Talamone, 22 giugno 2022

Un giorno di vagabondaggio tra Albinia, Talamone e Capalbio avendo Orbetello come luogo di partenza e di arrivo insegna l’importanza di parlare con gli autisti. Nonostante anche in Maremma sia giunta la forza unificatrice dei francesi di Autolinee Toscane, è come se permanesse qualcosa di non digitalizzabile e standardizzabile, affidato alla saggezza di chi conduce gli autobus. Gli orari noti a Google e ai siti internet disponibili raramente coincidono con quelli reali e quando l’autista che ti lascia al borgo antico di Capalbio promette di tornare alle 19.25 nonostante tutta la documentazione informatica disponibile dica il contrario tu accetti di fidarti ignorando quel retropensiero che ti fa presente che, qualora la fiducia si rivelasse malriposta, dovresti farti due ore a piedi per tornare alla stazione. Lo fai perché avverti nel suo modo di parlare quella stanchezza un po’ annoiata di chi ha percorso migliaia di volte quelle strade ogni giorno negli stessi orari e dunque sicuramente ha maggiori competenze del dispositivo elettronico di cui sei in possesso. In questa ritrovata fiducia nel valore dell’intersoggettività contro le fredde informazioni date da internet, sicuramente un ruolo centrale è rivestito dalla geografia incostante delle stazioni dei treni maremmane. Per un processo ascrivibile a qualcosa che si trova a metà tra la legge di Murphy e la conformazione di un territorio in cui molti centri abitati sono situati su promontori, lagune o scogliere a picco sul mare, il treno ti lascia sempre in un luogo diverso da quello in cui stai andando (Orbetello scalo per Orbetello, Capalbio scalo per Capalbio, Fonteblanda per Talamone) e per raggiungere la tua reale destinazione le opzioni sono due: o camminare per tempi mai inferiori all’ora lungo percorsi precari a fianco della strada provinciale o affidarsi ai rari autobus che portano dove vorresti andare. Quindi le informazioni fornite dall’autista divengono anche salvifiche, consentendoti di risparmiare tempo e di evitare di essere investito da uno dei SUV che sfrecciano a centoventi su strade con il limite a cinquanta.

Arrivando a Talamone, la strada si apre sul golfo in modo imprevisto e il mare invade il campo visivo insieme ai colori degli aquiloni per il kitesurfing. Il paese si staglia sul mare, aggrappandosi a una scogliera con le sue mura antiche. In cima alla Fortezza Aldobrandesca, un’installazione fa riferimento alle navi che passano di notte e improvvisamente mi vengono in mente i marinai di Mutis, quell’eterno salpare senza mai un luogo a cui tornare, le storie di viaggio raccontate di notte a volti sempre diversi, perché chi parte per mare non ha patria, come Diamantis in “Marinai perduti” di Izzo che fugge dalla dittatura greca navigando con le poesie di Ghiannis Ritsos impresse nella memoria. E dunque improvvisamente Talamone, le sue strade in salita, la scogliera con l’acqua cristallina diventano questo, un teatro di storie in transito, un luogo che riassume in sé tutti i luoghi dove si giunge, si viene accolti con calore per una notte in cui ci si sente vicini agli altri raccontando la propria storia e poi si riparte senza mai più rivedere quelle persone che erano divenute quasi fraterne fino alle luci dell’alba della partenza. In fondo, anche Garibaldi sbarcò qui per poi ripartire alla ricerca di una gloria che poi non avrebbe rivelato altro che le difficoltà del potere con il sangue dei fucilati di Bronte.
Avverto un’affinità con questi luoghi di passaggio, forse perché ho spesso avvertito la mia vita come un transito senza patria da una vicinanza all’altra, senza che mai fosse possibile permanere in quel contatto tra anime una volta sopraggiunta l’alba. Il momento della profondità dello scambio non può essere conservato, l’emozione che dà il sentirsi finalmente compresi e toccati dall’altro svanisce e si riprende il cammino in cerca di un nuovo asilo in cui poter ascoltare una storia e raccontare la propria. Ripartendo da Talamone, rifletto che, sebbene oggi abbia costruito una stabilità e dei porti sicuri, dei volti a cui tornare ritrovando la familiarità di una patria, ancora a volte mi sento un marinaio nelle vite degli altri, intento a costruire vicinanze che durano un giorno e a rimpiangere partenze al mattino dalla scogliera in fondo al golfo.

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