Poesia
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Presto sarà inverno.Lo dice il gelo di questa notte solitariain cui ogni trama di storia si svolgee chi sono stata scompare entro il sospeso ritmo del tempo-rimane lo sguardo, muto testimone di questi giorni sbadatie poi un cinema la domenica pomeriggio, una foto dimenticata sul divano.Ora che il mondo è lontano, oltre il mare nero
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Il crepuscolo mi lasciò solointornol’ombra del silenzio inseguì l’ultima lucee i guardiani fuggirono per un gioco d’infanziale armi di vetro lasciate sull’erbadi una guerra immaginatain un’età adulta inventata. Qui non si sente il rumore degli uominie la società è il ricordo di un tempo lontanoQui le connessioni si spezzano e ognuno rimanenella sua solitudine a
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Saidiventiamo vecchiquando non c’è più nessuno che ci ricordi bambiniquando lo sguardo non vede oltre il volto che siamooltre le rughe illuminatedal bagliore della città in fiamme. La città brucia– così breve è stata la sua vitacosì brevi sono stati i nostri sognie troppo presto abbiamo desiderato di moriretra le macerie dei giorni disfattio quantomeno
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Ciò che di bello ha la vita, pensoè la malinconianon la felicità, non l’aderire alla bellezza dei giorni e del tempoma l’osservare immobili lo svanire di ciò che è statonella pioggia che bagna un altro ottobrela scomparsa dei sogni prima che ne nascano di nuovie la grandezza di ieri è già finita.Avremo tempo per la
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A volte sembraessenzialmenteche la strada sia fuggirefuggire in una notte con Miles che suona improvvisandodimenticando gli accordiscordando la vita.Era agosto, “So what” nel giradischi in corridoiomi parlavi di jazz nelle intercapedini delle stanzee la sera guardavamoMiles strafatto di coca negli anni Settanta– forse davverovolevamo improvvisare la vita– sul tavolo rimanevanole foto delle vacanzei libri letti
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A F., con gratitudine Non aspettiamo la fine del mondo, stanotteoltre la strada, dietro gli alberiil mare racconta le storie dell’infanziadella casa dalla grande terrazza dove io scrivevo, tu giocavie i volti che ci guardavano ora compaiono nel buio di una stanzanel profondo del sonnoe non sappiamo più se sono vivi o mortise il tempo
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L’ultima notte sognai il mare a Zambrail dolore del viaggioe sulle onde che si infrangevano sulla malinconia della serala tristezza dei nostri sguardi persi ritrovati in un altro tempo in Lucchesia.L’immobilità dei giorni ci travolse.Un inverno vienneseci aveva illuso con le fiabe di Werfel sulla neve sottile di Karlsplatzma la modernità démodé del McDonald’s all’angologià
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In questa stanza di ottobrelascio i miei libri mai finitile canzoni non scritte, i treni mai presil’illusione dei diciott’anni svaniti in un ospedale di periferialascio le poesie di Whitman, il mio T.S.Eliot troppo citatogli autori e le storie di un altro tempodi cui ora rimane solo un sorriso sbiaditonel rileggere i vecchi fogli.Nella sospensione del
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Alla compagna di viaggio Lessico minimo di una sera d’inverno.I Genesis alla radio, i libri per terrae l’assenza di te nelle intercapedini del sonnocoperta di ricordi contro l’oblio che incombe.Ti ho immaginatoviaggiatrice di commercio nel tuo andare e tornaree ti attendevo e ti attendo sulle rivedella nostra storia di letti disfattidi solitudini comunicantinelle sere d’estate