Quando andarono a prenderlo, all’alba
– un lieve vento spostava le tende celesti avanti e indietro
come a svelargli e a nascondergli l’ultimo sole –
lo trovarono felice.
Per troppo tempo era fuggito,
nascondendosi in luoghi dall’odore del mare
e dal nome straniero
ed era invecchiato
era divenuto stanco.
Era appassito nelle sue notti insonni
nella sua storia troppe volte inventata
e chi lo cercava era divenuto grigio, folle
e su navi di carta dirette all’abisso
aveva bruciato i suoi giorni d’estate.
Poi, in una notte d’ottobre
sotto venti freddi venuti da Nord
per recare voci di guerre lontane
in un chiarore giallastro avvolto dal gelo
incontrò la sua tristezza – voce di donna
i suoi occhi azzurri persi nel vuoto
di un caffè di periferia
dove marinai sonnolenti parlavano della neve
solo della neve
e si alzavano di fretta
quando era venuta l’ora di andare
ombre irrequiete nella nebbia di un tempo
cristallizzato per sempre in una sera d’inverno come tante.
“Andiamo via” disse la sua tristezza – volto di ragazza
capelli scuri sul vestito sbiadito
dai troppi risvegli nei mattini d’autunno
nelle stanze gelate di un albergo a ore.
E lui la seguì nella pioggia di settembre
nella foschia di novembre ne carezzò la bellezza
frettolosa nell’alba che lentamente nasceva
e in un mattino di marzo, sul morire dell’inverno
si trovò di nuovo all’inizio del viaggio
là dove un mare triste attendeva ancora il suo ritorno.
E mentre le onde si inseguivano nella loro eternità monotona
viaggiatori inconsapevoli del loro salpare e del loro vagare
lui guardò il cielo e le raccontò la sua storia
i suoi sogni svaniti
nella partenza di un treno alla stazione di Lisbona
o su una nave cargo al porto di Amsterdam
e improvvisamente dopo molti anni
si sentì felice.
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