• Vienna, 3 gennaio 2020

    Il caffè Jugendstil di Otto Wagner in Karlsplatz

    Karlsplatz unisce le epoche. Da un lato, la chiesa di San Carlo, costruita nel Settecento in onore di San Carlo Borromeo dopo un’epidemia di peste. Dall’altro, la Secessione proclama dalla sua facciata A ogni tempo la sua arte/a ogni arte la sua libertà e parla delle inquietudini della Vienna di fine Ottocento, in cui gli artisti iniziavano a far emergere nelle loro opere le pulsioni nascoste della città imperiale, il sesso, la morte, il desiderio.

    Entrando a San Carlo, si percepisce un senso di pace. L’interno della chiesa, a dispetto dell’imponenza della facciata, è accogliente, intimo e anche la calca dei turisti, presente quasi ovunque qui a Vienna, sembra per un attimo fermarsi e concentrarsi solo sull’ascensore che porta in cima alla cupola. La ricchezza delle decorazioni dorate mantiene una certa compostezza e non diviene mai eccessiva e le statue e i dipinti non hanno la dolorosa teatralità del barocco spagnolo, con le sue Madonne sofferenti e i suoi Cristi sanguinanti e deturpati. L’unica concessione all’idea shakespeariana che all the world’s a stage, così diffusa nel Seicento e nel primo Settecento, sono due strutture simili ai palchetti di un teatro accanto all’altare. Mi siedo a metà della chiesa. Tutto è proteso verso l’alto, verso la cupola, verso un cielo che sembra davvero in questa mattina di gennaio potersi ricordare dei suoi servi disobbedienti/alle leggi del branco. Hölderlin e le sue divinità fuggite dal mondo e indifferenti al destino umano sembrano vivere lontano da qui.

    La transizione verso la fine dell’Ottocento è data dalla stazione della metropolitana e dal caffé Jugendstil di Otto Wagner, a metà piazza. Abbandonati nella neve di questo inverno viennese e chiusi per sempre o fino all’estate – il cartello sulla porta non lo specifica – sembrano attendere il ritorno di una sera fumosa di inizio secolo, con le donne e gli uomini silenziosi nei loro vestiti buoni a inseguire i loro sogni di rivoluzione o l’ombra di Lenin di ritorno dal Café Central, quando il futuro sembrava aprirsi oltre le luci del Canale del Danubio, al centro dell’Innere Stadt. Forse anche Trozkij è passato da qui, durante il suo soggiorno viennese e forse anche Beethoven, Mozart, molti anni prima, quando la stazione non esisteva e vi era solo la Karlskirche in fondo alla piazza. Vienna sembra attendere i suoi morti, nostalgica custode di un passato svanito.

    Dentro la Secessione, rimango a lungo a scrutare il Fregio di Beethoven di Klimt, le sue donne sensuali e deformate, l’enorme scimmia che incombe su tutto come gli echi di guerra nell’Ode al vento occidentale di Shelley o come le inquietudini di Fridolin e Albertine in Doppio sogno. Era la Vienna che fuggiva dai rigidi genitori asburgici, in cui Schnitzler fece il medico fino al giorno della morte del padre pur desiderando dedicarsi al teatro, in cui ognuno indossava la sua eliotiana faccia per incontrare le facce che incontri sotto cui si celavano desideri di fuga e di libertà. Era la Vienna in cui Freud parlava della necessaria conflittualità con il soffocante dover essere dei padri, in cui ognuno ricopriva il ruolo assegnato pur immaginando di essere altrove, attore necessario di un inutile spettacolo sospeso sull’abisso. La guerra avrebbe distrutto ogni finzione, portato alla luce l’inconsistenza della retorica dei padri e costretto i figli ad annientare i propri sogni in un conflitto inutile. Forse l’inquietudine dei quadri di Klimt parla di questo. Della consapevolezza di essere guidati dai propri padri verso il baratro senza poter fare niente per impedirlo e del tentativo dunque di affermare in qualche modo la propria autonomia, la propria libertà, rivendicare perlomeno nell’arte quel desiderio di emancipazione che il rigido conservatorismo asburgico non consentiva.

    Ma, in fondo, forse l’inquietudine raccontata da Klimt parla di ogni epoca, parla di chi, nel disorientamento di tempi inquieti in cui il silenzio di Dio diviene quasi insostenibile, cerca di sognare, di leggere poesie, di viaggiare per scoprire un angolo di mondo in cui, tempo fa, Beethoven scriveva la Settima Sinfonia omaggiando il dionisiaco nella danza e Schubert immergeva i suoi quartetti nella malinconia dell’inverno viennese. Di chi cerca, in definitiva, di rivendicare la propria singolarità. Quando esco, nevica ancora. Mentre mi allontano nella piazza, mi trovo a canticchiare l’inizio dell’Incompiuta. Mi sorprendo a pensare che parli proprio di questa neve.

