New York, 25 ottobre 2025

Mi è sempre piaciuto smarrirmi. Prendere la svolta sbagliata, trovarmi altrove, scoprire un frammento sconosciuto di un luogo che non avrei mai trovato seguendo le mie conoscenze. In fondo, smarrirsi ci mette a contatto con le insufficienze di ciò che sappiamo e ci permette di andare oltre, un po’ come l’incontro con l’Altro che ci permette di giungere a nuove storie, di uscire da sé per avere nuove parole e nuove immagini. Oggi mi sono smarrito più volte. La prima volta al mattino, uscendo dalla fermata della metropolitana nell’Upper East Side, svolto a destra, certo di arrivare a Central Park. Giungo invece all’Hudson, al Carl Schurz Park, con vista sulla Roosevelt Island. Scopro che vi si trova l’abitazione del sindaco di New York e mi sembra quasi simbolico che sia in una casa rivolta verso il mare, quel mare che avvolge la città e la apre verso la necessità dello scambio, verso l’inevitabile contatto con l’alterità. Tornando verso il museo Guggenheim, mi trovo a fantasticare su quella casa sul mare, accostandola ad altre abitazioni sull’Atlantico, alle case dei mercanti di Cadice da cui costoro guardavano l’oceano in attesa di rivedere la propria nave di ritorno dalle Americhe. Forse anche il sindaco di New York guarda il mare, talora, dalla propria casa, ma non riesco a immaginarne le aspettative o le speranze.

Più tardi mi smarrisco dentro il Metropolitan Museum. La cosa mi stupisce, perché ritenevo di aver organizzato tutto in modo certosino. Avevo selezionato le sale in modo da evitare di partire convinto di poter vedere tutto e poi rimanere sopraffatto dalla sovrabbondanza di opere in esposizione (di fatto, tra quadri, statue, templi egizi, suppellettili varie ed eventuali, strumenti musicali e armature penso che qui si possa trovare praticamente qualsiasi oggetto prodotto in forma artistica dal genere umano). Avevo anche scaricato la mappa, certo di poterne fare buon uso. Eppure, dopo un iniziale successo nella visita dell’ala dedicata all’arte moderna, mi perdo alla ricerca del piano superiore, continuando a ruotare intorno alle medesime statue ellenistiche, che dopo un po’ iniziano a fare lo stesso effetto dell’albero di una forma peculiare che viene incontrato ripetutamente dai personaggi dei film quando si smarriscono nella giungla. L’assenza di indicazioni e le piccole dimensioni con cui sono indicati i numeri delle stanze peggiora le cose e mi sento vagamente fantozziano quando provo entusiasmo nel raggiungere infine l’ascensore per il piano superiore. Qui trovo i quadri degli impressionisti e le forme della cattedrale di Rouen svaniscono nelle sfumature di colori di Monet, lasciando la stessa indefinitezza che sembrano avere i passaggi attraverso il museo che le custodisce.

Quando esco dopo aver incontrato per dieci volte la stessa sala con i quadri di Renoir, la statua dello scoiattolo che campeggia davanti al Metropolitan sembra avere uno sguardo ironico. Le volto le spalle e faccio ritorno verso Central Park.
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