Iniziai a leggere Modiano poco prima che vincesse il Nobel, complice la visione del film “Bon voyage” cui aveva collaborato. Amo le sue storie nostalgiche, in cui i personaggi si scontrano casualmente uscendo dalla nebbia di un pomeriggio del rigido inverno parigino di inizio anni Cinquanta per poi scomparire nuovamente e rimanere soltanto un miraggio nella memoria a cui appigliarsi nei giorni di tristezza. Mi piace la sua idea, forse un po’ proustiana, di ricostruire frammenti di giovinezza a partire da un volto, dal nome di una persona conosciuta nello spazio di pochi giorni e poi persa nel magma indistinto della folla di una grande città.
“L’orizzonte”, che mi sta accompagnando nella calura d’agosto insieme ai “Marinai perduti” di Izzo, riprende ancora una volta la tematica e tratteggia come al solito anche il ritratto di una Parigi ideale, che nella mia mente prende le fattezze della Le Havre rarefatta del “Quai des brumes” di Carné. Una città invisibile, più vicina ai luoghi fantastici raccontati da Marco Polo a Kublai Khan nel libro di Calvino che alla Parigi reale, in cui purtroppo da molti anni non torno.
E ripensandoci ho molte città invisibili nella mia memoria; molte città reali viste e amate e cui poi la letteratura ha aggiunto frammenti e storie che nella mia mente sono divenuti inscindibili dal luogo reale e molte città mai visitate, ma la cui geografia si è composta progressivamente con le poesie, le canzoni e le pagine lette nel corso degli anni. Parigi è un disco di Manu Chao, “Sibérie m’était contéee”, l’Andalusia l’incrocio tra la musica araba di Al-Andalus e le sperimentazioni a metà tra flamenco e rock di Camaròn de la Isla nella “Leyenda del tiempo”, Amburgo la compagna d’esilio di Sepulveda che compare in molti suoi romanzi, Buenos Aires il luogo in cui si trova la tomba di Carlos Gardel con la statua alla quale, come racconta Soriano, porta fortuna accendere una sigaretta.
Quando lessi “Le città invisibili” di Calvino, a quattordici anni, trovai che avessero un bello stile, ma non mi interessarono particolarmente. Ce lo fece leggere il nostro professore di lettere, complice una mostra che dovevamo andare a vedere. Non capii, allora, le possibilità del racconto di creare una geografia immaginaria, luoghi che esistono realmente in un lontano frammento di mondo, ma che la capacità di narrare trasforma e modifica.
Ora capisco qualcosa in più. E vorrei diventare un creatore di città invisibili. Vedere, trovare le mie storie, le mie atmosfere nelle sere silenziose della Camargue o nelle notti di Lisbona. Ma per il momento rimango un fruitore, un ascoltatore. E mi va bene così.
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