  • Il museo di storia naturale in Marie-Theresien-Platz

    Le illusioni dell’Impero giacciono lungo il Ring. Qui i residui di grandezza di quella che fu la capitale della Mitteleuropa sembrano avvolti da un velo di nostalgia, da quella malinconia che pervade le opere di Zweig e di Werfel, di coloro che si trovarono improvvisamente gettati dalla tranquillizzante immobilità dell’Austria felix nella corsa precipitosa verso l’abisso del Novecento. Su questa strada muore l’Ottocento, muore la solare consapevolezza di poter raccontare il mondo in modo unitario e i due imponenti musei affacciati su Marie-Theresien-Platz, la Staatsoper con le sue statue dal sapore neoclassico e la Hofburg ricordano la vecchia canzone intonata da Ochs nel Rosenkavalier di Richard Strauss e Hofmannstahl e ispirata al valzer Dynamiden di Josef Strauss, obsoleti retaggi del mondo di ieri. E in effetti queste strade sembrano risuonare del rimpianto del barone Ochs per quel mondo perduto della sua giovinezza in cui si cantava Mit mir, mit mir keine/Kammer dir zu klein, della malinconia della Marescialla che vede l’amato Octavian abbandonarla per Sophie. Così sono tutte le cose del mondo/cui non arriviamo a prestar fede/solo chi le vive ci crede e non sa come dice la Marescialla alla fine del Cavaliere della Rosa e forse esprime bene lo spaesamento che si respira in queste strade, il senso di perdita di un significato, di una funzione, di un ruolo. Nulla, qui, ha più senso, Vienna, un tempo centro del mondo è divenuta atomo periferico della storia. Quel luogo in cui, per citare quel passaggio di Werfel riportato da Magris, si era creduto di poter creare un capitalismo diverso dalla corsa al profitto inglese, in cui gli uomini non vivessero per lavorare ma lavorassero per vivere, per ottenere quanto necessario per dedicarsi a ciò che amavano, si crogiola nel ricordo del suo suicidio il giorno dell’ultimatum alla Serbia.

    Quando cala la notte, tutto sembra infine tornare. Le ombre si allungano sulla razionalità degli edifici ottocenteschi e sembrano evocare la città spettrale entro cui si muove Fridolin ossessionato dalle fantasie di tradimento di Albertine, sembrano risuonare della musica da strada che invade le rigide architetture della sinfonia nei brani di Mahler, sembrano popolarsi delle figure sensuali e distorte di Klimt, dei fantasmi della libertà evocati da Freud sotto la rigida rispettabilità borghese dei cappelli a cilindro. La città era corrosa già da tempo, l’unità dell’impero asburgico minata da rivolte e rivendicazioni etniche dall’inizio dell’Ottocento e il racconto imperiale, solare e unitario dei palazzi sul Ring non era nient’altro che l’ultimo tentativo reazionario di ancorarsi a un mondo svanito forse già dopo la morte di Maria Teresa. Non vi era né grandezza né razionalità né la rivendicazione di chissà quali valori universali negli ultimi giorni di regno di Francesco Giuseppe, solo una società borghese ingiusta e conflittuale non particolarmente dissimile da quelle degli altri paesi europei. La nostalgia che mi pervade mentre attraverso queste strade è dunque qualcosa di più sottile del rimpianto per un tempo in cui si riteneva abituale che l’uomo non si identificasse con il proprio lavoro e in cui Billroth, oltre ad essere il chirurgo più celebre di Vienna, poteva essere un virtuoso in vari strumenti musicali e amico di Brahms, per un tempo in cui si poteva viaggiare da Trieste a Budapest senza incontrare frontiere. È l’illusione della possibilità di un luogo in cui essere infine pacificati, di un luogo in cui le asperità del tempo svaniscano come nei giorni dell’infanzia, in cui tutto abbia senso e non vi sia niente da interpretare, tutto sia chiaro e univoco. È il desiderio di tornare a un porto mai esistito, al porto in cui le nostre inquietudini trovino pace e il rumore del mondo resti infine distante, in cui sentirsi infine protetti. Ma il porto delle illusioni di cui parla Ciampi in quella canzone non è mai stato qui e le nostre chimere non hanno mai avuto la possibilità di realizzarsi.

    Ho trovato
    una nave che salpava
    ed ho chiesto dove andava
    “Nel porto delle illusioni”
    mi disse quel capitano.
    Terra terra
    forse cerco una chimera
    questa sera, eterna sera.

