Alberobello e la precarietà – Appunti di viaggio

Alberobello, 11 agosto 2021

In questo pomeriggio in cui il calore non sembra raggiungere il picco minacciato dai giornali, di nuovo la memoria mi fa collegare parti diverse del Mediterraneo e Alberobello, paese nato provvisorio per evitare la tassazione del Regno di Napoli, mi riporta al quartiere arabo di Granada e, più su, a Sacromonte.

La Puglia, nel suo distendersi, disegna distanze che appaiono immense a me, abituato alla Toscana in cui Grosseto appare lontanissima, eppure non è che a due ore di distanza, e in cui gli altri luoghi sembrano essere lì, basta prendere la macchina da Firenze e ci sei. Qui la strada si distende lungo una pianura che appare infinita, quasi a ricordare una di quelle vie attraverso il Midwest o la California che popolano i film on the road hollywoodiani, uno di quei paesaggi di libertà immensa, assoluta, attraversati da Peter Fonda e Dennis Hopper in “Easy rider”. Bisogna fare i conti con gli spazi, qui, con i chilometri che si accumulano, con il tempo che si dilata e che esaurisce gli argomenti di conversazione e conduce all’osservazione pura e semplice, al veder trascolorare la pianura brulla del Tavoliere nei filari di viti e olivi che circondano Bari, fino a popolarsi progressivamente di trulli – mi chiedo quanti effettivamente antichi e quanti costruiti di recente per sfruttarne l’immagine – avvicinandosi ad Alberobello. Non si parla molto, in macchina; gli Eagles suonano in sottofondo e la sensazione che avverto mentre i chilometri passano è quella dell’unica volta, dell’hapax legomenon, come se ogni minuto di viaggio non facesse che sancire che non farò mai più quella strada, che non vi saranno più l’insieme di circostanze che mi hanno condotto là, che i miei ricordi di quel luogo saranno sempre legati a quelle canzoni degli Eagles, a quel finestrino sulla pianura, a quello che accadrà quel giorno e sarà irripetibile. In fondo, è il mio senso per le occasioni perse, quella percezione che ogni momento passa senza poter essere ripetuto e quindi ogni fallimento minimo riduce le possibilità che posso cogliere.

Alberobello è piena di turisti, concentrati in due strade lungo il Rione Monti. Più in là, si trova qualche angolo riposto, in cui riesco a fermarmi, a guardare le case bianche che si distendono verso il basso, verso la via centrale, a osservare i rari abitanti che escono per dirigersi verso la chiesa o verso la città nuova, a scrutare lo svolgersi di quei tetti a punta che ricordano certe abitazioni della Cappadocia e che una breve ricerca rivela trovarsi lì tutti insieme perché il Conte di Conversano poteva evitare in questo modo di pagare al viceré di Napoli il tributo per la costruzione di un nuovo insediamento, facendo passare i trulli per costruzioni temporanee (a quanto pare, l’elusione di direttive governative in modo più o meno elaborato e creativo non è una trovata recente). E dunque, risalendo per le vie strette tra i muri bianchi, tra gli alberi degli slarghi, mi torna in mente un’altra salita, quella dell’Albaicín di Granada, mi tornano in mente i muri bianchi costruiti a stretta distanza dagli arabi per disorientare eventuali invasori, gli aranci fatti crescere ovunque per avere a disposizione cibo in caso di assedio. Due mondi diversi, forse uniti dalla precarietà, nel caso di Granada percepita al punto di progettare lo sviluppo urbano sulla base del rischio di attacco, nel caso di Alberobello finta per evitare i balzelli napoletani. Ed è forse la precarietà che sento mia quando la sera scende, la pioggia batte sui vetri della macchina e si decide che è tardi, il clima non è clemente e bisogna rientrare, lasciandoci alle spalle il progetto di una visita notturna al centro storico blu del paese di Casamassima. È quella precarietà che mi parla di un’occasione persa e del tempo che non torna. In fondo, però, sia i trulli pluricentenari che i secoli di vita di Granada prima della cessione ai cristiani mi dicono che in realtà siamo meno precari di quanto crediamo e forse proprio ciò che si percepisce precario ha in sé gli strumenti per durare a lungo.

Nel viaggio di ritorno prevale la stanchezza. Si va a letto tardi, scambiandosi qualche parola, ricominciando a fare progetti per l’indomani. Fuori, la grande pianura attende.

Lascia un commento