Moni Arkadiou e Rethymno, 16 agosto 2022

Mi trovo sempre in difficoltà leggendo le guide turistiche, prima e dopo un viaggio. Enumerano luoghi, distanze, classificano città e paesi in base all’interesse prevalente del viaggiatore e l’impressione è di perdersi tra le opportunità irrinunciabili che delineano. I loro itinerari di chilometri e chilometri da percorrere in auto in una giornata per vedere tutto ciò che a parere degli autori è necessario riassumono bene questo piacere collezionistico, questa necessità di accumulare luoghi visti e fotografati, nell’illusione forse di poter trarre dalla somma delle impronte sulla retina una sintesi dello spirito delle terre attraversate. Eppure talora sono le scelte a dare una fisionomia al vagare, il tempo che trattiene in un luogo e costringe a escluderne altri, il piacere di fermarsi. I due autobus presi in una mattina d’estate per arrivare da Chania al Moni Arkadiou per inseguire le sensazioni evocate da una foto, anni prima, e quelli lasciati partire senza salirvi per le spiagge del sud e dell’ovest dell’isola – troppa folla, troppa paura di non riuscire a vedere nulla se non centinaia di persone animate dallo stesso inseguimento del luogo paradisiaco in cui andare al mare – si imprimono nella concretezza di una storia e costruiscono un ricordo che darà loro un senso. Dunque partiamo, il bus arriva a Rethymno, quindi cambiamo per una navetta diretta verso il monastero. Inizialmente la popolazione interna del veicolo è costituita da due o tre italiani e due tedeschi in viaggio, quindi, una fermata dopo la stazione degli autobus, salgono due signore anziane e i posti a sedere si completano. Alla fermata successiva però la situazione diviene complessa, in quanto tre nuovi passeggeri vengono fatti accedere al veicolo e si pone il problema in particolare del luogo in cui collocare una donna sulla settantina: dopo varie conversazioni in greco tra l’autista e il suo secondo, figura che pare onnipresente sugli autobus della KTEL e che riveste una quantità apparentemente infinita di funzioni, da quella di rivenditore di biglietti a quella di raccogliere le prenotazioni per la discesa alle fermate, quest’ultimo cede il suo posto accanto al conducente alla signora e si accomoda sul retro. L’autobus appare definitivamente pieno, ma alla fermata successiva un’anziana con la spesa chiede di salire. Inizia una contrattazione con l’autista, infine la signora divide il posto con un altro passeggero e si riparte per la montagna. Dopo gli arrivi, iniziano le partenze. In ogni paesino che attraversiamo, una delle occupanti dell’autobus chiede al conducente se può lasciarla scendere, tendenzialmente fuori dalle fermate previste e preferibilmente davanti casa. L’autista acconsente sempre, qualche volta ricevendo la mancia, qualche volta no e questo mi impedisce di capire come funzioni esattamente l’usanza da queste parti.

Il Moni Arkadiou appare quieto ai piedi del Monte Ida, un luogo di raccoglimento e meditazione lontano dalle città, dal mare, dall’andare e venire dei marinai nei porti di ieri e dal flusso caotico dei turisti di oggi. Il guardiano parla pigramente con un monaco mentre fa i biglietti e l’impressione è che si potrebbe entrare anche senza pagare, tanto ridotta è l’attenzione che pone a chi attraversa l’ampio ingresso. Eppure, tutto qui racconta un avvenimento drammatico della storia di Creta, la morte di centinaia di cretesi asserragliati nel monastero durante la rivolta contro l’Impero Ottomano del 1866 per chiedere l’annessione alla Grecia che preferirono farsi uccidere o saltare in aria piuttosto che consegnarsi agli assedianti turchi. Dunque, tutto qui sembra avere due letture, la serenità meditativa perseguita per centinaia di anni dai monaci e le tracce di quel momento drammatico, puntiforme, che però appare ancora vivo nei fori dei proiettili nei resti del grande albero accanto alla chiesa, nella porta crivellata di colpi appesa nel refettorio, dove molti caddero per mano dei Turchi penetrati nel monastero, nei quadri che commemorano l’eccidio. Ma il ricordo della violenza non cancella la nostalgia di Dio e la spiritualità appare ancora presente in questi luoghi: camminando vicino alle mura esterne, vedo per la prima volta l’ampio segno della croce ortodosso ripetuto per tre volte da due donne di passaggio e al centro del monastero, nella chiesa rinascimentale, mi sorprendo nel trovare l’altare nascosto dall’iconostasi (mi rendo conto di non essere mai entrato in una chiesa ortodossa prima d’ora) e mi chiedo se l’abitudine di celare ai fedeli il luogo dove si svolge il rito derivi dal dettato dell’Esodo, che consente l’accesso alla Tenda dell’Incontro solo ai sacerdoti, pena la morte per l’intollerabilità dell’incontro diretto con Dio. Tutto appare mescolarsi, la storia e la fede, la spiritualità e la politica e quando vedo esposta una foto della visita del re di Grecia in questi luoghi non posso fare a meno di pensare alla guerra civile greca, ad altra violenza, ad altri stermini e di chiedermi come si siano schierati i religiosi in quell’occasione. Ma la mia conoscenza storica è insufficiente e quindi mi siedo sotto un pergolato su cui cresce l’uva. Poco lontano, un bambino tedesco cerca di convincere la madre a portare con sé il gatto che ha trovato nel monastero; la discussione va avanti per un po’ e il bambino tiene ben stretto l’animale senza dare segno di volerlo lasciare. Lo convincono, infine, con un po’ di fatica. A pochi passi dal pergolato, la guida avverte che donne e bambini scelsero di morire facendo esplodere i barili di polvere da sparo anziché cadere prigionieri e la brutalità della storia torna a prendere il sopravvento sulla calma del luogo.


A pranzo mangio yogurt e miele, l’autobus del ritorno è semivuoto e due turisti, avendo evidentemente compreso la natura effimera e relazionale delle fermate, chiedono all’autista di lasciarli nel centro di Rethymno anziché al capolinea. Questi chiede anche la mia approvazione in modo da non dover poi fare strada ulteriore e, quando gliela fornisco, commenta felice “That’s democracy!”, poi apre le porte e mi lascia all’ingresso della città vecchia. Rethymno è fatta di pergolati, di case rosse e bianche, dominata dalla fortezza bizantina e circondata da un mare che nel pomeriggio rovente appare trasparente, con varie persone che ne approfittano per bagnarsi. Il flusso turistico non ha niente da invidiare a Chania e dunque mi trovo a inseguire le strade vuote, che poi sono quelle in cui non vi sono negozi o ristoranti e in cui riesco a soffermarmi sui colori particolari di una porta, sulle strutture in legno di una casa che mi ricordano le abitazioni costruite interamente in legno sul Bosforo di cui parla Pamuk in Istanbul, sulle grandi lanterne che illuminano la notte di questi luoghi. A sera mi riaccoglie Chania, in una taverna ceno con un dakos, una bruschetta cretese condita con pomodoro e feta, e con il boureki, un piatto locale a base di zucchine, patate e formaggio, quindi rimango per un po’ nella piazza di fronte alla Cattedrale dei Tre Martiri, dove musicisti con bouzouki e lira greca suonano e cantano quello che sembra rebetiko. Qualcuno dei locali balla, intravedo un religioso in abito nero che tiene una borsa per consentire a una donna – mi chiedo se sia la moglie – di ballare. Torno in albergo verso mezzanotte. Il giorno successivo mi attende Cnosso.

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