    (P.Ciampi, Livorno)

  • Vienna, 3 gennaio 2020

    La sala d'oro del Musikverein di Vienna
    La sala d’oro del Musikverein di Vienna

    Vienna mi deve un guanto e una sciarpa, persi nel tentativo di trovare il guardaroba giusto alla Staatsoper prima di vedere il Fledermaus. Io le devo i miei sogni di bambino e forse siamo pari così, perché se ho iniziato a suonare è stato anche perché a ogni volgere dell’anno mamma accendeva la televisione sul concerto di Capodanno al Musikverein e con mio padre pianificavamo di andarci, un giorno, prima o poi – avremmo preso un treno e avremmo passato la notte di Capodanno a Vienna, poi al mattino avremmo cercato di ottenere i posti in piedi per il concerto. Facevamo molti progetti, in quegli anni, io e mio padre, molti viaggi che venivano immaginati, percorsi e poi riposti in un angolo della memoria fino all’occasione successiva. Credo di aver acquisito in quelle sere di racconti e programmi la mia inquietudine, la mia tendenza a riconoscermi nelle Venusinas di Ferrer, in quelle donne silenziose, tristi e strane inventrici del tango e della nostalgia.

    Eppure oggi è il 3 gennaio e sono qui, nella Sala d’Oro del Musikverein. La Tonkünstler Orchestra suona un programma largamente permeato dalla tradizione dell’operetta e della musica da ballo viennese, tra Suppé e il solito Strauss e mentre i musicisti intonano la parte vocale della Bauern Polka di Johann Strauss mi rendo conto di aver passato buona parte della mia adolescenza a suonare musica come questa – arrivava il primo gennaio e preparavamo qualcosa di Strauss per il concerto tradizionale al vecchio Teatro Comunale, poi in primavera non era raro presentarsi in concerto con musica da ballo viennese, dato che il pubblico generalmente apprezzava e non erano brani eccessivamente complessi da interpretare per musicisti spesso in media quattordicenni o quindicenni. Intorno a quei concerti scorreva la vita, scorrevano i pomeriggi fuori dalla scuola a parlare dei viaggi da fare dopo la maturità, scorreva la scoperta di García Marquez, di Dostoevskij, di Stendhal, scorrevano le parole di quella canzone di Guccini di cui adesso comprendo il significato, ma che all’epoca mi limitavo ad apprezzare e a cantare che parlavano dei nostri miti morti ormai/la scoperta di Hemingway/le cose sognate e ora viste. E dunque in questa sala, mentre l’orchestra suona e saluta l’anno con i frammenti di un mondo perduto, di quell’Austria Felix imperial-regia che alla fine dell’Ottocento si avviava verso la sua scomparsa danzando ed indagando nell’arte e nella psicoterapia le radici delle sue inquietudini, ritrovo l’ombra di ciò che sono stato e che per molto tempo avevo dimenticato. Ritrovo il bambino che giocava, davanti alla televisione, a dirigere il concerto di Capodanno dietro le spalle di Mehta, ritrovo l’adolescente che una notte a Ischia si lasciò convincere dalla fagottista dell’orchestra a finire di leggere Cent’anni di solitudine perché fidati, ne vale la pena, è bellissimo. Ritrovo le mattine di Capodanno, il cappotto nero, il palco del Comunale ormai svanito dopo la costruzione del Teatro del Maggio come l’impero multiculturale di Francesco Giuseppe, mia madre, mio padre e mio nonno ad attendermi di fronte all’ingresso di Corso Italia. Non avevo più memoria di tutto questo. Eppure tutto riaffiora, in questo pomeriggio viennese, mentre ascolto Strauss e Suppé nella Sala d’Oro del Musikverein. E forse devo anche questo a questa città.

  • Uscendo da teatro, discutiamo di come ci raccontiamo, di come rappresentiamo le nostre vite giorno dopo giorno. Siamo stati a vedere un monologo basato su tre drammi di Jon Fosse e siamo stati pervasi dalle storie mancate di quei testi, dalle esistenze che si sarebbero potute vivere e che invece non sono state perché i personaggi hanno aderito a una qualche forma di dover essere rinunciando a se stessi e ai propri desideri. Siamo stati pervasi da quel senso di infinita e inutile continuità dell’esistenza espresso da una delle protagoniste – la città, dice, è piena di vivi che tra cinquant’anni saranno morti e cinquant’anni fa era piena di vivi che ora sono morti. La vita si mantiene senza preoccuparsi se, in questa eterna sostituzione dei volti delusi di oggi con altri volti pronti alla delusione che oggi sono ancora bambini e dicono che “tutti i nomi belli sono tristi”, la donna seduta sulla panchina abbia realizzato il suo desiderio di fuggire con l’uomo incontrato prima del funerale oppure sia rimasta lì a fantasticare, a coltivare il suo non-essere, il suo essere altrove rispetto al senso di sé che immaginava.

