San Nicandro Garganico, 9 agosto 2021

Di notte, i vicoli bianchi di San Nicandro Garganico divengono delle aperture sulla vita degli abitanti. Le porte rimangono aperte, il rumore delle televisioni racconta la prima serata di Rai Uno e attraverso le tende antimosche si intravedono brandelli di conversazioni, di liti, di silenzi. Una signora affacciata al balcone si informa se siamo “venuti per vedere le case”, quindi si lancia in una improbabile datazione delle stesse: “Queste ci sono da quattordicimila anni”. Le stradine strette che si smarriscono sotto i lampioni correndo in alto o in basso seguendo le pendenze del terreno sembrano vivere degli stessi colori dei pueblos blancos andalusi, in un altro angolo del Mediterraneo, dello stesso biancore sulle abitazioni basse per allontanare il sole, delle stesse fioriere appese ai muri, delle stesse balconate a picco sulla pianura. Il castello normanno posto all’imbocco del centro storico sembra indicare che il paese ha condiviso con i paesi bianchi andalusi, che si collocavano al margine dei domini arabi in Spagna, anche il medesimo destino di frontiera, di luogo di scontro e di invasione tra i popoli che andavano e venivano sull’Adriatico.

Nella notte, i veri padroni della città oggi sono i gatti, che si allungano ad ogni svolta della strada, dormicchiano sulle mura bianche delle case, fissano curiosi i passanti che risalgono le scale che conducono verso la chiesa di San Giorgio in Terravecchia. Il paese bianco, perso tra le voci delle case e la curiosità dei passanti a vedere dei viaggiatori fuori orario, sembra aver trovato, ancora, dei custodi.

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