudine perché fidati, ne vale la pena, è bellissimo. Ritrovo le mattine di Capodanno, il cappotto nero, il palco del Comunale ormai svanito dopo la costruzione del Teatro del Maggio come l’impero multiculturale di Francesco Giuseppe, mia madre, mio padre e mio nonno ad attendermi di fronte all’ingresso di Corso Italia. Non avevo più memoria di tutto questo. Eppure tutto riaffiora, in questo pomeriggio viennese, mentre ascolto Strauss e Suppé nella Sala d’Oro del Musikverein. E forse devo anche questo a questa città.

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