New York, 21 ottobre 2025

Parla d’infanzia, questa sera al Metropolitan. In fondo, il nome di questo teatro è risuonato spesso nei miei primi anni e quindi venire qui è come ritrovare ricordi di un’altra età, frammenti di un tempo perduto. Proust, all’inizio della Recherche, parla del potere che hanno certi oggetti di tirare fuori qualcosa che ci appartiene e di cui non siamo consapevoli. E stasera, qui, ricordo.
Ricordo che quando avevo pochi anni vedevo sempre un cartone animato della Disney dal contenuto certo non particolarmente allegro, anche se forse ecologista ante litteram, con una balena particolarmente dotata nel canto come protagonista. Voleva cantare al Metropolitan, ma finiva uccisa dal colpo di una fiocina. Mi piaceva molto, quel cartone, forse perché all’epoca cantavo nel coro e ci ritrovavo qualcosa del mio mondo di allora, e quindi lo guardavo in modo ripetuto, mese dopo mese, anno dopo anno.
Sempre in quegli anni, mi trovai a cantare nel coro dei bambini ad una Bohème al Maggio Musicale Fiorentino. Per prepararmi, i miei mi comprarono una videocassetta di una performance al Metropolitan – non ricordo chi fossero gli interpreti, ma anche quella rappresentazione fu da me vista e rivista per molto tempo.
Dunque, questa sera, questo luogo, risuonano con quella parte di me che, a sei o sette anni, ascoltava le performance di Pavarotti al Metropolitan e ritrovava qualcosa di quelle atmosfere nella polvere del vecchio teatro Comunale, nell’attesa dell’ingresso prima della scena di Momus e Parpignol nel secondo atto di Bohème. La locandina informa che si tratta della millequattrocentoundicesima volta che Bohème viene rappresentata al Metropolitan e che l’allestimento di Zeffirelli che vedremo risale al 1977. Il pubblico appare partecipe, ride, applaude, si commuove e i cantanti, oltre ad avere una notevole precisione, sono molto bravi nella recitazione e questo mi colpisce, data l’abitudine alle performance spesso molto statiche delle regie delle opere in Italia.
All’uscita, davanti alla fontana, mi raggiunge un po’ di commozione. Quando ero bambino dicevo che il mio sogno era di essere diretto da Zubin Mehta e lo realizzai verso i nove anni per una registrazione di Tosca con il coro. Stasera, forse, quel bambino di allora riemerge, con i suoi sogni e le sue aspettative, per sentire ancora che qualcosa di ciò che immaginava è diventato reale.
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