New York, 20 ottobre 2025

Arrivare a New York implica in me un misto di curiosità e scetticismo. La curiosità per quel luogo visto e rivisto in film, serie e copertine di album e lo scetticismo dell’europeo che fatica a credere di poter trovare interesse per un luogo con poca storia dietro le spalle. Tuttavia, quello che mi colpisce è altro, nel mio primo vagare per Manhattan con gli effetti del fuso orario che mi fanno sentire la stanchezza alle otto di sera. Una volta eliminate le proiezioni legate a film e affini – il Village visto e rivisto nei film di Woody Allen, le sirene della polizia appena cala la sera e il caos intorno al ponte di Brooklyn che rimandano a un incrocio tra Gotham City e la città dei supereroi Marvel – rimane l’eleganza liberty di molti palazzi del centro, il loro slanciarsi verso il cielo discreto, che non dà l’impressione di soffocamento spesso suggerita dalle immagini viste in televisione. Poco più in là, gli edifici monumentali governativi e giudiziari sembrano cercare una sintesi impossibile tra la naturale spinta verso l’alto di Manhattan e un pesante neoclassicismo che mi ricorda un po’ certe strutture sul Ring viennese.
Di sera, il ponte di Brooklyn mi mette in contatto con lo skyline di grattacieli che ho imparato a conoscere alla distanza, anno dopo anno, film dopo film. Mi colpiscono più che altro i colori, le luci che cambiano passando di palazzo in palazzo. Dal mare sale un vento forte, che sembra risalire l’Hudson facendosi strada tra gli edifici altissimi che lo costeggiano da entrambe le parti. Mi sembra di riconoscere il vento di mare sentito tante volte sul Mediterraneo, solo che qui, sull’Atlantico, non conosco le correnti, i venti, la percezione di chi vive sulla costa. La vicinanza del mare, questo vento, comunque, mi rassicurano. Il mare degli esuli di cui parla Verga, il mare che non è di nessun posto, mi restituisce qualcosa di mio. E mi fa sentire, almeno un po’, a casa.

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