• Il testo/divertissement che segue è nato come esercitazione per il racconto di sé nel corso della preparazione dello spettacolo “Enif-Fine-Enif” della Compagnia Teatrale Universitaria “Binario di Scambio”, andato poi in scena a maggio 2017.

    Il paziente, G.S., di anni 26, si presenta alla nostra attenzione per recidive di bovarismo, di cui riferisce episodi acuti nel corso della seconda decade in seguito alla lettura de “Le onde” della sig.ra Woolf e de “La Certosa di Parma” dello stimato Henry Beyle.

    Il soggetto appare tranquillo, ma presenta una tendenza patologica a costruire castelli in aria e a immaginare gli imprevedibili risvolti che la sua vita potrebbe avere se prendesse il treno delle 21.05 per Roma.

    L’anamnesi patologica remota è positiva per le comuni delusioni dell’adolescenza: una ragazza che gli piaceva e che non lo amava, i consueti sogni di gloria puntualmente terminati in un venerdì sera di maggio sui gradini del Duomo e pagine e pagine di infiniti racconti sull’abbandono e sulla solitudine lasciate a scolorire in un cassetto dopo aver scoperto di non avere talento letterario.

    Riferisce di suonare il contrabbasso dall’età di anni dodici, fatto in ragione del quale viene richiesta una perizia psichiatrica urgente.

    All’anamnesi farmacologica, viene riportato un abuso dei mezzi di edulcorazione della realtà: la poesia, la musica e le lunghe perifrasi piene di termini ampollosi con cui esprimere concetti brutalmente terreni.

    Viene stabilito l’isolamento in casa fino alla risoluzione dei sintomi per il timore che possa contagiare gli altri pazienti. Si sceglie al contempo di non implementare una terapia farmacologica, ma di adottare una strategia di vigile attesa.

    Firenze, il 10 marzo 2017,

    Il medico responsabile

  • Gennaio 2011

    La stazione era deserta. Fatta eccezione per un vecchio barbone che dormiva in un angolo e per un uomo che, nascosto dietro un vetro e dietro i suoi occhiali da miope, leggeva un libro di Cèline, non c’era nessuno. Il ragazzo e la ragazza vicino ai binari erano giovani, certo, ma il loro addio aveva il sapore delle cose vecchie, dei sogni perduti, delle illusioni svanite. La ragazza stava seduta sulle ginocchia dell’uomo; guardava distrattamente la ferrovia dove il treno non arrivava, non ancora. Il ragazzo la guardava come se l’avesse già perduta, come se tutte le speranze e gli slanci che avevano accompagnato il loro amore lo avessero abbandonato da tempo. “E così parti”, questo voleva dirle, in un’inconscia citazione di una poesia di Eliot che avevano letto insieme, allora, quando ancora tutto aveva un senso e non era caduto nella vuota rappresentazione di un sentimento. Il tono della ragazza, quando parlò, fu netto, serio, professionale: “Allora… vediamo se non dimentico nulla… i biglietti li ho, i bagagli… ho preso tutto,no?” L’uomo annuì. Ora era lui a fissare la ferrovia vuota da cui sarebbe giunto il treno che avrebbe portato via la donna che ora sedeva sulle sue ginocchia. E l’avrebbe portata via per sempre, forse.

    Era una scena da vecchio, banale film romantico, pensava lui, mancava solo la pioggia. Ma non pioveva, sebbene l’aria sottile della sera li facesse stringere talora dentro i loro cappotti. Non c’era più nulla da dire, pensava lui, nulla di diverso dalle poche frasi di circostanza che li rendevano ormai estranei, che si scambiavano come due sconosciuti. “A che ora pensi di arrivare?” le chiese per rompere il silenzio. “Domani mattina presto, credo. Ti chiamo appena arrivo.” rispose lei con tono indifferente. L’avrebbe fatto, certo, con la noia che si riserva agli adempimenti necessari, con il fastidio per un atto ormai privo per lei di qualunque valore affettivo o simbolico. Cadde nuovamente il silenzio tra loro; ogni tanto, dalla cabina dell’uomo con gli occhiali giungeva il suono delle pagine che venivano voltate. Stava leggendo Cèline, l’uomo con gli occhiali, e prima di lui erano venuti Stendhal, Proust, forse Balzac. Avevano scandito gli anni che egli aveva passato in quel luogo con venti, trenta pagine per notte, come un passatempo innocente. Storie su storie si erano succedute nella mente dell’uomo con gli occhiali ed egli, ogni volta che terminava di leggere un libro, si sorprendeva a complimentarsi con se stesso, come se l’autore del romanzo fosse stato lui, come se quel testo si andasse a sommare ad innumerevoli altri che aveva composto. Ma poi l’uomo con gli occhiali pensava che non era mai stato capace di scrivere neanche una riga, sebbene un tempo avesse sognato di diventare scrittore, e si intristiva.

