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In questo luogo di riflessione personale cercherò di mettere un po’ di mio e un po’ di altri che mi hanno dato qualcosa. Il mio sono le parole, le poesie, i racconti. Quello che viene da altri sono le canzoni, la musica, i frammenti di film.

L’obiettivo di tutto questo è raccontare qualcosa. Forse una storia, la mia, dove non ci sono solo le etichette date dalla mia vita meticcia di medico-contrabbassista suburbano, ma c’è molto altro. Ci sono parole, suoni, attimi di vita sperimentati, entrati nella carne e nell’anima. Cercherò di fissare qualche frammento.

La mia storia. Non sono mai del tutto sincero, è un mio limite. Confido troppo nel potere delle parole, mi nutro di parole e solo parole so dare. Sono utili, le parole. Danno un senso ad una realtà che non ce l’ha, danno forma all’informe. Danno un nome al magma indistinto della vita e lo dividono in momenti, in giorni, in storie. Eppure, proprio per questo, sono intrinsecamente bugiarde. Selezionano i momenti e danno loro un senso, ma lasciano fuori dalla porta la confusa moltitudine degli attimi scartati, dei secondi di vita perduti perché non attinenti a quello che volevano dimostrare. Quindi, con le parole cerco di trovare un senso, ma so già che quel senso che troverò sarà semplicemente una mia costruzione. La vita è altro.

Vivo di momenti e di libri. Ho vissuto la mia infanzia a Combray o in un suo equivalente toscano. Tutti siamo cresciuti a Combray, in fondo, tutti abbiamo conosciuto quel mondo chiuso dove tutto aveva senso e dove i personaggi sembravano fissati per sempre e immortali. Dove le giornate si risolvevano in passeggiate dalla parte di Swann e il mondo finiva ai confini del paese, dopo le ultime case, dove forse ci attendeva l’abisso del mondo per fagocitarci. Poi con l’adolescenza siamo partiti, un po’ come ‘Ntoni alla fine dei Malavoglia. Abbiamo conosciuto il mare, che non ha paese, e ci siamo messi in cammino verso un luogo che non conosciamo ancora. Verso un luogo che forse non conosceremo mai. Ci siederemo, semplicemente, sulla riva di un fiume lontano in una sera di settembre e guarderemo le stelle fuggire nel cielo e riconosceremo di avere fallito e ne saremo felici.

Quando avevo sedici anni amavo Stendhal. Come dice la canzone, allora il mio amore aveva le stesse parole, gli stessi respiri del libro/che leggevi di nascosto sotto il banco e dentro Stendhal c’era tutto: la purezza degli affetti giovanili, degli slanci sinceri. Volevo essere al centro del mondo, allora. Oggi vorrei essere, come dice la canzone

la parte migliore
della nebbia di ieri
quando riuscirai a dimenticarmi
com’è migliore quel verso
che non riusciamo a ricordare

E in fondo sono felice.