Chania, 15 agosto 2022

La prima percezione di Creta è il vento, che soffia tra il mare e la collina con gli olivi dietro l’aeroporto. È la prima volta che metto piede in Grecia, terra studiata per anni sui banchi del liceo e poi luogo di altre ricerche, più personali, sugli effetti dell’austerity, sulla musica di Thanos Mikroutsikos, sulle poesie di Ghiannis Ritsos. Ora sono qui. Il greco, sentito nelle trasmissioni alla radio negli anni in cui mi collegavo alle emittenti ateniesi per ascoltarne la musica, ora ricorre negli scambi tra i lavoratori dell’aeroporto e nelle frasi della signora che si rivolge a me per informazioni non sapendo che non riesco a comprenderla. Chania è una coincidenza, forse un destino. Una promozione vista per caso prima di una giornata di lavoro, una settimana fa, e il desiderio di riprendere un aereo, di tornare a viaggiare all’estero dopo due anni di pandemia. Mi accolgono il vento, le colline, il mare intravisto dall’oblò dell’aereo, più tardi, dopo un breve trasferimento in autobus, il faro di Chania davanti al porto veneziano, le mura bizantine, la moschea dei Giannizzeri, la stratificazione di voci e di popoli giunti su questi mari da Est o da Ovest lasciando ciascuno un frammento, qualcosa che testimoniasse il proprio passaggio.

Tutto qui parla di partenze e di arrivi, tutto si protende verso l’immensità del Mediterraneo che conduce alla Grecia continentale e riesco a immaginare le navi in transito, le voci in turco, in greco o in veneziano, la cacofonia dei porti, di chi parte e di chi rimane ad attenderlo, forse invano, forse per sempre. Mi vengono in mente le donne di Ghiannis Ritsos, ferme sulla riva ad attendere i mariti partiti per mare. Riesco quasi a vederle, sedute nelle case di fronte al porto veneziano, mentre dimenticano il proprio nome e raccontano le proprie storie, cercando di recuperare in questo modo un’identità e un passato che sembrano sfuggire in una società che le rende marginali. Certo, è difficile unire le immagini di solitudine suggerite da Ritsos con la fiumana di persone che si riversa nelle strade per il giorno dell’Assunzione, con le voci dei turisti che riempiono l’aria di parole italiane e francesi e il greco che si intercetta solo negli scambi tra i proprietari dei negozi, fermi sulle soglie per sorvegliare le merci. Sulle pareti della città, spunta qualche “Tourists go home” e se ne può comprendere il motivo, vedendo le strade della città vecchia e le aree limitrofe trasformate in una sequenza interminabile di ristoranti, negozi e hotel boutique, senza che rimanga traccia di luoghi che sembrino avere una qualche funzione anche per chi a Chania vive tutto l’anno. Ricordando la trasformazione di Firenze a cui ho assistito negli anni, credo di comprendere cosa voglia dire vedere i cinema, i teatri, i bar storici chiudere in favore delle grandi catene della moda e dell’alimentazione e sapere che i luoghi a cui legavi i tuoi ricordi – il cinema Fulgor dietro Ognissanti, un tempo meta dei nostri sabati dopo la scuola e ora abbandonato da anni – sono scomparsi o destinati a farlo. Sembra il destino crepuscolare delle città che hanno avuto in dote dalla storia troppa bellezza e ora si svuotano di funzioni e significati duraturi in favore di ciò che può soddisfare il viaggiatore di passaggio. In cima alla collina che domina il porto, nel vecchio Politecnico occupato dal 2004, lo squat Rosa Nera cerca di opporsi alla trasformazione della città in un luogo esclusivamente turistico creando spazi per il teatro, per la presentazione di libri e per l’accoglienza dei rifugiati. Avevano cercato di sgombrarlo nel 2020 per fare posto a un albergo, ma è stato nuovamente occupato e nella sera che scende sembra l’unico luogo tranquillo della città; l’atmosfera è raccolta e rimango per un po’ ad ascoltare il suono del greco moderno, conosciuto nei dischi di Maria Dimitriadi, quando l’Egeo era il luogo di una fuga impossibile come quella di Diamantis, il protagonista di Marinai perduti smarrito nel porto di Marsiglia, lontano dall’isola greca in cui ha lasciato un’ex moglie e un figlio.

Il mattino dopo esco presto, diretto verso la stazione degli autobus, poco fuori dal centro. Nella frescura che presto lascerà il posto al caldo torrido di questi giorni di estate, la città vuota sembra svelarsi mostrando le sue strade strette, le case colorate, i gatti che dormono davanti alle porte. Improvvisamente, mentre mi fermo a guardare le piante nei cortili e sui pergolati nel silenzio del giorno che nasce, il mondo di Ritsos diviene stranamente reale e si sente quasi risuonare quell’ultimo augurio delle “Vecchie e il mare”: “Abbiamo ancora tempo per parlare e masticare/tempo per mordere l’ultima pallottola messa da parte/per il cuore della morte. Salve figli! Buon viaggio a voi!”
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