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  • A Dimitris Christoulas, suicida in piazza Syntagma il 4 aprile 2012
    A Beauty, respinta alla frontiera

    Potrà forse discutere con chi lo ha plasmato
    un vaso fra altri vasi di argilla?
    Dirà forse la creta al vasaio: “Che fai?”
    (Isaia 45,9)

    Quando tornò marzo
    le donne morirono sulle strade di Francia
    e Antigone lasciò Tebe – i fratelli morti
    nel desiderio inutile di un’altra guerra
    imputridirono nel fango dei loro sogni di gloria
    e il padre Edipo nei locali del centro
    cantò di vecchi eroi, della pia Giocasta
    che prese il mare in un giorno d’estate
    per scordare le urla dei fucilati
    per annegare il ricordo
    dei pensionati suicidi in piazza Syntagma
    dei cani senza padrone nelle strade di Atene
    – a vederlo, cieco e mezzo ubriaco
    palpare il seno della cassiera dopo l’ennesima storia
    non avresti pensato ai suoi giorni di festa
    quando in bianco e nero la sua alta uniforme
    annunciava alla patria sconfitte e vittorie
    decorava le madri dei troppi eroi.
    “Allora, nelle notti insonni di un altro inverno
    incontrai il Diavolo alle porte di Grecia
    ed ebbi il potere sui troppi annegati
    evocai i flutti sulle città fumose
    di stufe a carbone nelle sere deserte
    in cui solo il silenzio restava a vegliare
    i vascelli distrutti dalla morte improvvisa
    ma quando ‘l mar fu sovra noi richiuso
    e il ministro tedesco mi strinse la mano
    non sostenni la vista delle acque salate
    e spensi i miei occhi in un Aprile crudele.”

    Canta, Antigone, in questa sera di vento
    canta gli annegati che tuo padre sommerse
    e Ismene morta in terra straniera
    su cui disperdi infine il tuo sguardo.

    “Attendevo il cadavere di Polinice
    per compiere il mio ruolo come sempre
    morire nell’odore di erba bagnata
    di un’altra primavera
    lasciandoti alla tua giovinezza nei pomeriggi di marzo.
    Attendevo il cadavere di Polinice
    non certo il tuo, Ismene
    respinta alla frontiera con il tuo vestito rosso
    la tua pelle ambrata
    i tuoi passi troppo forti nella notte di Tebe
    quando rientravi tardi dopo aver congedato un altro volto di uomo
    e il padre Edipo
    affacciato alle finestre del primo sonno
    ti prometteva vendetta nel suo pigiama a quadri.

    Dicevi, Ismene, che preziosi sono i giorni
    che manda il Dio sulla Terra
    e partisti per la Francia quando la neve si sciolse
    ora un soldato ti copre con un mantello troppo corto
    troppo corto per nascondere
    il tuo vestito le tue labbra la tua pelle
    i tuoi passi
    i tuoi sogni

    Cullerò il tuo bambino con storie di fantasmi
    e lo condurrò via verso il mare del sud
    crescendo non saprà cosa hanno fatto a sua madre
    non morirà sparato nelle piazze di Firenze
    Tornerà la primavera nei suoi occhi azzurri
    e a Tebe, dove Dio e non gli uomini giudica la vita
    forse sarà felice, dimentico infine
    del passo incostante delle ombre sul muro
    del silenzio complice dei vincitori.”

    Non raccontarmi più storie, ho freddo e ho paura
    le dico in questa notte di rotte smarrite
    – le prime sere di primavera vegliano Firenze
    e le macchine solitarie in viale dei Mille
    si spengono nell’incubo di un Kerouac allucinato
    – conta solo andare, diceva, ma ovunque
    il vento narrava di case grigie
    in cui uomini esausti appassivano piano
    oltre i vetri ghiacciati dei tram del mattino.