    Uscendo da teatro, parliamo delle storie che raccontiamo a noi stessi per darci senso e di come talora quelle storie non ci piacciano eppure rimaniamo al loro interno, forse per noia, forse perché è troppo difficile attraversare il buio per iniziare un nuovo racconto. E così a volte ci facciamo trascinare dalle onde, fermati dagli infiniti non si deve e non si può di cui parla anche l’Antigone di Anouilh in cui mi rivedevo così tanto negli anni del liceo, e alla fine nessuno ci riconosce più, come il marinaio di Fosse che non viene riconosciuto dai genitori.

    O forse talora proviamo a cambiare, a saltare nell’oscurità, a dirci diversi e abbiamo paura di finire come la donna del dramma di Fosse che ignora gli avvertimenti della madre e finisce annegata dall’uomo che amava.

    In tutti i casi, rimaniamo con le nostre storie di noi stessi, con i particolari che raccogliamo dalla realtà per giustificarci e per dare validità al senso del nostro esistere che ci siamo creati. Forse sono storie intimamente insoddisfacenti, forse non abbiamo la forza di cambiarle, forse non sappiamo veramente come farlo. Uscendo da teatro, non ci sono risposte, solo le domande di due fratelli che si ritrovano dopo qualche tempo e che parlano dell’esistenza come quando, tanto tempo prima, la sorella più piccola chiedeva al fratello più grande il senso delle cose e lui aveva più certezze e poteva risponderle.

    Questo testo nasce da una serata a teatro con mia sorella Chiara a vedere due testi tratti da Jon Fosse e dalle conversazioni conseguenti. Molte delle osservazioni contenute in queste righe nascono dagli spunti di Chiara, che ringrazio, dopo lo spettacolo. L’immagine del bambino che dice che “tutti i nomi belli sono tristi” è tratta da un passo di “Sogno d’Autunno” di Jon Fosse.

  • In questi pomeriggi d’Ottobre, vivere a Firenze sembra quasi facile – basta salire in macchina, mettere su gli Stones e fare un giro nella città tiepida dopo l’afa estiva cantando Paint it black. Questi giorni d’autunno hanno la malinconia delle storie che finiscono, delle storie che iniziano, dei progetti di un anno che sono giunti al loro completamento e dei nuovi sogni che ancora sono troppo embrionali per destare preoccupazione. Si ricostruisce la propria esistenza e il proprio senso di sé all’inizio di ogni autunno, gettando via la continuità dei giorni che abbiamo vissuto e imparando ancora una volta a giocare alla vita, a creare regole nuove che ci condurranno nella rappresentazione degli uomini che saremo, tra un anno, prima di cambiare tutto di nuovo. E dunque vagare per Firenze in questo Ottobre di pomeriggi passati all’Odeon a vedere Joker e di sere trascorse con gli amici a salutarsi sempre più tardi perché non si può essere soli mentre le nostre vite cambiano vuol dire attraversare una terra di nessuno, dove rimane solo l’ombra di quello che eravamo, per citare quel libro di Sepulveda, e non c’è ancora nulla che dica come saremo tra un anno. Attraversiamo un vuoto di senso, dove ogni cosa appare ricolma delle speranze per un futuro ancora lontano e dove gli oggetti appaiono stanchi dei significati che abbiamo dato loro per troppo tempo e dunque si sta in questa realtà di giorni sempre uguali in cui l’esistenza sembra ribellarsi alla continuità.

    Alla radio ora danno i Pulp, Common People, e si affollano alla mente i ricordi dei giorni in Spagna, delle ville signorili di Siviglia, retaggio degli anni in cui pochi nobili avevano in mano quasi tutte le ricchezze del Paese, del lavoro, di tutto quello che mi ha definito dallo scorso autunno a ora. Le storie terminate dell’anno che muore, le storie che mi hanno reso ciò che sono. Tengo per mano il senso di me che abbandono.

