La donna che scrive

A F., ringraziandola per le sere d’ottobre

La donna che scrive non parla d’amore
– la sua voce, persa tra le passanti distratte
nel pomeriggio dell’ennesimo ottobre
di questa mia strana adolescenza,
racconta dolori e terre lontane
oltre la foresta, al di là del mare.

La donna che scrive narra piano
il suo mondo di fiori appassiti
sulla terrazza della casa di suo padre
tanto tempo fa, a Cordoba.

Non riesco mai a rispondere alla donna che scrive
alla sua malinconia di bambina delusa che non conosco
che non conoscerò mai
ai suoi occhi nascosti
nelle pieghe di una foto ingiallita
volata via nella nebbia di un autunno senese.

Rimango lì, mentre la notte avanza
con il cumulo di lettere che non le invierò mai
con le parole di circostanza, “che fai?”, “come stai?”
ormai inutili a riempire il silenzio

Rimango lì.
Django suona con due dita, come sempre
e Robert vende l’anima al miglior offerente
ai crocevia d’acciaio della società occidentale
nelle luci fioche dell’ultimo supermercato di periferia.

Rimango lì, mentre la notte si spegne
con le storie che non farò in tempo a raccontarle
con i volti che le ho dato per inseguire il suo sguardo nella folla
con i sogni che mi ha narrato e che ho perduto.

Forse un giorno
in una sera d’estate al limitare del mondo
con la voce chiara nel tramonto
la donna che scrive mi aprirà il diario della sua tristezza
pieno di uomini che non chiamano mai
e di marinai perduti sulla rotta di Cuba.

E forse allora potrò prenderla per mano
condurla a Finisterre, dove si brucia il passato,
e raccontarle di una notte d’agosto
in cui l’ho sognata nelle vie di Parigi.

E sarà forse allora, alzando gli occhi,
che riuscirò infine a leggere
il libro della sua anima.


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