    Al banco dei resi il profeta Isaia
    interrogava Dio sull’inganno della vita
    “In Santa Croce a sedici anni
    ubriachi di un sogno perduto
    camminammo insieme nella fragilità della notte
    e mi promettesti
    la salvezza di Sion in un giorno di sole
    Babilonia caduta con i suoi falsi profeti
    ebbene, dimmi ora
    che cosa è stato delle nostre illusioni?”

    Il vasaio tacque nella sua veste polverosa
    e ricordò un pomeriggio sul mare d’autunno
    la marea rifletteva il grigiore del cielo
    e lui raccontava le sue terre promesse
    crocefisse a Pasqua dai guardiani del tempio.
    “Ci hanno tradito” disse assopendosi
    nel suo sacco a pelo alla stazione dei treni
    gli uomini passando gli sputarono addosso
    e lui pensò al mondo in quell’estate lontana
    in cui tutto era apparso ancora incorrotto
    e tutto aveva senso e nello sguardo delle donne
    si imparava l’amore, la vita, il destino.

    Al mattino
    trovarono la sua utopia fragile
    morta nelle viscere di un’altra notte
    e infine compresero
    la vanità dei sogni.

  • “Non parli mai di Firenze” mi ha detto una persona qualche tempo fa. “Scrivi di Parigi, di Atene, di luoghi che hai visto in un’infanzia lontana, quando tuo padre ti portava alla stazione a veder partire i treni, o che hai solo immaginato in una notte troppo breve per i tuoi sogni di fuga. Mai di Firenze. Come se non fosse tua, come se non ti appartenesse. Come se in fondo il tuo essere qui fosse solo un dettaglio dell’esistenza, un punto di passaggio che ti incatena ai tuoi ventisette anni, ma di cui ti libererai presto come ci si libera delle stagioni, della giovinezza, dell’amore.”

    Per molto tempo, in effetti, Firenze non mi è appartenuta. Avevo forse troppo pochi anni per poter riconoscere qualcosa di mio nelle strette vie del centro, per poter fissare un ricordo nelle poche stanze illuminate che mi avevano visto bambino. Per molto tempo, poi, Firenze ha rappresentato tutto ciò che non andava nella mia vita: le amicizie svanite in una sera di settembre – ero diciannovenne, allora – la solitudine degli anni perduti a dimenticare la vita, a guardarla passare con la consapevolezza di non stare affatto progredendo, di stare perdendo giorni che non sarebbero più tornati.

    In questo pomeriggio di primavera ricolmo di sonno – la sopravvivenza al pranzo di Pasqua si rivela sempre estremamente complessa (poi verrà la sera e porterà un altro concerto nel solito locale troppo chiuso del centro, verrà la sera e riporterà la vita, la voglia di muoversi, ma al momento rimango adagiato sul mio iceberg con la mia malagrazia da tricheco troppo cresciuto) – le casse dello stereo rimandano Rien ne va plus.  L’amore occupa i capillari molto lento/mediando la ragione con un nuovo sentimento canta Ruggeri e forse, penso, è così che mi sento nei confronti di Firenze, come se silenziosamente, negli anni, l’amore per questa città mi avesse pervaso lentamente, senza che me ne accorgessi fino a questi ultimi mesi. In fondo, ho iniziato ad amare davvero Firenze in due momenti: in primo luogo, quando ho cominciato a percorrerla in macchina, un anno fa, quando fui obbligato ad abbandonare la mia pigrizia da patentato con la paura del traffico per via dei sempre maggiori impegni musicali che richiedevano il trasporto del contrabbasso. Fu allora che iniziai a memorizzare i nomi delle strade, ad associarli ai volti delle persone che vi avevo incontrato, ai ricordi. Fu allora che compresi che forse non vi è amore possibile senza una conoscenza precisa della toponomastica, senza sapere a quale frammento di città associare ogni sentimento. E dunque imparai che mi piaceva crogiolarmi nella malinconia nel lungo cammino che da piazza Ghiberti, attraverso via dei Macci, porta a Sant’Ambrogio, poi in via Pietrapiana e infine verso il Duomo; seppi che la felicità aveva le note dei Doors su viale Volta, mentre abbandonavo le voci di un’amicizia troppo breve. Riconobbi nel Giardino delle Rose, nella lunga ascesa per raggiungerlo, la meta dei miei primi amori e nella biblioteca delle Oblate il luogo dove avevo amato perdermi nelle vite degli altri nei pomeriggi d’inverno. E compresi infine il privilegio di Adamo (Genesi, 2,19), quello di poter dare un nome a ciò che lo circondava, facendolo uscire dall’indistinto e renderlo, in qualche modo, “suo”.