  • Siviglia, 16 settembre

    Il balcone di Rosina a Siviglia

    Cercare frammenti di opera per le strade di Siviglia è un gioco semplice anche per un melomane svogliato come me. Semplice e forse non particolarmente utile, dato che le opere che vado a scovare tra le case del centro sono state scritte a centinaia di chilometri da qui da autori che non avevano mai messo piede in città. Eppure, il gioco ha un suo interesse e dunque mi ci dedico durante le mie passeggiate senza meta, pur conscio della sua inutilità. E dunque individuo nella Real Fábrica de Tabacos, nella sua imponente struttura settecentesca a pochi metri dalla Cattedrale, il luogo in cui Carmen afferma la sua totale libertà dicendo Se non mi ami/io ti amo/Se ti amo/stai in guardia all’inizio dell’opera omonima. Sembra quasi di vedere la scena e sembra impossibile che Bizet abbia potuto scrivere qualcosa di così adeguato a questo luogo senza mai aver messo piede sul suolo spagnolo. Poco lontano, lungo le mura del Real Alcázar, in Calle Agua, si sentono ancora risuonare le note di Carmen: in questa strada, près des remparts de Séville, è la stessa Carmen, nel primo atto dell’opera, a situare l’osteria di Lillas Pastia in cui, nel secondo atto, avviene l’incontro con Escamillo. Questi entra, ha vinto la corrida di Granada e nell’aria Votre toast, je peux vous le rendre evoca l’atmosfera della Plaza de Toros, il cui spettacolo di sangue e morte ricorre anche nel finale dell’opera, quando Carmen viene accoltellata da Don José davanti all’arena proprio mentre Escamillo, all’interno, uccide il toro.

    È una Spagna di passioni brutali, quella presentata da Bizet, di cui la corrida, simbolo di coraggio e morte, è la rappresentazione più immediata. Ma è anche una Spagna in cui Carmen emerge come donna capace di scegliere gli uomini secondo il suo piacere e di accettare stoicamente il proprio destino, dato che sa fin dal principio, avendolo letto nelle carte, che Don José la ucciderà. È in sostanza una Spagna che riflette più che altro quelle che erano le aspettative del pubblico francese, a metà tra la cartolina dalla Plaza de Toros e l’inquietudine per la sempre maggiore libertà delle donne nella società del tempo. È però una Spagna che mi trovo a inseguire nelle strade di Siviglia e che mi emoziona, quasi, quando credo di trovarla in Calle Agua o alla Real Fábrica de Tabacos. Lillas Pastia non ha mai avuto un locale in questi luoghi, ma immaginandolo posso esplorare il barrio de Santa Cruz, l’antico quartiere ebraico di Siviglia, e rimanere per qualche minuto ad ammirare le ceramiche di Plaza de Doña Elvira. Alla fine faccio rotta verso i Jardines de Murillo, in fondo a Calle Agua. Prima di entrare, sono attratto da un’iscrizione. Segnala che di fronte a me si trova il balcone di Rosina, dato che probabilmente l’immaginazione popolare ha situato nel palazzo di fronte a me le vicende raccontate nel Barbiere di Siviglia. Evidentemente, in questa città non si può sfuggire all’opera.

    Qualche riferimento:

  • Siviglia, 16 settembre

    Incontro Machado improvvisamente, vagando per le vie di Siviglia. È una mattina pigra, dopo vari giorni di esplorazione ho deciso di fermarmi, svegliarmi tardi, riposare. Esco di casa, vicino al quartiere della Macarena, e mentre cerco di raggiungere il centro mi perdo, prendo due svolte sbagliate ed è lì che il poeta mi attende.

    Sono venuto a Siviglia anche per quei versi, per quell’inizio della poesia Retrato messo in musica da Serrat che negli anni mi sono trovato più volte a canticchiare immaginando una mattina andalusa e un giardino profumato di limoni. Quei versi dicono

    Mi infancia son recuerdos de un patio de Sevilla
    y un huerto claro donde madura el limonero

    e appartengono a un componimento in cui Machado fa i conti con se stesso, con l’uomo che è stato e con l’uomo che non sarà mai e in cui arriva infine a immaginare la sua morte, su una nave perduta sul Mediterraneo (Y cuando llegue el día del ultimo viaje/y esté al partir la nave que nunca ha de tornar/me encontraréis a bordo lijero de equipaje/casi desnudo, como los hijos de la mar). La morte, Machado, l’avrebbe in realtà incontrata in modo diverso, al confine francese fuggendo dalla Spagna franchista dopo aver sostenuto la Repubblica durante la guerra civile, ma le parole finali di Retrato rimangono una delle rappresentazioni più delicate in poesia dell’incontro con il mistero della caducità dell’esistenza umana.

