L’illusione di Evans. Cnosso – Appunti di viaggio

Iraklion, 17 agosto 2022

Cnosso

Cnosso è un’illusione nutrita da un sogno. L’illusione è quella del turista, che giungendo vede strutture perfettamente conservate e si precipita a fotografarle senza accorgersi che si tratta di ricostruzioni in cemento armato senza altra base storica se non il sogno di Evans, l’archeologo inglese che scoprì le rovine del palazzo. Cnosso è alla periferia di Iraklion, per giungervi da Chania sono tre ore di autobus che aprono squarci sulla costa frastagliata di Creta, sul mare turchese che si fa strada tra le lingue di terra, sulle decine e decine di case iniziate a costruire e lasciate a metà che costituiscono un elemento apparentemente obbligato del panorama locale. Seguono venti minuti di navetta urbana, che attraversando il capoluogo cretese mi consentono di vedere la struttura di una città greca in cui ancora non tutto è in funzione dei turisti e si possono vedere parrucchieri, negozi di alimentari o di articoli per animali, senza l’onnipresenza dei venditori di souvenir e degli hotel. Il palazzo dominava le colline circostanti, piene di oliveti da cui dovevano giungere almeno parte delle derrate che venivano poi conservate in quei magazzini che oggi costituiscono una delle sue aree meglio conservate senza necessità di ricostruzioni più o meno creative. Mi trovo a immaginare i regnanti e i burocrati che vivevano qui, affacciati alle finestre a stimare quanto era loro dovuto di ciò che vedevano; mi tornano in mente le ripartizioni inscritte nel Levitico, che stabilivano quanto del raccolto dovesse toccare ai sacerdoti, e mi chiedo se qui vigesse qualche regola simile.

Le colline intorno a Cnosso

Questo luogo racconta anche una storia molto più recente. Fu portato alla luce da Evans all’inizio del Novecento e, non appena gli scavi iniziarono a portare alla luce le rovine, queste mostrarono i segni di un progressivo deterioramento, che rese necessarie delle misure atte a consentirne la conservazione. Inizialmente Evans collaborò con tecnici che cercarono di effettuare un restauro conservativo, quindi preferì ricostruire varie aree del sito in cemento armato cercando di restituire l’idea di come dovessero apparire a suo parere in passato, sovrapponendo pertanto alla realtà una sua fantasia fatta di colonne rosse, di motivi decorativi e di affreschi ampiamente creati da Emile Gilliéron e da suo figlio basandosi su pochi scarni frammenti. Ne deriva una visita abbastanza peculiare, in cui sono costretto a chiedermi, a ogni passo dell’esplorazione del palazzo, quanto di ciò che sto vedendo sia originale e quanto posticcio. In fondo, mi chiedo se questo luogo sia in qualche modo la rappresentazione in pietra e cemento di questa e altre terre, di luoghi che lasciano tracce che vengono poi riempite dalla soggettività di ognuno, dalle sue fantasie, dai suoi sogni. Utilizziamo le mura di case ed edifici storici per cercare qualcosa che ci appartiene e che possiamo proiettarvi sopra, quasi che questo consentisse a un frammento di noi di essere preservato da quelle pietre e da quei mattoni. Un mese fa ero a Pineto, nel luogo in cui ogni estate tornavo alla casa di mio nonno e le stanze risuonavano di ricordi, di pagine scritte nelle notti dei miei quindici e diciott’anni, di incontri con persone scomparse da tempo. Un mese fa ero a Pineto e quella casa non c’era più, il cartello diceva che verrà costruito un residence in quel luogo e ne mostrava un rendering. La percezione che ne ho avuto è stata quella di essere depauperato di una parte di ricordi, come se appartenessero ai mattoni e non a me, alle stanze e non a me, come gli oggetti totemici di cui parla Proust all’inizio della Recherche che conservano in sé la memoria. Ho iniziato, da allora, a cercare di ricostruire nella mia mente quelle stanze, quegli odori, le cose vissute o sognate là dentro, per dare loro nuovi spazi, per togliermi la sensazione della perdita. E dunque pensando a questo mi sento empatico con Evans, pur non conoscendo le ragioni delle sue ricostruzioni fantasiose. Lo sento vicino in questo bisogno di dare un senso ai luoghi, di proiettarvi sopra qualcosa di proprio.

Le statue delle dee al museo archeologico di Iraklion

Al museo archeologico, mi colpiscono le divinità minoiche, con le loro braccia piegate verso l’alto, e gli uomini in preghiera con il pugno sulla fronte. La visione del Disco di Festo mi riporta agli anni del liceo e le statue danzanti richiamano musiche antiche ormai irrecuperabili. Sull’autobus del ritorno prevale la stanchezza; tuttavia, al tramonto, nell’ultima sera a Chania prima della partenza, finalmente riesco a entrare nella Moschea dei Giannizzeri, che ospita un’esposizione artistica, e nell’arsenale veneziano. Mentre si fa notte, rimango a guardare un film di Angelopoulos di cui riesco a comprendere ben poco, essendo in lingua originale. Vi sono due uomini in macchina, nella neve. L’incomprensibilità della lingua mi restituisce l’impossibilità di cogliere questi luoghi. Decido che tornando a casa proverò a imparare un po’ di greco e che cercherò di evitare di trovare il conosciuto in ciò che non comprendo. In definitiva, di evitare l’illusione di Evans.


Lascia un commento