    In seguito, iniziai a scrivere, a recuperare i ricordi, a metterli su carta. Ed è forse scrivendo che ho avuto infine la consapevolezza di essere legato a questi luoghi, di poter associare alle pietre di questa città tutti i frammenti della mia vita. Passando in Piazza della Vittoria, qualche settimana fa, ho ripensato agli anni del liceo, a quell’andare e venire sotto quei pini in un’adolescenza di buone letture – allora le estati erano scandite dai libri, l’Ulisse a sedici anni alle terme, Anna Karenina e I fratelli Karamazov a diciassette, a diciotto il mio amato Stendhal, Guerra e Pace, Delitto e castigo – mentre mi preparavo a una vita che immaginavo facile – dicevo, allora, di aspirare ad una tranquillità borghese, desiderio presto tradito dalla mia naturale inquietudine. Pensavo, in quel mattino di marzo ancora freddo, di aver letto troppo presto i Russi, troppo presto per poterli comprendere appieno; è necessario vivere per poter capire i dilemmi morali di Dostoevskij, non è certo nel mondo protetto del piccolo liceo classico della Firenze bene che si può intuire il senso di precarietà da cui nascono i dialoghi notturni tra Ivan e Aleksej Karamazov sull’assenza di significato della vita. Eppure, anche quella precarietà l’ho imparata a Firenze, in seguito, mettendo in dubbio il mio naturale istinto a un ordine razionale del reale di fronte alla sofferenza nelle stanze d’ospedale.

    E dunque, mentre la stanchezza pomeridiana lentamente svanisce (credo in ogni caso che non mangerò nulla stasera), concludo che no, non voglio più fuggire, non voglio più sognare Parigi, le Antille, Roma. Ho imparato ad amare Firenze.

  • Ma, amici, arriviamo troppo tardi. È vero, gli Dei vivono ancora
    ma al di sopra delle nostre teste, in un altro mondo

    F.Hölderlin, Brot und Wein

    “Perché poeti in tempo di povertà?” si chiede Hölderlin nell’elegia Brod und Wein cercando di immaginare quale possa essere il fine della poesia in un tempo in cui l’armonia tra gli Dei e gli uomini si è rotta e dunque non è più possibile avere una comprensione completa della divinità. È la stessa domanda che potremmo porci oggi – e che già si poneva Montale nel discorso di accettazione del Nobel nel 1975 – oggi che, come osserva Ferroni al termine della sua Storia della Letteratura Italiana, “tutti sono poeti”, ma che sempre più la poesia sembra divenire o assolutamente periferica e inascoltata o del tutto asservita al narcisismo esibizionistico e alla spettacolarizzazione proprie della società contemporanea. Oggi che la complessità del reale sembra impossibile da cogliere tramite gli strumenti limitati e forse desueti della letteratura, oggi che la progressione verso l’avanguardia del moderno si è esaurita e che il postmodernismo sembra cercare di convincerci di essere nati postumi, alla fine della storia culturale del mondo, e di non poter fare altro che riprendere e imitare il passato con lo sguardo ironico di chi ha compreso che nulla ha senso e nulla può dare senso.

    In fondo, in musica si ha qualcosa di analogo. Ho studiato composizione e negli ambienti della musica di ricerca si avverte sovente una necessità di “nuovo” che spesso si unisce con l’erronea identificazione di tale dimensione innovativa con un utilizzo estensivo della dissonanza, senza rendersi conto che in fondo essa poteva suonare nuova all’epoca di Schönberg, non certo oggi, dopo Darmstadt, dopo il recupero della tonalità con il minimalismo, dopo gli esperimenti sulla musica popolare di Berio e il frantumarsi dell’avanguardia in migliaia di ricerche individuali estremamente diverse tra loro.