    Ho ricercato molto, in questi giorni sevillani, l’odore del patio cantato da Machado, del giardino dei limoni e ho creduto di trovarlo molte volte, nei giardini dell’Alcázar di origini arabe poi ampiamente rinnovato da Pedro I, nei patios intravisti dai cancelli di ferro delle case della Macarena e di Santa Cruz, ma è in una piccola piazza in cui un’iscrizione recita Las dueñas che infine mi rendo conto di essere giunto nel posto giusto. Sul muro di un palazzo sono riportati infatti quei versi e si segnala che là dentro si trova la casa natale del poeta. Si tratta della dimora della duchessa di Alba, il cui volto mi rendo conto di conoscere per qualche ragione non particolarmente chiara, ed entrando posso infine attraversare i luoghi cantati da Machado ed è strano vedere le immagini reali confrontarsi con quelle create da anni di fantasticherie su quei versi, ritrovare qualcosa di sè, qualcosa che ha fatto parte, nella sua trasfigurazione letteraria, della propria esistenza, così lontano da casa.

    In effetti, c’è molta letteratura nelle motivazioni di questo viaggio, molte poesie di Lorca che mi spingevano ad andare a vedere quella Córdoba lontana e sola in cui il suo cavaliere errante non arriverà mai o a ricercare gli amargos all’ombra degli aranci, molte storie che parlavano delle notti di Cadice in cui il Magico Gonzalez si immergeva prima di andare a giocare in attacco nella formazione cittadina, in serie B, e far sognare il pubblico con la sua tecnica da numero 10 di un calcio non ancora eccessivamente muscolare, in cui ancora c’era spazio per la fantasia. E mi chiedo che senso abbia mettersi in cammino per inseguire ciò che si è letto, ciò che altri hanno filtrato attraverso la propria sensibilità e la propria esperienza e rivestito dunque dei propri sogni, dei propri ricordi, delle proprie utopie. Mi rendo conto che il rischio di essere delusi è grandissimo, perché ciò che abbiamo amato non sono quei luoghi, ma il racconto che ne è stato fatto, che li ha trasfigurati e che non può essere ritrovato nelle pareti degli edifici e nei volti delle persone incontrate per strada.

    Eppure, io in Andalusia cercavo qualcosa di diverso. Cercavo qualcosa di me, del ventiduenne che vedeva Siviglia o Granada come una fuga dal grigiore della vita di allora e che dunque utilizzava le poesie di Lorca, i versi di Machado o la musica di Camarón per sostenere la propria fantasia su un luogo dove tutto sarebbe stato diverso, dove le cose sarebbero state più semplici e la solitudine non sarebbe più esistita. In fondo, cercare i luoghi di Machado a Siviglia, intraprendere il viaggio per Córdoba, non è che al contempo un modo per chiudere i conti con il ventiduenne di allora e per vedere ciò che di vero ci poteva essere nei sogni di un tempo. È riprendere la narrazione di un’altra vita possibile, che all’epoca facevo spesso, e dare ad essa un sostegno fatto di luoghi e di ricordi, ma è anche comprendere quanta distanza ormai ci sia da tale narrazione. In questo viaggio, l’uomo di oggi e il ragazzo di ieri camminano uno vicino all’altro, si entusiasmano insieme per la bellezza della notte di Siviglia, così simile alle notti andaluse in cui il ragazzo sognava di perdersi, si emozionano trovando il giardino dei limoni di Machado, scendendo alla stazione di Córdoba, guardando uno spettacolo di flamenco, una sera, in un piccolo locale del centro. Al ritorno avranno nuovi sogni da inventare, nuove fughe da progettare, ma avranno chiuso i conti con gli anni bui. Allora, l’Andalusia era una terra chiusa, da immaginare, ma in cui non si poteva andare – ci volevano troppi soldi, troppo tempo e poi la possibilità stessa di un viaggio sembrava esclusa, il mondo era fermo, cristallizzato, e prendere un aereo avrebbe turbato eccessivamente l’ordine dell’Universo. Ora sono seduti nel patio di Machado, in una mattina di fine estate in cui ancora non si percepisce l’incombere dell’autunno. Tutto è cambiato.

  • Granada, 13 settembre

    Le radici cristiane dell’Europa non tengono conto del Mediterraneo. Del Mediterraneo che se ne è sempre fregato dei confini, del Mediterraneo che lasciava vagare uomini, idee e religioni senza chiedere a nessuno la provenienza. Del Mediterraneo che fu greco, romano, arabo, genovese, veneziano senza mai appartenere davvero a nessuno. È di fronte alle rive del Mare Nostrum che si infrange ogni tentativo di dare una definizione all’Europa, che viene frustrata l’ansia di unificare una storia di migrazioni, guerre e incontri secondo una singola lettura di tipo religioso o culturale.

