Helena

Helena.
Nel buio delle prime notti di novembre
alla stazione d’Atene
perse il rapido per il Nord
e rimase là, immobile
a fissare rari viaggiatori
scendere dai treni di passaggio
caldi di voci straniere e di occhi persi nel silenzio
e imboccare la strada che conduceva
al gelido mare della città d’inverno
alle luci oscillanti di case
dove talora si intravedeva un volto,
una scala, un frammento di un’esistenza
che schizzava via, chiusa nel suo guscio
di tepore languido e di televisori accesi
su suoni senza sorriso.

Il treno di mezzanotte veniva da Brest.
Scesero due ragazzi e un anziano cieco.
Andavano a Sud, vendevano vecchie storie
e bottiglie di felicità.

Helena prese la sua valigia nuova, il suo antico dolore
il suo violino inutile dopo quel giorno di settembre
in cui chiusero l’orchestra
– la musica non paga i debiti, avevano detto i Tedeschi –
e li seguì con il suo cuore autunnale
con le sue speranze cadute come foglie d’ottobre.

Anni dopo, in una sera in riva
al mare calmo di un’isola lontana
mi raccontò la sua storia
con la voce fluttuante
oltre il vento d’estate.
Poco lontano, due ragazzi magri vendevano sogni
e un marinaio stanco attendeva
di iniziare il suo canto.
E allora Helena prese il violino
e di nuovo il cielo seppe
delle notti di Brest, della pioggia di Dublino
e dell’ultimo concerto dell’orchestra di Atene.

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