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  • Scrivo spesso di passanti. Probabilmente sono il simbolo dei nostri sogni in questa civiltà in declino. Ci penso a sera mentre mi riparo in una libreria di via De’Cerretani dopo una conferenza alle Oblate. Il relatore, mentre i residui dei discorsi su Montale svanivano e gli studenti dei licei giunti a cercare di comprendere le ragioni per cui si dovrebbe scrivere poesia oggi si perdevano nuovamente nel calore di un’altra primavera, ha perentoriamente affermato che dopo Zanzotto nessun poeta si è più interrogato sul senso della vita, della morte, della realtà, del linguaggio. “Dagli anni Settanta – ha affermato in modo netto – tutti i poeti si sono chiusi in un intimismo inutile, che è rassicurante perché dà senso, ma si sono rifiutati di affrontare la complessità del reale”. Mi sembra un ottimo messaggio da mandare a dei ragazzi che si interessano di poesia – mi dispiace, non scrivete, purtroppo siete nati postumi. Se foste nati negli anni Dieci o meglio ancora nell’Ottocento avreste potuto godere del fascino che assumono le buone cose di cattivo gusto nel salotto di nonna Speranza, ma oggi no, non potete provare a dare un vostro sguardo sulla realtà, perché sarete necessariamente fagocitati dai paragoni con il passato. E poco importa che la poesia non comprenda solo il primo Montale ed Eliot, non sia solo l’interrogativo sul senso filosofico dell’esistere, ma sia anche la comunicazione aperta e piena della sofferenza degli emarginati della Grande Potenza di Ginsberg, il canto delle puttane e dei vagabondi della Buenos Aires di Ferrer, la vita sotto le bombe della Sarajevo di Sarajlić. Davvero dunque raccontare l’umanità ferita dalla guerra, i suoi volti, le sue storie ha meno valore letterario di certe poesie volte alla distruzione del linguaggio della Neoavanguardia? Davvero raccontare i volti di chi è lasciato ai margini del progresso è secondario e forse inutile rispetto alla necessità di interrogarsi sulla presenza di un Dio che, se esiste, si è incarnato negli ultimi?

    Sinceramente, mi è sembrato un discorso affine a quello di chi sostiene che la musica è morta con John Bonham dei Led Zeppelin, un’analisi nostalgica che rifiuta di interrogare la specificità delle esperienze poetiche dagli anni Settanta in poi stabilendo a priori con una certa presunzione la loro sicura inferiorità rispetto ai modelli del passato. Peccato che la scrittura debba nascere da un’esigenza, non certo dalle codificazioni dei critici e che io apprezzi molto di più la verità di certe pagine di Hikmet rispetto all’astrazione spinta all’estremo del Parnasse francese o di certi componimenti di Mallarmé.

    Ma dicevo delle passanti. I loro sguardi ci vendono sogni a poco prezzo, ci permettono di illuderci sulla possibilità di un contatto, di un amore destinato a svanire quando i loro volti scompaiono nella nebbia di un altro inverno. In fondo, la nostra vita in questi anni confusi non è così diversa. Negli anni dell’infanzia, nei dorati anni Novanta in cui abbiamo creduto alle promesse sputate da un televisore o da chi era sinceramente convinto delle magnifiche sorti e progressive, ci siamo illusi di poter raggiungere ciò che desideravamo, di poter aspirare a qualcosa, così come proiettiamo su ogni passante quello che vorremmo che fosse, senza conoscerne la storia. Poi la passante svanisce e con essa i nostri sogni e così la vita annega le nostre illusioni nel gelo di un’altra crisi. Siamo probabilmente la generazione più istruita nella storia del mondo, eppure non abbiamo diritto ai sogni e non abbiamo neanche diritto di parola, perché la poesia e la musica sono state già scritte e noi, mi dispiace, siamo nati postumi.

    Ma inseguiremo le nostre passanti, scriveremo le nostre poesie, racconteremo le nostre storie. Perché in fondo abbiamo imparato a non dare retta a “chi pretende di spiegarci l’avvenire e poi il lavoro e poi l’amore”.

