Riflessioni newyorkesi sulla musica – Appunti di viaggio

New York, 26 ottobre 2025

L’ingresso del Birdland

Ciò che rimane di una giornata iniziata con un servizio gospel e terminata a guardare Chicago al teatro Ambassador è una riflessione sulla funzione della musica e, conseguentemente, sul ruolo del compositore. Giorni fa, avevo incrociato un frammento di Berio, tratto da C’è musica e musica, in cui veniva confrontata la molteplicità di linguaggi musicali della contemporaneità con la sostanziale unità di linguaggio della musica occidentale fino alla fine dell’Ottocento. Berio diceva che l’attuale polifonia di linguaggi doveva essere considerata come un’espressione di una molteplicità di racconti musicali sulla contemporaneità. Trascurava, a mio avviso, le zone grigie, le contaminazioni, i confini sfumati tra i vari linguaggi, soprattutto nel momento in cui si esce dalle forme musicali maggiormente strutturate in termini formali (in particolare tutto l’ambito del pop cesellato sulla forma canzone e sull’armonia funzionale) e quando si entra nel nebuloso mondo di ciò che significa fare oggi una musica che sia erede della tradizione occidentale colta (per capirsi, quella che passa da Mozart a Wagner fino ad arrivare a Schoenberg). Qui le visioni sono molteplici e talora inconciliabili. Si procede da chi ritiene che la cosiddetta musica contemporanea debba essere esclusivamente espressione della ricerca dell’autore, non ponendo attenzione alle richieste del pubblico e sostenendo una superiorità estetica dell’atonalità sulla tonalità, a chi propone una musica d’uso, dove la ricerca è funzionale ad accompagnare le scene di un film e dove dunque l’aspetto sonoro è strutturalmente secondario all’immagine che accompagna. Raccontare la contemporaneità, del resto, non è facile, soprattutto per la frammentazione che la contemporaneità porta con sé. Perfino l’atonalità, che era ritenuta la via maestra del contemporaneo negli anni Cinquanta e Sessanta, suona ormai antiquata, racconta un altro tempo, non il nostro. E dunque, che frasi usare, che linguaggio usare, dato che la musica non ha l’immediatezza delle arti visive, dove anche l’astrazione massima può attrarre lo spettatore con le proprie misteriose miscele di colori? A chi parlare, al pubblico che desidera la melodia che veniva disprezzato da Adorno nel suo saggio su Schoenberg e Stravinskij? Oppure agli addetti ai lavori, al piccolo gruppo in grado di comprendere intellettualmente un certo tipo di ricerca?

Una jam session allo Smalls Jazz Club

Negli anni, mi sono sempre trovato a mio agio con una certa visione critica di matrice statunitense, ben incarnata nello splendido saggio di Alex Ross Il resto è rumore, che non faceva differenza tra musica classica e musica jazz, tra musical e opera. Lo espresse bene un compositore di origini iraniane ma di scuola americana di cui seguii una volta una masterclass, Behzad Ranjbaran: bisogna creare il proprio linguaggio, prendendo ciò che piace e creando una matrice sonora che ci corrisponda. Non ci sono preclusioni rispetto a cosa scegliere, solo una sorta di tentativo di ricostruire la propria identità attraverso i pezzi delle parole di altri, un po’ come nelle teorie dell’origine sociale dell’identità, per cui costruiamo ciò che siamo attraverso il modo in cui veniamo raccontati da chi ci è intorno. Quello che a questo aggiungono questi giorni newyorkesi è un altro tema, ossia quello della funzione della musica. La storia della musica associa all’esecuzione di un brano aspetti che vanno al di là dell’egotismo, della manifestazione di sé e del disperato tentativo di comunicare qualcosa di proprio all’Altro. La musica per secoli è servita principalmente a pregare, a raccontare le storie della comunità, a festeggiare. A strutturare legami. L’opera si eseguiva a luci accese, con le persone che parlavano e mangiavano. Bach scriveva per le funzioni religiose. Molti cantastorie si accompagnavano con degli strumenti musicali. Il concetto di recarsi all’esecuzione di un brano musicale per stare seduti ad ascoltarlo e apprezzarne i temi e la costruzione è molto recente e trova la sua forma compiuta nella costituzione delle società borghesi degli “Amici della musica” tra l’Illuminismo e il Romanticismo.

L’esterno del teatro Ambassador

Mi ricordo di questo, al mattino, quando sento le canzoni di lode a Dio durante il servizio gospel, mi ricordo di questo la sera, quando, guardando Chicago, vedo la musica usata per raccontare con ironia di un mondo in cui i criminali vengono idolatrati e la giustizia è corrotta. Mi ricorderò di questo anche il giorno successivo, al Birdland, dove il jazz di una band che si richiama allo stile degli anni Venti e Trenta intrattiene un pubblico che mangia e beve. Sicuramente, in tutte queste occasioni quello che viene suonato viene ascoltato, apprezzato, il pubblico partecipa e applaude. Ma c’è qualcosa di più: la musica non è l’unico focus, c’è qualcos’altro, il racconto di una storia, un momento di convivialità, un incontro di preghiera. La musica ha una funzione e mentre rientro in albergo, tra le luci e il caos di Times Square, mi chiedo se sia un aspetto di cui debba tenere maggiormente conto nella mia scrittura musicale. Il caos della città dà poche risposte.

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