Ho sempre avuto una mia predilezione particolare per le sere d’estate. Quelle sere in cui, come una volta, quando le preoccupazioni della vita apparivano solo come il frastuono lontano della città insonne, la stanchezza porta con sé la sincerità che credevamo perduta nei pomeriggi dei nostri sedici anni.
Amalia, nei fine settimana, è bella. Tolto il camice bianco e il volto sbattuto delle mattine d’ottobre ha quasi una sua grazia melanconica, da cantante di fado dimenticata in un angolo del mondo lontano da casa senza un marinaio da attendere sulle rive del mare, a sera. Ricordo i suoi occhi azzurri di un tempo, le sue mani non ancora screpolate dai detergenti della sala operatoria. Forse l’avevamo amata, allora, quando avevamo meno anni e più incoscienza; quando i suoi silenzi sembravano celare un universo misterioso che solo pochi eletti avrebbero potuto scalfire. Di certo, adesso siamo meno disposti a scusare le sue stravaganze, a fantasticare sulle sue stranezze; l’esperienza ci dice che non può nascerne niente di buono e l’esperienza tendenzialmente ha ragione.
Sul tavolo ci sono tre birre e il testo di una canzone, una sigaretta lasciata a spegnersi, un dizionario italiano-francese che le serve per la sua ultima fiamma, uno studente Erasmus di Aix-en-Provence che verosimilmente tra qualche settimana si stancherà di cercarle le parole nella testa e la mollerà, un po’ come tutti prima di lui. Ma al momento le cose vanno bene, Charles non è ancora migrato verso lidi più tranquilli e continua a telefonare a casa per dire a maman che les choses, elle vont très bien, merci.
“Ho letto quello che hai scritto” mi dice infine Amalia allungando il braccio sul foglio che le ho dato qualche giorno fa.
“Che te ne pare?”
“Ti trovo meglio.”
“…quindi ti è piaciuto?”
“Ci dovresti lavorare un po’, ma ti trovo meglio.”
Ti trovo meglio. In effetti, è quello che direi di me stesso in questo periodo. E vorrei dirglielo, dirle che di nuovo, oggi, sento che l’estate riporta la vita, riporta le speranze che avevo lasciato a spegnersi in una mattina di novembre del 2010. Vorrei dirle che l’ultima volta che avevo sentito le sirene, sulle rive di un Bosforo minore, avevo diciotto anni e molta innocenza in più e che poi erano scomparse, per molto tempo, e i marinai, al porto, dicevano che non sarebbero più tornate. Ebbene, Amalia, questa sera vorrei dirti che sono tornato a sentire le sirene, a sentire il loro canto, a udire le loro voci narrare di sogni perduti sulla rotta di Cuba, di donne stanche in attesa della notte, di terre promesse che verranno mantenute.
Vorrei dirti tutto questo, Amalia. Ma poi ti guardo negli occhi, nei tuoi occhi che non sono più azzurri come un tempo, nei tuoi occhi stanchi in questa sera di luglio elettrica e veloce che, come dice la canzone, assomiglia un po’ alla vita. Lontano, Amalia, senti il fisarmonicista che suona, ora come un tempo, il fisarmonicista egiziano con i baffi ottocenteschi che un tempo ci raccontò la sua storia e ci cantò la sua terra perduta. E allora, Amalia, mi manca il coraggio di parlarti. Non ti dirò delle sirene, stasera. Nei tuoi occhi stanchi non riesco a trovare il mistero che una volta mi attraeva, la fiducia che mi ha spinto a cercarti, anno dopo anno, a sperare in un tuo gesto, in un tuo cenno. Nei tuoi occhi vedo solo le storie di ieri, ormai perdute nella notte che è caduta.
E allora con un semplice “grazie” riprendo il mio testo, lo ripiego in quattro e me lo infilo in tasca. È stata una bella serata, Amalia. Bonne chance.
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