  • Samb e Diop li hanno ammazzati dietro casa mia. Due colpi di pistola in una mattina d’inverno – ricordo quel giorno, tornai a casa per i preparativi del compleanno di mia sorella e mia madre mi disse che era successo qualcosa, avevano sparato in Piazza Dalmazia – “State tutti bene?” – “Chiama il babbo” – “La mia collega venendo a scuola ha visto il sangue”. Alla radio dicevano che avevano ucciso due senegalesi – “Adesso cerchiamo di accertarne l’identità, ma quando l’avremo fatto inizieremo a chiamarli per nome” disse lo speaker di Controradio cercando di fuggire alle generalizzazioni giornalistiche per cui quando muori non conta chi tu sia stato, la tua storia, conta l’etichetta che ti appiccicano addosso – un giovane, un anziano, una donna, due africani – e la notizia ha importanza e valenze diverse a seconda di tale etichetta. In Piazza Dalmazia ho passato una buona metà della mia vita, la conosco a memoria: l’edicola dove compravo le figurine a sette anni dopo scuola, il cinema Flora cantato anche da Brunori dove negli anni del liceo andavamo a vedere i film culturalmente più impegnativi e dove incontrai per la prima volta una ragazza che avrei molto amato, la pizzeria dove andavamo a cenare alle medie, quando volevamo fingere di essere diventati grandi. Strano pensare a quel mattino, alla morte, al dolore in quel luogo così familiare. Ora in fondo alla piazza hanno messo una targa commemorativa nel punto in cui furono assassinati, tra una casa e la curva della strada. È difficile vederla a meno che non si sia al corrente della sua esistenza, quasi che le architetture irregolari della città protese a celarla si vergognassero di ammettere che, poco meno di settant’anni dopo la Resistenza celebrata dall’enorme monumento di fronte alla banca, i fascisti sono tornati a uccidere in un mattino di Dicembre.

    Ed è a quel mattino che ripenso oggi, oggi che di nuovo a Firenze si uccide per razzismo (perché solo per razzismo un uomo può uscire di casa con una pistola, arrivare sul ponte Vespucci e casualmente sparare all’unica persona di colore che vi si trovava a passare) e che, a differenza di quanto accadde nel 2011, non ci si stringe intorno alla comunità senegalese colpita, ma si cerca di minimizzare il suo dolore a fronte delle imperdonabili conseguenze della sua rabbia (hanno sputato al Sindaco, che dubito che si riprenderà mai da cotanto affronto, e rotto qualche fioriera, peraltro facendo subito dopo una colletta per ripararla). Spero che si tratti di un momento di confusione transitorio, destinato a svanire con la manifestazione di sabato, e non il segno che progressivamente, come già avevano fatto presagire le reazioni politiche ai fatti di Macerata, una parte della popolazione stia iniziando ad accettare come normale e forse auspicabile che si possa usare violenza nei confronti delle minoranze etniche.

    Tornando dai funerali di Astori, negli occhi ancora la folla in lacrime all’uscita del feretro da Santa Croce, la percezione della realtà della morte che pervade gli animi e li spinge a urlare, a cantare, sempre più forte, soffocando il silenzio che aveva regnato fino a pochi secondi prima, mi fermo in piazza Dalmazia, a pochi passi dalla targa che commemora Samb e Diop. Nel 2011 avevo vent’anni, penso, sono cambiato molto da allora, sono diventato una persona più sicura, con meno paure e meno indecisioni; non ho perso però la capacità di ascoltare le storie degli altri, di guardarli negli occhi, di vederli nella loro individualità di persone piuttosto che giudicarli per la loro appartenenza sociale o politica. Credo di essere rimasto umano. Mi auguro che Firenze abbia fatto altrettanto.

    Aggiornamento del 10/03: la città ha risposto con la consueta civiltà e solidarietà. Già un desiderio di pacificazione e di ricordare senza polemiche Idy Diene si era percepito ieri con le parole del Sindaco, oggi le migliaia di persone che si sono messe in cammino da Piazza Dalmazia verso il Ponte Vespucci hanno ribadito che no, Firenze non si è assuefatta alla violenza, al razzismo, a chi vorrebbe dividere gli uomini sulla base di categorie che dimenticano le storie e l’individualità di ciascuno. È confortante vedere che Firenze non è cambiata. È confortante vedere che qui, ancora, abbiamo avuto la capacità di restare umani.

