
Le illusioni dell’Impero giacciono lungo il Ring. Qui i residui di grandezza di quella che fu la capitale della Mitteleuropa sembrano avvolti da un velo di nostalgia, da quella malinconia che pervade le opere di Zweig e di Werfel, di coloro che si trovarono improvvisamente gettati dalla tranquillizzante immobilità dell’Austria felix nella corsa precipitosa verso l’abisso del Novecento. Su questa strada muore l’Ottocento, muore la solare consapevolezza di poter raccontare il mondo in modo unitario e i due imponenti musei affacciati su Marie-Theresien-Platz, la Staatsoper con le sue statue dal sapore neoclassico e la Hofburg ricordano la vecchia canzone intonata da Ochs nel Rosenkavalier di Richard Strauss e Hofmannstahl e ispirata al valzer Dynamiden di Josef Strauss, obsoleti retaggi del mondo di ieri. E in effetti queste strade sembrano risuonare del rimpianto del barone Ochs per quel mondo perduto della sua giovinezza in cui si cantava Mit mir, mit mir keine/Kammer dir zu klein, della malinconia della Marescialla che vede l’amato Octavian abbandonarla per Sophie. Così sono tutte le cose del mondo/cui non arriviamo a prestar fede/solo chi le vive ci crede e non sa come dice la Marescialla alla fine del Cavaliere della Rosa e forse esprime bene lo spaesamento che si respira in queste strade, il senso di perdita di un significato, di una funzione, di un ruolo. Nulla, qui, ha più senso, Vienna, un tempo centro del mondo è divenuta atomo periferico della storia. Quel luogo in cui, per citare quel passaggio di Werfel riportato da Magris, si era creduto di poter creare un capitalismo diverso dalla corsa al profitto inglese, in cui gli uomini non vivessero per lavorare ma lavorassero per vivere, per ottenere quanto necessario per dedicarsi a ciò che amavano, si crogiola nel ricordo del suo suicidio il giorno dell’ultimatum alla Serbia.
Quando cala la notte, tutto sembra infine tornare. Le ombre si allungano sulla razionalità degli edifici ottocenteschi e sembrano evocare la città spettrale entro cui si muove Fridolin ossessionato dalle fantasie di tradimento di Albertine, sembrano risuonare della musica da strada che invade le rigide architetture della sinfonia nei brani di Mahler, sembrano popolarsi delle figure sensuali e distorte di Klimt, dei fantasmi della libertà evocati da Freud sotto la rigida rispettabilità borghese dei cappelli a cilindro. La città era corrosa già da tempo, l’unità dell’impero asburgico minata da rivolte e rivendicazioni etniche dall’inizio dell’Ottocento e il racconto imperiale, solare e unitario dei palazzi sul Ring non era nient’altro che l’ultimo tentativo reazionario di ancorarsi a un mondo svanito forse già dopo la morte di Maria Teresa. Non vi era né grandezza né razionalità né la rivendicazione di chissà quali valori universali negli ultimi giorni di regno di Francesco Giuseppe, solo una società borghese ingiusta e conflittuale non particolarmente dissimile da quelle degli altri paesi europei. La nostalgia che mi pervade mentre attraverso queste strade è dunque qualcosa di più sottile del rimpianto per un tempo in cui si riteneva abituale che l’uomo non si identificasse con il proprio lavoro e in cui Billroth, oltre ad essere il chirurgo più celebre di Vienna, poteva essere un virtuoso in vari strumenti musicali e amico di Brahms, per un tempo in cui si poteva viaggiare da Trieste a Budapest senza incontrare frontiere. È l’illusione della possibilità di un luogo in cui essere infine pacificati, di un luogo in cui le asperità del tempo svaniscano come nei giorni dell’infanzia, in cui tutto abbia senso e non vi sia niente da interpretare, tutto sia chiaro e univoco. È il desiderio di tornare a un porto mai esistito, al porto in cui le nostre inquietudini trovino pace e il rumore del mondo resti infine distante, in cui sentirsi infine protetti. Ma il porto delle illusioni di cui parla Ciampi in quella canzone non è mai stato qui e le nostre chimere non hanno mai avuto la possibilità di realizzarsi.
Ho trovato
una nave che salpava
ed ho chiesto dove andava
“Nel porto delle illusioni”
mi disse quel capitano.
Terra terra
forse cerco una chimera
questa sera, eterna sera.
(P.Ciampi, Livorno)