    Le strade di Granada raccontano questo. Gli Arabi qui sono rimasti per secoli e, oltre all’Alhambra, hanno costruito un acquedotto che tuttora rifornisce la città e un quartiere labirintico le cui case sono piene di giardini da cui gli abitanti potevano trarre il sostentamento necessario nei periodi di assedio. Ma i giardini erano anche altro, erano per i musulmani la rappresentazione del Paradiso ed ecco che tutta l’Andalusia è piena di giardini, derivati dal desiderio degli Arabi di sentirsi un po’ più vicini a Dio nei pomeriggi d’estate, quando i cinquanta gradi che sono costanti da queste parti ottundono la mente e rendono impossibile fare altro che contemplare e riposare. L’origine d’Europa è anche qui e, mentre attraverso il quartiere arabo di Granada osservando le mura di confine delle case da cui emergono frammenti di alberi e i piccoli cancelli che lasciano intravedere grandi giardini interni, mi chiedo se, invece di rigettare ogni eredità diversa da quella giudaico-cristiana dalla nostra identità culturale, non dovremmo accogliere nel nostro sentire di europei anche queste strade di Andalusia, questa cura per la natura, questi ampi spazi verdi all’interno della città, questa idea che i giardini debbano essere presenti e meritino cura perché sono l’immagine terrena del Paradiso. Oggi si parla molto di verde pubblico e della necessità di riportare la natura all’interno del grigiore delle nostre città in cui il cemento soffoca il sole, gli Arabi lo avevano già fatto ottocento anni fa aggiungendovi anche una dimensione di ricerca spirituale.

    Oltre il quartiere arabo vi sono le mura e oltre le mura c’è Sacromonte, nelle cui grotte si rifugiarono i musulmani e i gitani cacciati dalla città dall’Inquisizione e in cui, cantando e ballando insieme, sposandosi e mescolandosi dopo un’iniziale diffidenza, crearono il flamenco. Ancora una volta, l’emarginazione che trova voce attraverso il canto, il ballo, attraverso una musica che forse è rimasta la meno assimilata alla tradizione europea, con la sua emissione vocale sforzata e le sue scale orientali e che oggi è spesso ridotta a una funzione di pura esibizione per turisti in cerca di un sapore spagnolo. È curioso che il flamenco, musica di perseguitati dalle classi dominanti di Spagna, nato fuori dalle mura di Granada perché in città i gitani e i musulmani rischiavano la vita, abbia finito per rappresentare proprio quel Paese che aveva rigettato i suoi primi interpreti.

    È il tramonto. Nei locali di Sacromonte si beve a poco prezzo e si può osservare, lontano, l’Alhambra. Presto inizieranno a suonare e a ballare il flamenco, ma mi aspettano tre ore di autobus per Siviglia e non posso rimanere fino a tardi. Sullo sfondo, l’antica cittadella fortificata araba sembra ricordare che la storia d’Europa è fatta di popoli che vanno e vengono, che si incontrano e si scontrano e che in fondo essere figli delle terre del Mediterraneo vuol dire avere tutte le patrie e non averne nessuna.

  • Córdoba, 12 settembre

    Le case bianche della Júderia, addossate all’antica Moschea, raccontano una storia di incontri e di tolleranza. Gli arabi permisero agli ebrei di costruire il loro quartiere vicino ai centri del potere politico e religioso in ragione dell’importanza economica che questi avevano in città e mentre il venerdì pregavano in un edificio quadrato, non gerarchico, in cui solo il califfo aveva un luogo che segnalasse il suo potere, a poca distanza sorgevano sinagoghe e si preparava lo shabbat. Oggi alcune delle strade strette della Judería si sono riempite di negozi turistici, ma percorrendo in modo casuale, senza una meta precisa, quelle vie bianche improvvisamente ci si ritrova soli, i rumori della città ormai scomparsi in lontananza, e si può immaginare di essere altrove, in quel frammento del tempo in cui gli ebrei non erano identificati come nemici in queste terre, ma vivevano in pace accanto a quei musulmani che oggi accusiamo di intolleranza e di chiusura. E penso all’Oriana, a tutti i suoi scritti sull’arretratezza dell’Islam, alla sua teoria che non sia mai esistito un “Dante musulmano” espressa ignorando secoli di tradizione lirica araba e penso a cosa direbbe a riguardo la polvere di queste strade, quella polvere che ha visto tempi in cui gli intolleranti erano i cristiani, che con Dante mettevano Maometto all’inferno, che cacciavano ebrei e moriscos dalla Spagna e li facevano perseguitare dalla Santa Inquisizione, che chiamavano Reconquista quella che in realtà era una guerra di invasione di territori che per ottocento anni erano stati arabi, che distruggevano un tessuto sociale multietnico e tollerante per portare l’arroganza dell’unica vera fede. Ma la polvere delle strade tace e dunque rimangono solo i pannelli del Museo di Sefarad e i suoi racconti di ebrei convertiti bruciati dall’Inquisizione a conservare la memoria. A poca distanza, l’unica sinagoga sopravvissuta all’invasione cristiana, costituita esclusivamente da una stanza, dischiude ai viaggiatori che si trovano ad entrarvi la sua bellezza rara, con disegni arabeggianti che si intrecciano sulle pareti.

