La storia antiquaria – Appunti di viaggio

New York, 23 ottobre 2025

Nietzsche scriveva della storia antiquaria, dell’approccio alla storia basato sulla conservazione museale di qualcosa di passato che non fa altro che inaridire il presente, renderlo un luogo in cui non si può creare alcunché di nuovo. Questa sera alla Carnegie Hall mi rendo conto di quanto certe rigidità culturali del sistema musicale che ho vissuto fin dall’infanzia portino a una riproduzione della storia antiquaria, ad un tentativo di conservazione della musica del passato – unica ritenuta valida di essere eseguita – e ad un rifiuto per ogni tentativo di dare una lettura sonora alla contemporaneità. Il programma della stagione prevede per ogni serata una prima mondiale, un pezzo appositamente commissionato, una prima newyorkese, comunque un brano nuovo. Stasera, accanto a una sinfonia di Schumann, viene eseguita una sinfonia di Philip Glass (che scoprirò poi essere presente in sala) e un brano commissionato appositamente per questo concerto che unisce poesia, teatro e musica. La presentazione iniziale dei brani crea un clima di attesa entusiasta e la sala partecipa, ascolta, applaude. Il brano di J. Mae Barizo, che introduce la sinfonia di Glass per poi dispiegarsi nuovamente quando questa è finita, è sospeso tra la poesia e la musica e la presenza di una bambina e dell’autrice come performer sul palco dà l’idea di un dialogo tra diversi sé, tra un io adulto e un io bambino, tra un presente in cui ci si smarrisce e un passato che ci ricorda ciò a cui eravamo legati. Non smarrire la nuvola rosa, dice la bambina. La poesia – scoprirò poi trattarsi dell’unione di due testi della stessa Mae Barizo, Small essays on disappearance e Cloud pantoum – fonde immagini di quotidanità nervosa sulla Madison Avenue a riferimenti a corporeità sospese tra cielo e terra (Dimmi che non hai scordato la nuvola rosa, il modo/in cui le implicazioni svanivano quando praticavamo/la duplicità, dimmi che mi pensi/quando le nuvole allineano le loro labbra rosa). La preghiera è quella di non svanire nel ricordo dell’altro, di mantenere una minima presenza nella memoria, quella presenza che permetta di dare un senso condiviso a una parte di vita, al fatto di essere stati lì insieme (Dimmi che non mi pensi […]/ti chiedo solo di dirmi/che non hai dimenticato il proscenio rosa/delle nuvole, un testamento per le nostre duplicità, la stenografia/del cielo). In fondo, penso, quello che rende reale ciò che abbiamo vissuto è proprio il riconoscimento dell’Altro, il poter dire insieme che siamo stati lì, che abbiamo attraversato insieme quei momenti. La sintonia dei ricordi evita la solitudine del sogno e aiuta a vivere.

Alla fine, Schumann. La Quarta sinfonia esplode nel clima raccolto creato dai brani precedenti e oscilla tra la gioia infantile di certi passaggi e l’incalzare del ritmo. È curioso pensare all’autore del brano, alla sua identità frammentata che lo portava a firmarsi con pseudonimi (Florestano, Eusebio, il Maestro Raro) e al suo tragico finale, al tentativo di suicidio nel Reno, alla morte in manicomio. Niente di tutto questo emerge nella trasparenza della sinfonia. Qui, tutto è unito, tutto si immerge in una festa dionisiaca, a dispetto degli anni e del tormento necessari a Schumann per completare il brano. La serata, penso quando tutto finisce, sembra parlare di scomposizioni e ricomposizioni. Di identità unite che si frammentano, di necessità di riconoscimento, dell’arte che permette di rimettere insieme un io diviso. Delle nostre soggettività che si rifrangono e si riuniscono sulle sponde della contemporaneità.

Stasera non c’è stata la storia antiquaria. Solo un racconto del presente con parole di oggi e di ieri.

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