Racconto
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I La notizia arrivò al Ministero intorno all’ora di pranzo. Inizialmente si trattava di poche frasi sussurrate tra una conversazione e l’altra alla macchinetta del caffè, quindi giunse qualche conferma attraverso una radio libera gestita da un centro di controinformazione che aveva sede in una sorta di comune hippy poco lontano dal Ministero. Anatolij fu
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Il sole che tramontava sul mare ricordò che l’estate era ormai alla fine. È come in un libro di Izzo, pensai, qui sulle rive del Mediterraneo prima di perdersi per sempre. Ma io non ero Fabio Montale, né lei una di quelle donne sfiorate appena nei bar del porto di cui parla lo scrittore marsigliese.
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“In fondo, pensavo che ogni volta che una persona racconta ci sono tre storie” mi disse in un pomeriggio caldo di mezza estate – la sera incombeva sui gradini della chiesa ed eravamo rimasti lì a parlare, incuranti del passaggio distratto dei turisti intenti a fotografare tutto ciò che ci circondava. “Tre storie?” chiesi. “Tre
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Il bar si trovava a poca distanza dal viale. Il tram, poco lontano, andava avanti e indietro inseguito da torme di turisti in ritardo nel calore del pomeriggio. Nell’angolo, un jukebox suonava una canzone di Brel, mentre la televisione trasmetteva un programma calcistico. L’Italia aveva perso con la Svizzera ed era stata eliminata dai campionati
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Conobbi Arsenio all’inizio dell’estate. Il mondo di là partecipava allo scorrere dei giorni e delle stagioni, rifiutando solo di misurare le ore e i minuti, che non avevano senso per chi ormai non aveva più tempo per costruire un’esistenza. Gli unici a possedere un orologio erano i dirigenti del secondo piano del Ministero, che dovevano
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I Qualcuno doveva avermi calunniato, perché a inizio primavera, in un anno come tanti, senza particolari avvisaglie date dal fisico, dal clima, dal contesto socioeconomico e politico, si presentò alla porta la morte. Aspetto sui trent’anni, aria tendenzialmente annoiata, una giacca troppo grande, mi chiese di entrare e, aprendo una borsa voluminosa mi disse, sciorinando
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La stanza al quinto piano aveva il sapore dei mesi trascorsi, dei silenzi, delle attese. Sarebbero venuti quando tutto sarebbe finito e li avrebbero liberati, così avevano detto, ma ormai l’alternarsi delle stagioni aveva fatto divenire tenue la speranza. I giorni si erano fatti sempre più impercettibili e lo scorrere del tempo era segnato dai
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I don’t believe in an interventionist God (Nick Cave, Into my arms) Il cappotto grigio che camminava nella notte, oltre i riflessi delle vetrine di Via de’Cerretani, non aveva più nome né identità. Libero dai vestiti usati del giorno, dall’aria professionale dei pomeriggi d’inverno, egli aveva smesso di esistere in una profondità temporale e aveva
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E forse era già novembre quando Nausicaa si innamorò di Ulisse. Lo ascoltava parlare, seduto vicino alla finestra rivolta verso il mare lontano e fissandolo negli occhi scuri scopriva il riflesso del proprio volto silenzioso, il proprio sguardo spalancato sulle spiagge costruite dai suoi racconti, sui capelli delle donne da cui era fuggito nell’inquieto errare
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“Stanotte è venuta l’ombra l’ombra che mi fa il verso le ho mostrato il coltello e la mia maschera di gelso” F.De André, I.Fossati “Ho visto Nina volare” Ricordo le estati della mia infanzia come un periodo di stasi. Il tempo rimaneva immobile, come le navi quando si addentrano in certe insenature della costa per