  • Dei miei otto anni ricordo poche cose. Il gol di Batistuta a Wembley sentito alla radio, con il Guetta che gridò per dieci minuti buoni. Un rigore sbagliato da Chiesa in non ricordo quale partita, che gli valse un disegno irridente attaccato sulla porta della classe e subito fatto rimuovere dalla maestra. La bomba carta nella partita con il Grasshoppers, che portò all’esclusione dalla Coppa Uefa dell’ultima Fiorentina di Trapattoni. Dei miei undici anni ricordo il pomeriggio del fallimento – avevamo scommesso, io e mio padre, un gelato sul fatto che la Fiorentina non sarebbe scomparsa. Vinsi io, che da buon fiorentino diffidavo delle promesse di Cecchi Gori, ma la rifondazione della società e la sua iscrizione alla C2 ci fecero propendere per un sostanziale pareggio. Ricordo Riganò sui campi di provincia, il contropiede di Rossi in Fiorentina-Juventus, il suo ginocchio che cede, a Gennaio, poco dopo.

    Eppure, dei miei ventisette anni dovrò ricordare questo pomeriggio. Dico a mio padre che andiamo allo stadio, perché in fondo non si può piangere da soli e così ci troviamo sotto il primo cielo di marzo che minaccia pioggia in mezzo alla folla muta di viale Fanti, che lascia sciarpe, fiori, ma soprattutto parla – apparentemente del nulla, “Ci vediamo domenica alla partita”, “Hai visto Giovanni?”, in realtà probabilmente della vita, della morte, delle nostre illusioni. Perché in fondo non siamo qui solo per ricordare la morte di un uomo che aveva pochi anni più di me e che avevamo apprezzato, oltre che per le doti tecniche, per la totale assenza di un certo divismo che certe volte pare connaturato al ruolo del calciatore. Siamo qui anche per piangere la fine delle nostre illusioni, delle illusioni di quel bambino di otto anni che guarda le partite e crede che in fondo il calcio possa essere un buon rifugio dalle difficoltà della vita, qualcosa per cui arrabbiarsi e gioire senza essere assaliti dalla complessità del reale, dal suo senso sfuggente, dai suoi dolori. E invece in questo pomeriggio, nel lento andirivieni delle sciarpe viola, dei bambini con i disegni, delle donne che piangono, sembriamo avere infine capito che non si può fuggire. Che non è vero che esista un frammento dell’esistenza che si possa ridurre all’esultanza per un gol o alla rabbia per un giocatore che decide di cambiare squadra. Che la morte non ha paese, come il mare cantato da Verga alla fine dei Malavoglia.

    E forse mentre torno a casa sotto la pioggia che infine inizia a cadere sono un uomo più triste e più saggio, come l’ospite del matrimonio alla fine del racconto del vecchio marinaio di Coleridge. E forse nella sera che scende sono più lontani i sogni di quel bambino di otto anni che credeva che bastasse un gol di Bati la domenica per dimenticare lo scorrere muto dei giorni.

    Ave atque vale, Davide.

  • Le ultime sere di febbraio
    portavano con sé il silenzio della prima neve
    le malinconie di uno Schubert assonnato nei bar di San Frediano
    a chiedersi il suo ruolo nella Storia
    l’utilità di scrivere dopo la fine dei tempi.

    Camminavamo insieme
    sull’orlo dell’ennesima sala illuminata
    sull’orlo dei nostri non detti
    dei desideri sospesi nello sviluppo immobile dell’ “Incompiuta”.
    Quella notte – ti ricordi?
    l’uomo nella grande casa sognò i suoi morti
    in un pomeriggio d’Agosto troppo lungo
    mentre una voce lontana cantava le storie di ieri

    E avevo già ventisei anni e già li abbandonavo
    su una vecchia Citroën nelle notti fiorentine
    ascoltando i Doors al ricordo dell’ultimo amore della sera
    dei tuoi occhi azzurri, delle tue frasi spezzate
    E non possedevo niente, né i tuoi silenzi
    né le tue storie né i miei morti
    che mi raccontavano l’infanzia nelle notti
    in cui mi smarrivo nei sogni passati.

    Forse
    mi apparteneva soltanto la neve
    che mi aveva abbracciato diciottenne
    in un giorno di Dicembre
    – allora, sai, la vita era un gioco
    dicevo alla tua voce di bambina nel mio cappotto da uomo
    mentre nel pomeriggio nelle vie del centro
    abbandonavo i padri che avevo desiderato avere
    le loro parole inutili
    la loro vuota maturità.

    E guardandoti in questa sera di Febbraio
    viandante sbadata sotto la luce dei lampioni
    non provo più nostalgia per l’ultimo autunno
    e non m’importa se ogni volta
    devo imparare a dimenticarti.