Novembre 2017
Ieri sera si parlava di Rivoluzione.
Il cinema Odeon è uno degli ultimi residui della Firenze che è stata, non ancora inghiottito dalla modernità grigia che trasforma tutto in locali fighetti à la Starbucks. Un tempo, poco lontano, in piazza della Repubblica, c’era il Gambrinus, sala antica in cui, nel pieno dei miei dodici anni, ebbi la ventura di vedere uno dei film del “Signore degli Anelli”; oggi è stato sostituito dall’ennesimo, anonimo, Hard Rock Café, dove per cinque euro si può comprare il privilegio di prendere un caffè accanto alla chitarra autografata di qualche rockstar dimenticata degli anni Ottanta.
Siamo andati all’Odeon per sfuggire a Novembre e alla sua pioggia. È una città strana, Firenze, calda o gelida e sovente umorale, chiusa in se stessa come i suoi abitanti che, come ebbe a dire un mio amico “Non ti fanno entrare in casa a meno che non ti vogliano sposare”. È una città che vive in bilico, persa tra desideri di Mitteleuropa traditi dai viali ottocenteschi e il costante ritornare verso quel Tardo Medioevo idealizzato in cui ancora la Storia faceva una capatina da queste parti. Pochi hanno cantato Firenze, almeno dopo l’amor de lohn di cui la fece oggetto Dante da esule, quel Dante le cui parole sono un po’ ovunque e che qui tutti dicono di conoscere anche se quasi nessuno l’ha letto davvero. Firenze non ha avuto i cantautori bolognesi, non ha quella poesia da città inquieta del capoluogo emiliano, né possiede la magnificenza di Roma, la malinconia mediterranea di Napoli, il potere economico di Milano. Dunque, nessuno la canta, nessuno racconta il piacere dei pomeriggi d’estate passati a coltivare nuovi amori tra il giardino delle rose e il parco delle Cascine e nessuno conosce quelle sere d’Ottobre in cui, girando dal Forte di Belvedere, si può arrivare al Piazzale Michelangelo e poi a San Miniato al Monte per vedere la città che si distende lontano, verso quel Palazzo di Giustizia moderno e tanto contestato di cui amo le linee intrecciate. I Fiorentini si sono adeguati al ruolo che gli è stato attribuito, quello di lieti cazzoni che fanno ridere il mondo con le loro “c” aspirate. In fondo, hanno venduto la loro identità rendendola una macchietta così come hanno venduto le botteghe artigiane in Piazza della Passera prima che io nascessi o il Gambrinus, qualche anno fa.
All’Odeon facevano Il mio Godard, cronaca del Sessantotto intimo del regista francese, della sua volontà di radicale rinnovamento stilistico e della sua relazione con la recentemente scomparsa Anne Wiazemsky. Ma fuori dal cinema non è di questo che abbiamo parlato. Abbiamo parlato di rapporti, di relazioni, di come oggi non si parli più di niente, fermi al chiacchiericcio usato delle conoscenze superficiali, all’ironia che impedisce di prendere alcunché sul serio, alla sensazione post-modernista che tutto sia stato detto e che quindi sia inutile arrabbiarsi per qualunque cosa. Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, certo anche per moda, si parlava, si discuteva, si andava a fondo. Oggi si cerca di costruire bene il proprio personaggio e di farlo funzionare, stando attenti a non far entrare gli altri nel proprio privato. Si irride chi ha convinzioni forti, convinti che in fondo la vita sia un grande gioco in cui l’obiettivo ultimo sia divertirsi il più possibile prima che la giostra si fermi.
Ieri all’Odeon, davanti a un Jack Daniel’s preso per identificazione cinefila con un film di Kubrick, si parlava di Rivoluzione. Ma non di quella di domani, dei Greci sempre più silenziosi soffocati dal debito che mai si ribelleranno o della classe media che lentamente, impoverendosi, si sposta sempre più verso posizioni fasciste. Si parlava della Rivoluzione fallita di ieri, in cui forse non vinse la giustizia sociale, ma in cui, per l’ultima volta prima che, secondo il noto aforisma della Thatcher, la società sparisse e rimanesse soltanto l’individuo reso atomo in competizione con gli altri, si parlò di vita, di amore, di libertà. E ci si prese sul serio.
Lascia un commento