A windy day in New York – Appunti di viaggio

New York, 22 ottobre 2025

La facciata del palazzo della Borsa, su Broad Street

Smarrirsi a piedi per Manhattan è un modo per osservare, per cercare di mettere insieme i pezzi di un luogo apparentemente contraddittorio. A sud c’è il mare, l’Atlantico scuro che sferza i battelli dei turisti (prevalentemente italiani) diretti verso la Statua della Libertà. Risalendo, l’area di Wall Street, con l’edificio neoclassico della Borsa affiancato dalla Federal Hall, evoca, oltre ai necessari ricordi cinematografici, il racconto di Melville su Bartleby lo scrivano. L’avvocato che assume Bartleby aveva lo studio da queste parti e trovo curioso che in queste strade dell’attuale distretto finanziario, divenute simbolo del capitalismo mondiale, sia stata ambientata la storia di un quieto rifiuto del lavoro, della produttività, infine della vita. Se ieri a teatro la morte di Mimì parlava della fine della giovinezza e mi riportava alle cose “sognate e ora viste” e alle illusioni perdute, oggi immaginare l’immobilità di Bartleby in queste strade apparentemente tranquille, tra i turisti che fanno la coda per fotografarsi con il toro di Wall Street e il vento freddo che soffia forte dal mare, mi spinge a riflettere sulle contraddizioni di questa mia età adulta, divisa tra un investimento sul lavoro come atto non solo produttivo, ma anche politico ed esistenziale, e un desiderio di fuga, di ritiro, di abbandono. La giovinezza portava con sé l’illusione di poter vivere secondo il proprio ritmo, nella vaghezza di intenti che caratterizza i sogni di quell’età, gli anni della maturità si immergono invece nella scissione tra il desiderio di trasformare il mondo e di strutturarsi su un piano economico e di autonomia e la sofferenza inevitabile della produttività, con le conseguenti fantasie di immobilità à la Bartleby o di cambiamento radicale.

La High Line e la vista su Chelsea

Risalendo, la High Line costeggia Chelsea, passa accanto ai viali pieni di auto che sembrano avere come sport principale quello di comunicare tra loro mediante clacson e di non fermarsi al rosso dei semafori per poi trovarsi bloccate al centro esatto degli incroci, causando ulteriori strombazzate. Gli edifici cambiano, passando dai grattacieli alle case in mattoni ai condomini sullo stile viennese o parigino dell’Ottocento e alla fine, scendendo, mi trovo sulla Fifth Avenue a camminare contro corrente (mi vengono in mente i versi di Eliot della Terra desolata sulle anime perdute sul Ponte di Londra) per andare verso Central Park. L’obiettivo, legato a una curiosità quasi infantile, è quello di sbirciare la Trump Tower, alla fine della strada, in modo da vedere i luoghi in cui ha vissuto per buona parte della vita l’uomo che riempie in questi giorni le pagine dei giornali, ma in realtà dopo un po’, dopo aver scoperto che l’Empire State Building non si riesce a vedere bene da terra ed essermi interrogato sulle simbologie presenti sugli edifici del Rockefeller Center, mi smarrisco nella Biblioteca di New York a guardare manoscritti ebraici e arabi. Quando arrivo alla Trump Tower è calato il sole, un figurante vestito da Trump intrattiene la folla e mi colpisce come i cambiamenti della società influenzino anche chi nella società ha potere: se nel Rockefeller Center i riferimenti sono all’etica del lavoro protestante, con le statue di Atlante che sorregge il mondo e Prometeo che ruba il fuoco e la citazione biblica sulla saggezza e sulla conoscenza come stabilità del tempo, la Trump Tower incarna il bisogno contemporaneo di riconoscimento, di affermare, oltre al proprio potere, anche qualcosa che rimandi direttamente a sé, al proprio volto, alla propria persona. Probabilmente erano esigenze non estranee anche a Rockefeller, ma il narcisismo dell’oggi ne consente la manifestazione esplicita, senza mediazioni.

L’ingresso della Biblioteca di New York
Il soffitto della McGraw Rotunda, nella biblioteca di New York

Al ritorno, a Times Square, mi fa sorridere una frase che intercetto in cui una persona con un marcato accento emiliano commenta: “Vedi quanta gente, è come la loro piazza Duomo… Poi stanno sempre a lavorare, non devono fare una bella vita”. L’Italia in movimento guarda il mondo con disincanto.

Chelsea vista dalla High Line
Il traffico serale di New York visto dalla High Line

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