Parco nazionale di Timanfaya e Cueva de los Verdes, 9-10 gennaio 2023

Vicino al vulcano, la terra ribolle. Quando arrivi nel parco nazionale di Timanfaya, ti mettono in mano dei sassolini caldi per farti avvertire la temperatura elevata del suolo, quindi ti fanno salire su un autobus che si inerpica per un paesaggio lavico privo di vita, in cui solo alcuni ciuffi d’erba riescono a emergere dalla distesa di roccia lasciata dall’eruzione del Settecento. I crateri e la terra scura mi fanno venire in mente certe ricostruzioni di Marte viste nei documentari; solo l’oceano, intravisto in lontananza oltre la distesa di lava rappresa, crea un contatto tra il paesaggio quasi extraterrestre che mi circonda e il ricordo della quotidianità di un’esistenza forse non molto diversa dalla mia, quella degli abitanti dell’isola che vivevano qui e che si trovarono a dover fuggire quando, prima delle eruzioni, la terra iniziò a tremare. Mi chiedo come debba essere vivere sotto un vulcano, se porti con sé un senso di precarietà oppure se alla fine con il tempo te ne scordi, quasi non percepisci più il rischio che la terra possa esplodere liberando acqua bollente e lava e i crateri divengono un elemento del paesaggio, niente più che un dettaglio alle spalle del mare.

Eppure, da trecento anni nessun animale vive più qui – troppa, dice la guida, l’escursione termica tra il giorno e la notte – non i dromedari con cui vengono intrattenuti i turisti nei pressi dell’ingresso del parco nazionale, non certo l’uomo, che sembra accedere a queste aree come uno spettatore timoroso di una natura che, qui più che altrove, sembra affermare la sua forza. Non a caso mi torna in mente Leopardi. Cerco disperatamente un legame tra ciò che vedo e le parole della Ginestra, cerco traccia del fiore che profuma i deserti, che sfida la possibilità di essere spazzato via dal vulcano in pochi secondi per portare qualcosa a chi passa, come la poesia che riesce ad addolcire le asperità della vita. Tuttavia, la vegetazione qui è costituita da rare chiazze di muschio, da ancor più isolate zone erbose e di fiori non ce n’è traccia. Dunque, il riferimento che percepisco è piuttosto al Dialogo della natura e di un islandese, alla drammatica indifferenza della Natura che può distruggere la vita (e addirittura l’umanità) senza accorgersene, semplicemente perché così accade nel concatenarsi degli eventi. E in effetti il racconto di quest’isola sembra essere scandito più dal meccanicistico ripetersi dei processi naturali che dal passaggio dell’uomo.

Me ne accorgo anche il giorno successivo quando, alla Cueva de los Verdes, lontano dal Timanfaya, a nord dell’isola, mi spiegano come la lava proveniente dal Monte Corona durante un’eruzione di 25.000 anni fa si sia solidificata solo in superficie nel suo scorrere verso il mare, creando in profondità quella lunga grotta, colorata prevalentemente del nero del basalto, in cui mi trovo. Ancora una volta, il tempo è cadenzato dallo scorrere lento degli eventi naturali, in epoche che appaiono lontanissime per la breve storia dell’umanità e quasi mi sento fuori posto, in questi luoghi in cui niente sembra raccontare qualcosa che sia alla mia dimensione, niente parla di vite e di storie, solo stratificazioni di ferro e di calcio, protrusioni stalattitiformi costituite dalla lava nel suo gocciolare, volte enormi che mi accolgono senza che nessuno le abbia pensate a tale scopo, che sono solo l’esito casuale di processi naturali avvenuti millenni fa. Il senso di spaesamento, il senso di essere ospite in un luogo totalmente altro rispetto alla storia e ai tempi dell’umanità, alla mia storia e ai miei tempi, dura poco, poi la guida inizia a parlare delle popolazioni locali che si rifugiavano qui per sfuggire ai pirati che funestavano le coste canarie e degli ebrei che vi si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni, mostra un teatro scavato nella roccia perché, dice, il basalto assorbe il suono e dà un’acustica perfetta, mostra una curiosa illusione ottica creata da un artista locale ponendo uno specchio d’acqua in un’area della grotta e tutto cambia. Inizio a vedere come le vicende dell’uomo si intreccino con i luoghi in cui avvengono e come, in realtà, siano inscindibili da essi. La natura crea o comunque modella la storia di ciò che avviene intorno ad essa e così queste isole vulcaniche perse a largo della costa marocchina sono diventate un luogo di esuli che qui attendevano di partire per il Nuovo Mondo, così queste grotte nate dallo scorrere del magma sono diventate il porto sicuro in cui rifugiarsi quando il mare portava pericoli, così la pietra lavica gettata dalle ripetute eruzioni dei vulcani è stata usata per la costruzione degli edifici e per la delimitazione dei giardini. Le caratteristiche dei luoghi guidano le storie degli uomini, il loro vagare, attraggono chi ha vissuto determinate vicende e non altre e così facendo costruiscono comunità che a loro volta cercheranno di raccontarsi facendo i conti con ciò che le circonda. Dunque, improvvisamente mi rendo conto che il lavoro che è stato fatto, qui a Lanzarote, per conservare i paesaggi naturali e le specificità dell’isola, ha preservato anche la storia di questi spazi, salvandola dall’anonimato delle distese di strutture turistiche uguali a quelle presenti ovunque. In queste pietre, in quello che rimane del “fuoco incandescente del vulcano”, come cantava Battiato, nei racconti delle fughe nelle grotte per sfuggire ai pirati, si può ancora leggere il passaggio degli uomini, dal sacerdote spaventato che nel Settecento raccontò nei suoi diari l’eruzione del Timanfaya, agli anonimi visitatori che chiamarono Manto de la virgen una formazione lavica nelle Montañas del Fuego. Quando esco dalla Cueva de los Verdes, in lontananza si vede l’oceano. Ero abituato ad ascoltare le storie del mare, questi giorni a Lanzarote mi hanno insegnato che anche le terre vulcaniche possono raccontare molto.

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