Arrieta e la nostalgia – Appunti di viaggio

Arrieta, Lanzarote, 10 gennaio 2023

Arrieta

Arrieta guarda l’oceano con le sue case bianche. Mi ricorda Arcos de la Frontera, i pueblos blancos persi sulla montagna andalusa, solo che qui il rumore e l’odore del mare sono ad ogni svolta della strada e tra una casa e l’altra si aprono stretti vicoli che conducono all’acqua. Sembra un luogo di transito, fuori dai bar alcuni ciclisti francesi pranzano prima di ripartire per chissà dove e ai lati della strada le macchine a noleggio lasciano per qualche tempo i surfisti a saggiare le onde del luogo, prima di riprendere la strada verso l’estremo nord dell’isola. Mentre guardo una signora tedesca intenta a dipingere l’oceano di fronte a un albergo bianco ai confini del mare, mi chiedo il destino di chi rimane, di chi chiama casa questo luogo che per molti rappresenta un frammento di poche ore o di pochi giorni nell’esistenza, un acquerello che sbiadisce progressivamente nella memoria insieme al fragore delle onde che si infrangono sulla riva. Cerco le risposte nel volto dell’uomo che porta a spasso un barboncino in mezzo alla strada sul mare incurante delle auto che passano, nello spagnolo rapido del ristoratore che mi porta il cibo, nel gesto della ristoratrice che, a fine pranzo, mi insegue per consegnarmi la bottiglia di acqua minerale che non ho terminato in modo che possa berla in seguito. Ma non è possibile cogliere da pochi dettagli il racconto di un’esistenza, la costruzione di un modo di vedere il mondo a partire da basi completamente diverse da ciò che per me rappresenta una struttura di fondo quasi ovvia. Dunque posso solo immaginare e nell’immaginazione si uniscono ricordi dell’infanzia, film visti, libri letti e i pescatori al largo sull’oceano davanti a Arrieta si fondono con quelli che nelle mattine sull’Adriatico andavano a ritirare le reti. Mio nonno, quando rimanevo da lui in Abruzzo in estate, andava a comprare il pesce sul presto e al ritorno mi parlava delle barche dei pescatori tirate a riva, del pescato in mostra, delle sveglie prima dell’alba di quegli uomini che nel suo racconto sembravano quasi provenienti dal tempo immobile delle fiabe, figli di quella storia circolare che la rivoluzione francese credeva di aver distrutto e che Nietzsche forse voleva far riemergere parlando di eterno ritorno. I pescatori di Arrieta, come quelli abruzzesi di cui mio nonno parlava senza che io li vedessi mai, sono invisibili in questa mattina calda, eppure se ne avverte la presenza nelle barche tirate a riva sulle strade che si immergono in mare – le avevo già viste, in altri tempi, sulla costa ligure, a Manarola, anche allora era gennaio e inseguivo sul Tirreno le immagini degli Ossi di seppia. Raccontavo la mia esistenza in modo totalmente diverso, allora, e tanti frammenti identitari stavano appena nascendo da anni in cui mi sembrava di stare vivendo di nuovo l’adolescenza, quel desiderio di scoprire, quel desiderio di sentirmi diverso.

Sulla strada principale, le abitazioni bianche si aprono in ampie terrazze, che forse, fuori da quel contesto, mi ricorderebbero i porticati delle ville americane e invece mi trovo a pensare alle terrazze sull’oceano delle case cubane, viste in un film, Regreso a Itaca, in cui su quelle terrazze si parlava proprio di partire o rimanere, di legare la propria storia a un luogo, vivendone le necessarie delusioni (là si parlava anche della disillusione per gli esiti della rivoluzione castrista), oppure cercare altrove lo spazio in cui far abitare la nostalgia. Ecco, la nostalgia. Mi rendo conto che ogni volta che parlo del mare torno a quel sentimento che racconta di spazi da colmare per tornare a un luogo che si possa sentire proprio e penso che in fondo proprio questo mi suggerisce il mare, il desiderio insopprimibile della partenza e il senso di appartenere a un altrove che, forse, si trova oltre la distesa dell’acqua. I marinai portoghesi, solcando l’oceano, portarono con sé questa duplice valenza e dunque parlano di saudade sia il fado che le canzoni brasiliane e se ne trovano accenni anche nel semba angolano, mentre nel creolo capoverdiano il termine diventa sodade, come canta Cesaria Evora. Mi dico che forse l’oceano porta necessariamente la nostalgia, perché la sua vastità allontana necessariamente il momento del ritorno.

Accanto alla spiaggia di Arrieta, la Casa Juanita sembra incontrarsi con i miei pensieri sull’andare e sul tornare. Leggo che è appartenuta a un uomo originario di Lanzarote che aveva fatto fortuna in Argentina. Tornò sull’isola dopo anni, sua figlia era malata di tubercolosi e aveva bisogno di un luogo in cui respirare l’aria del mare, dunque costruì questa villa dove lei potesse vivere. La figlia morì presto, ma l’abitazione si protende ancora sull’oceano con la sua forma curiosa (diversi osservano una somiglianza con una casa delle bambole). Guardandola dopo averne letto la storia, il ritorno triste dell’uomo che aveva lasciato l’isola per divenire ricco altrove, mi trovo a pensare alle parole di Amerigo di Guccini, altra storia di viaggio sull’oceano: Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita. E rimango lì a guardare il mare, a pensare le mie partenze e ai miei ritorni, alle mie nostalgie che mi fanno sentire talora simile agli esuli sull’oceano di cui mi piace immaginare le storie.

La casa Juanita ad Arrieta

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