Giannella, Capalbio, Combray. Proust in laguna – Appunti di viaggio

Orbetello, 23 giugno 2022

Il borgo antico di Capalbio

Immerso nel Tirreno, guardo in lontananza Porto Santo Stefano, il tombolo della Giannella che si allontana nella foschia e sono in pace come non ero da tempo. Ieri mi inerpicavo nelle strade di Capalbio, in cima alla collina – la pianura sotto le mura si estendeva fino all’orizzonte e il paese sembrava un quadro di Escher, con le sue serie di scale che portavano ad appartamenti posti ad altezze diverse e a ballatoi da cui si dipartivano altri gradini, con le sue case che sembravano emergere l’una dall’altra, quasi che lo spazio ridotto avesse fatto fondere edifici diversi fino a renderli un’unica disomogenea struttura. Eppure, la moltitudine di finestre affacciate sulle stesse vie, sulle piccole piazze identificate dall’aprirsi di quel corpo unico fatto di case, archi e insegne fuori dalle trattorie al piano terra restituiva un senso di comunità, l’immagine di persone che alla sera potevano aprire quegli scuri, affacciarsi e ritrovarsi tutte lì in una vicinanza quasi inattesa, forse per raccontare, forse per ascoltare, forse solo per rimanere al fresco dopo un giorno d’estate. Qualcosa di quella percezione di comunità che mi pareva di intravedere sotto il passare dei turisti – una bambina cercava di convincere la madre a condurla in cima alla torre della Rocca Aldobrandesca, dopo venti minuti di contrattazione riuscivano ad accordarsi che l’avrebbe accompagnata la sorella più grande – sembrava emergere dai flussi dei pochi abitanti, che si muovevano per riunirsi in pochi luoghi, sui gradini di fronte al negozio del mercante di liquore, che nelle pause tra un cliente e l’altro usciva per scambiare poche parole, sicuramente inconsapevole delle reminescenze di De Andrè che riemergono nella mia memoria ora che descrivo il suo lavoro, oppure vicino alla trattoria. Il riposo dei turisti era confinato fuori dalle mura, sulla terrazza panoramica, di fronte all’entrata del borgo e al suo orologio enorme e l’accento maremmano non si sentiva più e compariva un grammelot con influssi lombardi, olandesi e romani.

Le mura di Capalbio

Immerso nel Tirreno guardo la spiaggia – è strano come il mare sia la mia privata madeleine proustiana, come riesca a far riemergere ricordi e sensazioni che credevo svaniti da tempo. Ed ecco che le figure che si muovono di fretta sulla sabbia assumono una corrispondenza con figure che, nella mia infanzia, camminavano tra gli ombrelloni nelle estati a Pineto e mi sembra di trovarmi in quella città invisibile di Calvino in cui ogni viaggiatore ritrova volti che ha già incontrato, in cui ogni sconosciuto viene immediatamente assimilato a una persona già nota. E dunque la signora con il cappello di paglia è la nonna dei miei vicini di ombrellone di allora, che per anni mi ha fermato al mattino del mio primo arrivo per informarsi sulla mia vita nell’ultimo anno. I bambini che giocano siamo noi, allora, che costruivamo castelli di sabbia e poi, con un gesto non esattamente cortese, distruggevamo quelli di un nostro rivale, che mi sembra quasi di individuare nel gruppo di ragazzini indaffarati con i secchielli, un po’ in disparte come il volto che sto sovrapponendo al suo in un’epoca lontana almeno vent’anni. Le figure materne sulla riva del mare oggi come allora controllano che i bambini non si spingano troppo al largo, anche se questa paura, giustificata nelle acque di Pineto che presto divenivano fonde, sembra quasi superflua in questo mare che non annuncia tradimenti, rimanendo basso ben oltre la boa delle acque sicure.

Sul lettino ho lasciato un libro di appunti di viaggio di Magris e un testo di Jedlowski sulle aspettative che abbiamo sul futuro e sui ricordi che abbiamo delle speranze e dei progetti che facevamo in passato. Dalle acque riemerge un frammento, avevo diciannove anni – l’anno prima avevo scritto il mio secondo romanzo e i bagni in mare erano il momento dell’elaborazione delle scene da raccontare alla pagina la sera, il momento delle idee e delle illuminazioni. A diciannove anni mi illusi di poter fare la stessa cosa, iniziai a scrivere controvoglia, mi immergevo nel mare per avere delle idee, ma senza grossi risultati e con un forte senso di frustrazione. Erano cambiati i tempi, forse avevo poco da dire, l’entusiasmo dell’anno prima, trainato da una passione politica acquisita nel corso di un’occupazione in cui mi ero sentito in contatto con i miei compagni di scuola come non mai, era svanito, ma questo si scontrava con delle aspettative del futuro che erano rimaste uguali: volevo fare lo scrittore, non il medico come dicevano i libri dell’Alphatest che aprivo ogni giorno per prepararmi all’ammissione all’università. E dunque dovevo scrivere, scrivere, senza tenere presente che quella capacità di strutturare una narrazione lunga su argomenti di fantasia non l’avevo più – né l’ho poi ritrovata e peraltro mi rendo conto di non leggere da tempo romanzi, perso tra i libri di viaggio e i saggi, forse a indicare che i testi di finzione non mi appassionano neanche particolarmente. In seguito l’aspettativa divenne quella di scrivere un romanzo ogni tre anni, tanti ne erano trascorsi tra i quindici anni che avevo ai tempi del mio primo libro e i diciotto del secondo, e questo contribuì a farmi perdere un po’ di tempo mentre avrei dovuto preparare l’esame di fisiologia per cercare di costruire un testo di fantascienza che rimase poi ad uno stato embrionale. L’attesa del romanzo poi si attenuò fino a svanire ed è curioso, in questo pomeriggio immerso nel Tirreno, osservare quanta rilevanza abbia avuto in alcuni frangenti della mia vita, quanto abbia influenzato umori e progetti prima di perdersi negli stessi recessi della memoria in cui abitano i racconti che mi facevo a voce alta da bambino prima di addormentarmi e i personaggi che evocavo allora nel buio sentendoli intorno a me e a cui narravo le mie storie. Il mare fa riemergere la mia Combray di aspettative deluse, volti noti, speranze, sensazioni. Quando esco dall’acqua, è come se avessi recuperato un frammento della mia vita, una scena che mi aiuta a comprendermi meglio e che avevo ormai escluso dal mio racconto di me stesso. Alla sera la fisso sulla pagina. In qualche modo, mi sembra di aver recuperato qualcosa di importante.

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