    Quando cala la notte, si acquieta la melodia ossessiva del fisarmonicista che suona sempre le solite due linee melodiche sul ponte romano sul Guadalquivir e i locali risuonano del flamenco esibito per i turisti. Mi fermo a spiare uno di quegli spettacoli dalla finestra di una via laterale, poi inizia a cadere una pioggerellina sottile che mi spinge a fare rotta sulla stazione. Mentre attendo il treno penso a Hegel, alla sua idea della storia come progresso. Le strade di Córdoba, la vita pacifica spazzata via dall’invasione cristiana e dall’Inquisizione, la Cattedrale cinquecentesca costruita demolendo la parte centrale della Moschea, sembrano mostrare che tale idea ha delle notevoli debolezze.

  • Jerez de la Frontera/Arcos de la Frontera, 17 settembre

    Anche gli arabi avevano nostalgia. Sono a Jerez de la Frontera e sul soffitto dei bagni dell’antico Alcázar i costruttori hanno praticato dei fori a forma di stella. Il cartello spiega che vorrebbero richiamare le stelle del deserto e io penso a quel popolo in marcia lontano dalla propria terra, che aveva percorso tutta l’Africa ed era arrivato in Europa in obbedienza al precetto di Maometto di diffondere l’Islam, ma che ogni tanto si sedeva sulle mura di Jerez e guardando l’orizzonte immaginava l’Arabia perduta e i giorni in cui ci si poteva sdraiare nel deserto e guardare il cielo. Ognuno in Europa non è padrone di altro che della sua nostalgia e della sua malinconia. Gli ebrei sefarditi sognavano la Spagna dalla loro diaspora, gli Arabi rimpiangevano il deserto e portavano con sè le piante delle proprie terre per non sentirsi troppo fuori posto, i marinai in viaggio cantavano le loro canzoni tristi per donne che forse non avrebbero più rivisto. Tutti coltivavano la propria tristezza e vagavano sentendo di appartenere a un altro luogo, indipendentemente dalle ragioni del viaggio (fuga, conquista o commercio).

    Horacio Ferrer, in una delle sue poesie più belle, la Canción de las venusinas, dice che la nostalgia nacque da alcune donne di Venere che decisero di fermarsi a Buenos Aires con la loro tristezza e i loro silenzi. In questo pomeriggio caldo – ho preso l’autobus per Arcos de la Frontera e le strade bianche che portano a lunghi camminamenti da cui si può vedere tutta la valle sembrano determinare una curiosa sospensione del tempo, analoga forse a quella di cui parlava Montale nei meriggi cantati negli Ossi di seppia – mi chiedo quale sia la mia nostalgia, di quale patria senta la lontananza e perché mi senta così affine alle Venusinas di Ferrer e agli arabi tristi di Jerez. Nell’Altrove bianco delle case di Arcos l’unica risposta possibile viene dalle Confessioni di Agostino, da quella pagina meditata dal Petrarca sul Monte Ventoso e che colpì anche me quando la lessi a sedici anni che dice che gli uomini vanno per il mondo ad ammirare le montagne e le valli e non si fermano davanti a se stessi. Forse il senso dell’inquietudine, dell’eterno vagare e sentirsi fuori posto è questo, una ricerca di porre rimedio all’inevitabile incompletezza dell’esperienza umana, all’inevitabile tendenza alla delusione di una vita il cui senso sembra costantemente sfuggire, come se altrove questo fosse possibile, come se altrove potessimo essere davvero noi stessi e compiutamente felici. E invece ogni cammino genera nuova inquietudine, nuovo desiderio di andare, nuove nostalgie. Eppure, per Ferrer, le donne di Venere oltre alla nostalgia inventarono il tango, come a dire che alla fine tutto ha senso e la nostalgia e il senso di incompletezza servono a creare bellezza, a creare poesia, a creare stelle sul soffitto per immaginare altri cieli. E in fondo sono la bellezza e la poesia a renderci umani.

    Nell’afa del pomeriggio di Arcos, guardando la pianura in lontananza si può percepire l’infinito. Un bambino cerca di vendere braccialetti alle passanti. Lo osservo per un attimo, poi riprendo il cammino.